“Norimberga”, se guardi a lungo nell’abisso…
La fine di un conflitto devastante, la rivelazione di crimini oltre qualsiasi portata, e il tentativo di rispondere ad una domanda tanto semplice quanto spiazzante: perché?
Non c’è bisogno di stare a spiegare l’evento storico che James Vanderbilt pone al centro della sua ultima fatica cinematografica: è una storia che già conosciamo tutti, e che proprio per questo è quasi impossibile riassumere senza sminuirla, e di ciò il regista e sceneggiatore è più che consapevole, tanto che al centro del suo lungometraggio non pone tanto il processo di Norimberga in sé per sé, quanto le sue implicazioni psicologiche, antropologiche, ma soprattutto emotive.
D’altronde si tratta di un comandamento che noi cinefili abbiamo imparato da tempo: non è la storia che racconti, ma come la racconti a fare la differenza, l’abilità nel riuscire a toccare corde differenti rispetto a coloro che l’hanno raccontata prima di te per rivolgerti agli spettatori che verranno dopo di te, e questo film è un brillante esempio di questo elementare, e proprio per questo inafferrabile, concetto.
Questo è “Norimberga”, un racconto emozionale e profondamente umano intrecciato con la Storia con la “S” maiuscola, ed un cupo monito su cosa accade quando, per riprendere la citazione nietzschiana con cui abbiamo aperto questo pezzo, “…anche l’abisso guarda dentro di te”.
Chi combatte i mostri (?)
Nel pieno del processo contro i criminali di guerra nazisti sopravvissuti al Secondo Conflitto Mondiale, lo psichiatra Douglas Kelley (Rami Malek), viene incaricato di esaminare i suddetti criminali per determinarne l’idoneità a sostenere un processo.
Tra questi spicca Hermann Göring (Russell Crowe), Maresciallo del Reich, secondo in comando di Adolf Hitler in persona e ideale successore del Führer: spinto dalla curiosità e dall’ambizione, e affascinato dalla figura carismatica di Göring, Kelley entrerà in confidenza sempre maggiore col suo paziente nel tentativo di analizzarne la psiche, ritrovandosi però invischiato in un gioco mentale molto più grande di lui.
Come si può evincere da questo sunto, il vero cuore pulsante del film, al netto di una ricostruzione storica fedele, di una scrittura accattivante, di un ritmo sostenuto e una sempre presente tensione emotiva che impediscono all’attenzione dello spettatore di calare nonostante le due ore e mezza di durata, è il rapporto tra i personaggi di Kelley e Göring, un rapporto ambiguo e per questo affascinante, morboso e per questo travolgente, nel quale la reciproca stima è presente e reale tanto quanto il più profondo disprezzo.
Crowe è in stato di grazia, lezioso, ambiguo e imperscrutabile, le scene che vedono protagonisti lui e Malek sono equiparabili ad una danza macabra della quale, inquadratura dopo inquadratura, diviene sempre più difficile stabilire con certezza il reale conduttore, mentre quest’ultimo, come un Icaro volato troppo vicino al sole, o un Ulisse dantesco condannato dalla sua stessa curiosità, cade lentamente ma inesorabilmente in un vortice di depressione, paranoia e disillusione, le uniche reazioni possibili di fronte allo svelamento di cosa vi sia realmente dietro il mostro capace di crimini aberranti come quelli dei nazisti: nient’altro che un uomo.
Effetto Lucifero
Questo il nome del fenomeno psicologico messo in luce dallo psichiatra Philip Zimbardo nel 1971 con il cosiddetto “esperimento carcerario di Stamford”: dopo aver reclutato un gruppo di studenti volontari, li portò tutti dentro un carcere ricostruito assegnando a metà di loro il ruolo dei carcerati, e all’altra metà il ruolo delle guardie, riservando per sé stesso quello del direttore della prigione.
La conclusione cui giunse il dottor Zimbardo, dopo essere stato costretto a concludere l’esperimento prima del tempo, fu che l’essere umano tenderà per propria natura, ogni volta che si ritroverà in una posizione di potere rispetto ad un altro, ad abusare di quel potere, danneggiando il suo prossimo per il puro gusto di farlo.
D’altronde, come ci insegna Hannah Arendt, il male è da sempre banale, ed è spesso dato dall’inerzia più che dalla cattiveria, dalla stupidità più che dal sadismo, e, soprattutto in contesti come quello di un regime totalitario, spesso perpetrato da cosiddetti uomini comuni lasciatisi semplicemente andare alla corrente.
Con una lucidità disarmante, e senza alcuna volontà di giustificare, mitizzare e romanticizzare, “Norimberga” ci ricorda proprio questo: che ad aver commesso quei crimini così odiosi da essersi ritagliati un posto nell’immaginario collettivo tanto quanto i film di Hollywood e le meraviglie del mondo, furono uomini la cui massima preoccupazione era far divertire i propri figli con dei trucchi di prestigio, dare un bacio alla moglie e scegliere l’abito migliore per andare a lavoro, e che se vengono condotti al patibolo urlano, piangono e si urinano addosso.
Questo è l’essere umano, quell’essere capace dei più grandi atti di bontà come della più imperdonabile depravazione semplicemente perché può farlo, tanto terribile nel potere che esercita quanto patetico nelle ripercussioni che subisce, desideroso di conoscere sé stesso e di spingersi costantemente oltre il limite, ma non di riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni, e che dietro la sua maschera di progresso, etica e civiltà rimarrà sempre una scimmia furiosa pronta a scagliare qualcosa per far male al suo prossimo, che sia un osso, una bomba, una nave spaziale, o un semplice ordine che qualcuno eseguirà.




