Black Widow. Un’ottima sorpresa che lascia l’amaro in bocca

Black Widow. Un’ottima sorpresa che lascia l’amaro in bocca
Black Widow. Fonte: wikipedia

Diciamocelo chiaramente: chi vi scrive era tutt’altro che entusiasta della prospettiva di uno stand alone dedicato a Natasha Romanoff.

Il timore era che si stesse raschiando il fondo del barile, che il personaggio potesse funzionare davvero solo all’interno di un contesto corale come quello dei film sugli Avengers, che forse sarebbe stato molto più intrigante lasciare avvolto nel mistero l’oscuro passato dell’eroina interpretata da Scarlett Johansson, o comunque che fosse ormai troppo tardi per raccontare in maniera efficace questa storia e conquistare l’interesse del pubblico, in particolare dopo la dipartita del personaggio in Avengers: Endgame.

Ora, a film finito e con la mente lucida, l’unico rimpianto di chi vi scrive è che questo film non sia stato fatto prima. Per scoprire perché, addentriamoci nell’approfondimento del primo film della Fase 4, e degli elementi che lo rendono forse il miglior stand alone del MCU dai tempi di Captain America: The Winter Soldier.

Black Widow. Fonte: eluniversal

Raccontare una storia nel modo giusto

C’è da dire che questa storia non ci era del tutto sconosciuta: nel corso degli anni e dei vari film, tramite la stessa Vedova Nera siamo venuti a conoscenza di diverse fasi della sua vita, dal suo addestramento nella Stanza Rossa alla sua entrata nello S.H.I.E.L.D., passando per la sua sterilizzazione forzata…

E in effetti gli elementi del passato della super spia dei quali veniamo a conoscenza tramite questo film sono relativamente pochi.

Ma allora cosa aggiunge davvero questo film alla figura di Natasha Romanoff?

Beh, mettiamola così: laddove i film precedenti si sono limitati a raccontare la storia della Vedova Nera, questo film ce la fa sentire. Questo film ci fa vivere in maniera cruda e diretta i traumi e gli orrori vissuti da una ragazzina divenuta adulta troppo presto a causa delle macchinazioni di uomini spietati e senza scrupoli, in particolare nei titoli di testa (questo è infatti uno dei pochi film del MCU ad averne), i quali oltre a ritagliarsi di diritto un posto tra le sequenze più inquietanti del franchise, dimostrano l’abilità della regista Cate Shortland nel raccontare una storia per immagini.

E proprio qui sta la forza di Black Widow: nel suo coraggio di andare controcorrente e di raccontare una storia tragica e cupa così come deve essere raccontata, senza edulcorare nulla e senza perdersi in momenti comici gratuiti e fuori contesto, e nella sua consapevolezza di star raccontando un’antieroina.

Black Widow. Fonte: wikipedia

Non un supersoldato dall’etica impeccabile. Non una super divinità dalla battuta sempre pronta.

Un’antieroina che sa di essere tutt’altro che perfetta, ma pronta a tutto pur di cancellare quella nota rossa sul suo registro, anche se questo significa talvolta, macchiarsi di ulteriori orrori (in questo senso è da segnalare una tanto efficace quanto inaspettata citazione a Munich di Steven Spielberg).

Attenzione però, non pensate che in questo film non si rida mai, anzi, nel film sono presenti ben due comic relief: la coprotagonista Yelena Belova, interpretata da una Florence Pugh che tra battute taglienti al limite del metacinematografico e intense scene d’azione ruba più volte la scena alla Johansson, e il supersoldato sovietico Red Guardian, interpretato da un David Harbour che, alla sua seconda apparizione in un cinecomic dopo la sua infelice esperienza nei panni di Hellboy, porta sullo schermo una versione del personaggio che più che alla controparte cartacea, sembra avvicinarsi a una curiosa fusione tra Captain America e il Thor ingrassato di Endgame, destinata ad essere protagonista di numerosissimi meme e parodie sui social nei prossimi mesi.

Non si tratta però dell’umorismo tipico di molti prodotti del MCU, sguaiato, puerile e volto ad alleggerire la tensione e a compensare ai momenti drammatici, bensì di un’ironia contenuta ma non per questo meno efficace, necessaria per controbilanciare rivelazioni e sottotrame agghiaccianti: in questo senso è emblematico l’esempio di Taskmaster, il quale nonostante sia il più sacrificato tra i personaggi del film, è al centro di un colpo di scena ai limiti dell’horror, ricollegandosi tra l’altro in maniera del tutto inaspettata ad una frase molto specifica pronunciata da Loki nel primo Avengers.

Black Widow. Fonte: themarysue

 

Messaggi efficaci

 Il film senza difetti non esiste, e Black Widow non fa eccezione, presentando anch’esso le sue pecche, come il personaggio non particolarmente memorabile di Rachel Weisz, alcuni elementi della trama non del tutto chiari (un esempio su tutti, quali siano le origini di Red Guardian), o una risoluzione finale eccessivamente semplice, ma c’è un altro elemento fondamentale per la riuscita di questo film sul quale bisogna soffermarsi: questo è un film femminista. Tanto. Molto di più, e molto meglio di Captain Marvel, ai tempi accolto da molti con entusiasmo come icona del femminismo solo in quanto primo film del MCU con protagonista una donna, senza badare più di tanto alla sua trama misera e alla sua protagonista così esageratamente potente da rendere qualunque scontro prevedibile e anticlimatico.

L’argomento è estremamente spinoso e complesso, per cui è d’obbligo fare alcune precisazioni: chi vi scrive non è assolutamente contrario all’inclusività, che anzi è necessaria per dare una adeguata rappresentazione della società odierna con tutte le sue continue trasformazioni. Chi vi scrive è contrario a quando tale inclusività diventa forzata, ostentata e gratuita, fino a sfociare nell’ormai tristemente famoso politically correct. A dare fastidio (almeno nella maggior parte dei casi) non è certo la scelta di rendere un afroamericano il successore di Captain America, di far fare coming out ad un personaggio, o di porre i personaggi femminili sempre più in primo piano.

È la scelta di rendere Superman nero senza veri motivi, è la continua insistenza da parte di certi fan nel voler vedere un’amicizia virile sfociare in omoerotismo, o la pretesa che basti mostrare tutte le donne del gruppo alla carica durante una battaglia finale per mandare un messaggio femminista: questo tipo di rappresentazioni non solo non aiuta queste cause, ma finisce anzi per svilirle, per farle apparire come pagliacciate agli occhi di quel pubblico generalista che magari si tentava di avvicinare.

Black Widow. Fonte: tomshw

Ma Black Widow non è così. Black Widow riesce a lanciare messaggi estremamente forti e dirompenti, ma a farlo con discrezione, con sottigliezza, senza rendere il tutto esplicativo e didascalico.

Lo fa contrapponendo il personaggio femminile del MCU per eccellenza, a quello che forse non sarà il villain più profondo del franchise, ma sicuramente uno dei più viscidi e disgustosi. E non per la sua disumanità, ma al contrario per la sua umanità intesa nel senso peggiore del termine, per il suo essere maledettamente somigliante a una certa categoria di individui realmente esistenti nella nostra società che vedono le altre persone come oggetti, mezzi per arrivare a uno scopo, giocattoli che all’occorrenza si possono scartare e rimpiazzare. Individui il cui numero è ancora oggi terribilmente elevato.

Ma nonostante la potenza di tali messaggi e nonostante il finale lasci le porte aperte per eventuali seguiti, concluderete il film provando una nota di rimpianto per aver avuto solo un assaggio di ciò che avrebbe potuta essere un’intera trilogia con queste atmosfere e queste tematiche se solo i produttori avessero scommesso prima su Natasha Romanoff, ma quanto meno potrete consolarvi al pensiero di come Scarlett Johansson abbia avuto modo di dire addio al suo personaggio nel modo migliore possibile, e l’MCU di fare un’ulteriore passo verso la maturità.

Black Widow. Fonte: it.ign
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