Stato di Grazia, lo strano caso di Ambrogio Crespi

Un cineasta che ha dedicato la propria arte al contrasto alla malavita e all’impegno civile. Un’accusa dalla gravità inaudita rivolta all’individuo apparentemente più distante da qualsiasi forma di illegalità. Una campagna di solidarietà condotta da una sterminata comunità per sostenere un innocente, vittima di un clamoroso errore giudiziario.
Queste sono le premesse di Stato di Grazia.
Diretto dal giornalista Luca Telese, presentato all’ottantesimo festival del cinema di Venezia e distribuito su Prime Video, Stato di Grazia è un docufilm dedicato alla vicenda giudiziaria di Ambrogio Crespi, regista impegnato nella lotta alla criminalità e nella promozione della cultura della legalità. Nel 2012 Crespi è stato travolto dalla più paradossale delle accuse: concorso esterno in associazione mafiosa per voto di scambio.
L’accusa era di aver utilizzato le proprie conoscenze nel quartiere Baggio, storico sobborgo della periferia occidentale di Milano, per procurare voti all’assessore Domenico Zambetti. È da qui che inizia la vicenda narrata nel docufilm di Telese, un racconto che si snoda attraverso testimonianze, ricostruzioni, e persino delle canzoni originali ad accompagnare il tutto.
Stato di Grazia, una storia giudiziaria e profondamente umana
Con un’approfondita analisi dell’inchiesta giudiziaria, delle accuse rivolte all’imputato e del materiale d’archivio del processo (filmati e verbali), Stato di Grazia svolge un lavoro egregio nel farci entrare nel pieno della vicenda legale.
Ci fa comprendere il calvario vissuto da Crespi, la sua totale estraneità ai fatti e la debolezza delle prove a suo carico. Ma ovviamente non è questo a rendere il docufilm degno di una visione, o almeno non soltanto. Certo, parliamo dell’approfondimento di una vicenda processuale, non ci si aspetta che sia avvincente o appassionante. Ma mettiamo per un secondo da parte la freddezza, la logica e la razionalità. A nessuno piacerebbe vedere un prodotto audiovisivo composto esclusivamente da deposizioni, arringhe e fredde carte burocratiche. E infatti Telese ha pensato anche a questo.
Stato di Grazia è un prodotto fortemente emozionale, nel quale la battaglia legale si intreccia con la vicenda umana e privata. Non è soltanto la storia di un uomo che deve dimostrare la propria estraneità a fatti di mafia. È la storia di una moglie e madre che protegge i figli da una realtà buia, complessa e dolorosa, colorandola con uno strato di bugie bianche atte a rendere il tutto più sopportabile. A trovare il sorriso nel momento di maggiore sconforto e abbattimento. Di una comunità che davanti ad un palese errore della macchina giudiziaria si adopera per far sentire la propria voce nel pieno rispetto delle istituzioni e del sistema. Di un innocente che vede arrivare la fine della propria pena legale da un Presidente della Repubblica che nella lotta alla mafia ci ha perso un fratello. Forse l’attestato di innocenza più elevato di tutti.
Soprattutto, Stato di Grazia è una storia che parla di giustizia, un concetto che fin troppe volte ci appare distante, irraggiungibile, inapplicabile, facendoci per di più rinnovare la fiducia in essa. Un bel paradosso se consideriamo che l’intera vicenda parte da un clamoroso sbaglio della magistratura.
Eppure, questo caso ci dimostra che a volte non c’è bisogno di leggi del taglione o grandi tafferugli per far andare la storia nella direzione giusta. A volte basta semplicemente alzare la propria voce nel nome di un ideale condiviso. In un paese in cui così spesso si racconta di tragedie, disgrazie e scandali di ogni tipo, ogni tanto vale la pena ricordare che una vera giustizia è davvero possibile. E che se lo volesse più spesso, l’Italia potrebbe davvero essere un esempio da seguire per il resto del mondo in quanto a civiltà, equità ed impegno sociale.
Basta crederci di più.




