Zack Snyder’s Justice League. La rivalsa dell’autore

Zack Snyder’s Justice League. La rivalsa dell’autore
Zack Snyder's Justice League. Fonte: screenrant

Chi vi scrive si è preso i suoi tempi per scrivere questa recensione.

Si è riguardato i quattro film del DCEU precedenti a Justice League (L’Uomo d’Acciaio, Batman V Superman: Dawn of Justice, Suicide Squad e Wonder Woman) per arrivare preparato all’uscita di questa riedizione del cinecomic, si è riguardato la versione del film uscita in sala nel 2017 per farsi un’idea su quanto fosse cambiato con il passaggio di consegne tra Zack Snyder e Joss Whedon, e una volta visto il film ha fatto passare una settimana e se lo è guardato un’altra volta per essere sicuro che il contenuto di questa recensione fosse il più possibile oggettivo, e non condizionato dall’hype che un progetto del genere inevitabilmente suscita.

Perchè Zack Snyder’s Justice League non è un cinecomic come gli altri, non è un film di Zack Snyder come gli altri, e soprattutto non è una director’s cut come le altre.

Parliamo di un caso senza precedenti nella storia del cinema, un evento (forse) irripetibile che ha avuto modo di verificarsi grazie ad una serie di circostanze sia positive che estremamente negative (non si può negare che la pandemia, e la conseguente scarsità di proposte cinematografiche, abbiano favorito la scelta di Warner Bros. di distribuire questo cut, trattandosi di un prodotto per la maggior parte già pronto), che ha permesso ai fan di avere il film che volevano, che ha permesso ad un film fallimentare di avere il suo riscatto e ad un autore di avere la sua rivincita nei confronti di una major con la quale, volente o nolente, è tutt’ora in conflitto.

JusticeLeague-SnyderCut. Fonte: redcapes

 

Perchè sì, per quanto ai cinefili più accaniti che guardano con disprezzo al cinema d’intrattenimento questa definizione possa fare schifo, Zack Snyder è un autore a tutti gli effetti… Certo, un autore molto più bravo a mostrare che a narrare, un autore le cui opere possono essere davvero comprese solo in seguito alla visione di un’edizione estesa in blu ray di 5 ore (minimo), un autore che tende spesso a strafare e a stravolgere i personaggi che si ritrova per le mani, un autore megalomane ed autoreferenziale come pochi, ma pur sempre un autore con un tocco inconfondibile, e una visione chiara sulla direzione che la trama avrebbe dovuto intraprendere, cosa che Warner Bros. pare non avere tutt’ora.

D’altronde, vale la pena ricordarlo, non è la qualità del prodotto a fare l’autore, ma delle caratteristiche stilistiche ricorrenti e un’impronta personale e riconoscibile, cose che a questo film, a differenza della versione del 2017, non mancano.

Anzi, forse grazie anche alla natura corale del progetto e allo spropositato minutaggio (quattro ore, durata senza precedenti per un cinecomic), i tratti distintivi del cinema di Zack Snyder vengono qui elevati a livello esponenziale, facendo di Zack Snyder’s Justice League il più “snyderiano” tra i film di Snyder.

Per cui se detestate lo slow motion, la fotografia desaturata e le pose statuarie, e volete evitare di leggere una recensione che elogia un lung(hissim)ometraggio stracolmo di questi elementi, meglio se ci salutiamo qui.

Per tutti gli altri invece, analizziamo questo inedito esperimento cinematografico, quali elementi lo rendono superiore al film del 2017, e perché ha avuto un impatto tale da spingere i fan a mobilitarsi in massa per rendere canonica questa versione del film, permettendo così al regista di Green Bay di portare avanti una saga che (checchè ne dica Warner Bros.) ha ancora molto da dire.

Il ritorno dell’età degli eroi (e dei cattivi)

 

Dopo diverse visioni della versione cinematografica di Justice League (soprannominata sui social “Josstice League”) chi vi scrive è riuscito a trovare le due parole che riescono a sintetizzarne più efficacemente i difetti: finzione e paura.

La finzione delle interazioni tra i personaggi, così come del cameratismo che si viene a creare tra loro nel corso del film, e la paura di svilupparli in una maniera effettivamente soddisfacente che vada oltre la semplice macchietta.

La finzione del senso di leggerezza che il film cerca di far respirare allo spettatore per la maggior parte della sua durata (soprattutto se si ripensa alle atmosfere diametralmente opposte di Batman V Superman) e la paura di rendere il tutto epico e maestoso.

La finzione della minaccia che i protagonisti si ritrovano ad affrontare e la paura di suggerire allo spettatore un minimo senso di tensione o di pericolo, o quanto meno di alzare la posta in gioco.

La finzione degli effetti speciali e la paura di spendervi troppi soldi e tempo ormai esauriti.

Potremmo andare avanti così ancora per svariate righe, ma l’antifona si è ormai capita: Justice League è un film malriuscito, privo di coesione e di impeto, realizzato in poco tempo con scarso coraggio e inventiva da una produzione che ha forzatamente mischiato le visioni di due registi estremamente diversi, ed è questo a renderlo inferiore a questa riedizione che porta unicamente la firma di Zack Snyder, che emerge come estremamente più appassionante, completa e con un’identità ben precisa.

A beneficiare di questo trattamento rinvigorente non è tanto la trama (che rimane sotto molti aspetti simile) quanto i personaggi.

Quegli eroi che nella versione di Whedon apparivano terreni, depotenziati e piatti, Snyder non esita a renderli delle vere e proprie divinità moderne, con il potere di cambiare le sorti del mondo nelle loro mani, e complessi drammi esistenziali a tormentare i loro animi e a distanziarli nettamente dai ben più umani personaggi Marvel.

 

Snyder cut. Fonte: screencrush

 

Oltre alla regia di Snyder, che esalta le pose plastiche e le fisionomie statuarie, ad avvicinare i personaggi a divinità è anche la sceneggiatura di Chris Terrio, la quale punta a mostrare questi eroi come angeli custodi, pronti a rispondere alle preghiere degli innocenti e degli indifesi di fronte a minacce potenzialmente apocalittiche come davanti alle problematiche del quotidiano.

Che si tratti di sventare un incidente automobilistico o di portare da mangiare agli abitanti di un paese tra i ghiacci, che si tratti di fermare dei terroristi o di riempire il conto in banca di una cameriera sfrattata, ognuno di questi personaggi ha almeno un’occasione per compiere il proprio piccolo tra la gioia e il timore reverenziale di un popolo che li adora come idoli, sviluppandosi nel mentre agli occhi dello spettatore.

Laddove Flash/Barry Allen (Ezra Miller) appariva come un irritante comic relief senza né più né meno, qui è un ragazzo che conserva la sua estrema semplicità nonostante nelle sue mani (o per meglio dire, nei suoi piedi) risieda un potere grande abbastanza da plasmare tempo e spazio.

Il suo perfetto contraltare è Batman/Bruce Wayne (Ben Affleck): anziano, disilluso e navigato, ma in cerca di redenzione, incarna l’eroe classico che trascende la propria umanità e si confronta da pari a pari con gli dei, un simbolo così potente da permettergli di  compensare l’assenza di veri super poteri, di tenere testa ai suoi compagni almeno nell’animo, e di porsi come la miglior guida possibile per loro.

Cyborg/Victor Stone (Ray Fisher), che già nel film del 2017 era uno dei personaggi più riusciti, in questa versione emerge come vero protagonista: approfondendone il background, le capacità e il pieno potenziale, e rendendo il suo complicato rapporto con il padre Silas Stone (Joe Morton) il vero fulcro emotivo della vicenda, Zack Snyder’s Justice League è quanto di più simile possa esserci (e probabilmente mai ci sarà) ad un film stand alone sul personaggio, che qui, da eroe come tanti altri, diviene un vero e proprio dio dell’era digitale.

 

justice league snyder-cut darkseid apariencia. Fonte: smashmexico

 

E parlando di dei, come non citare Superman/Clark Kent/Kal-El (Henry Cavill), il cui ritorno è al centro di una porzione non indifferente dell’intreccio, e che riprende in maniera galvanizzante e suggestiva la sua parabola di figura messianica, pur evolvendosi e rinnovandosi sia graficamente che caratterialmente, contrariamente alla versione di Whedon, nella quale incarnava il più antiquato e piatto stereotipo del supereroe senza macchia e senza paura dal sorriso a trentadue denti (in una CGI scadente).

Leggermente più messi da parte sono Wonder Woman/Diana Prince (Gal Gadot), che comunque aveva avuto già modo di svilupparsi a dovere nel proprio stand alone, e Aquaman/Arthur Curry (Jason Momoa) sui cui trascorsi il film è comunque meno avaro di informazioni rispetto alla versione cinematografica.

A godere di questo rinnovamento non sono però solo gli eroi, ma anche i villain. Pur continuando a non essere un personaggio particolarmente profondo e sfaccettato, Steppenwolf (Ciaràn Hinds) funziona molto meglio grazie a un design più spaventoso e d’impatto, che rende la sua figura più intimidatoria e la minaccia da lui rappresentata finalmente degna di essere presa sul serio, e soprattutto grazie alla scelta di non renderlo l’unico antagonista, bensì un emissario di un cattivo ancora più grande e pericoloso, il Nuovo Dio, Darkseid (Ray Porter): le interazioni di Steppenwolf con questi e con il suo lacchè Desaad (Peter Guinness), oltre che per gettare le basi per gli eventuali seguiti, risultano particolarmente importanti per lo sviluppo del personaggio, che qui emerge come più tormentato e spinto da motivazioni molto più personali della semplice brama di dominio e distruzione sommaria.

E nonostante sia limitato da un minutaggio scarso, anche lo stesso Darkseid ha modo di spiccare come personaggio: tralasciando le facilissime battute sulla sua somiglianza con Thanos (quando basterebbe una ricerca su Google per scoprire come questi sia stato creato tre anni dopo Darkseid, prendendo in parte ispirazione proprio da quest’ultimo, ma vabbè…), è interessante come Snyder sembri intendere il personaggio non come semplice cattivo, bensì come vera e propria definizione di male; una sorta di Satana interstellare a capo di un esercito di demoni intenzionato a fare del cosmo un’estensione del suo Inferno, un tentatore primordiale destinato a corrompere il simbolo di eroismo e speranza per eccellenza; citando Batman Begins di Christopher Nolan (che figura anche tra i produttori del film), “qualcosa di elementare e al tempo stesso terrificante”.

E come ciliegina sulla torta per quel che concerne i cattivi, Jesse Eisenberg e Jared Leto riescono in meno di cinque minuti a risultare molto più credibili di quanto fossero mai stati nei loro film di esordio nei rispettivi panni di Lex Luthor e del Joker.

 

Zack Snyder’s Justice League. Fonte: denofgeek

 

Snyder V Whedon: una questione di stile

 

Ma ancor più che dai personaggi, è da atmosfere, tratti stilistici, colonna sonora e gestione delle sottotrame che si nota maggiormente come le mani dietro alla realizzazione del film siano completamente diverse.

Riguardo all’aspetto visivo, possiamo dire che tra YouTube e Google Immagini ormai si è perso il conto delle foto e dei video che confrontano le scene tratte dalla versione di Whedon e i loro equivalenti dalla Snydercut, e probabilmente ne avrete anche visto qualcuno, ma tanto vale ribadirlo: la fotografia desaturata, le composizioni imponenti e monumentali, un maggior numero di inquadrature nelle scene d’azione, e CGI e design molto più curati al posto dei colori sgargianti, della regia anonima e delle scene d’azione tagliate e ricomposte in maniera improbabile (soprattutto nelle ultime fasi) rendono la Snydercut un’esperienza prettamente visiva molto più gradevole rispetto alla sua controparte cinematografica, ma soprattutto più coerente stilisticamente con i capitoli precedenti.

 

justice league snyder cut. Fonte: denofgeek

 

Altro elemento che contribuisce a dare colore (si fa per dire) e personalità a questo film è la colonna sonora. Pur volendo spezzare una lancia a favore del povero Danny Elfman, che si ritrovò a dover realizzare i brani per il film di Whedon in pochissimo tempo, è innegabile come questi fossero tutt’altro che memorabili, e come rendessero il film ancor più monotono di quanto già non fosse: tale monotonia viene completamente spazzata via dall’esplosiva colonna sonora di Junkie XL (alias Tom Holkenborg, già collaboratore di Snyder in Batman V Superman) che rimane piantata in testa allo spettatore come un’accetta (pensiamo in particolare al tema di Flash o alla versione riarrangiata di quello di Superman), e quando non ci riesce risulta comunque abbastanza tamarra (chiedo scusa per il termine poco tecnico) da accompagnare in maniera adeguata lo svolgimento degli eventi… eventi che prendono una piega totalmente diversa dal film del 2017.

Quella che all’inizio sembra sostanzialmente la stessa storia, ma con un comparto tecnico migliore e uno svolgimento più lento, nelle ultime fasi della vicenda si distacca completamente dall’originale, assumendo una propria identità anche come racconto. Dimenticate il Superman ridotto ad un deus ex machina al cui confronto gli eroi perdono qualsiasi utilità, le irritanti famiglie russe, i salvataggi di civili inesistenti, la sconfitta del cattivo plagiata da Il Re Leone e il finale tarallucci e vino in cui gli alberi fioriscono e gli uccellini cantano: preparatevi invece ad uno showdown epico e maestoso, in cui il potenziale di tutti i personaggi viene letteralmente scatenato, in cui ogni arco narrativo viene chiuso in maniera adeguata e in cui vengono gettate le basi per conflitti futuri ancora più devastanti… che ahimè, probabilmente non ci saranno.

 

Non è tutto oro quel che è desaturato

 

Ma per quanto sia più equilibrata, più coerente e più soddisfacente, l’esperienza della Snydercut non è comunque perfetta: per quanto ci fosse decisamente molto più da raccontare, l’intreccio non giustifica la durata di quattro ore, raggiunta anche grazie a scene inutili e superflue, alla presenza di inquadrature che aggiungono molto poco all’insieme e all’uso smodato di slow motion anche laddove non ce n’è bisogno.

Ma non è questo, né alcune ingenuità e forzature più o meno evidenti (come il fatto che Darkseid si sia dimenticato che il pianeta dell’anti-vita fosse lo stesso sul quale aveva perso le Scatole Madri) a costituire il difetto peggiore del film, bensì il fatto che si tratti di un’operazione cul-de-sac, destinata a non avere seguiti… o per meglio dire, il fatto che sia stata resa tale.

Questo articolo non vuole essere un apologia nei confronti di Snyder, o un attacco alla Warner, cerca solo di analizzare il prodotto e i suoi retroscena nella maniera più onesta possibile, e dire che il regista abbia completato la sua visione (come dichiarato dalla major negli ultimi giorni) è semplicemente falso: un numero incalcolabile di sottotrame lasciate aperte, indizi più o meno velati sulla piega che avrebbero dovuto prendere gli eventi e un intero epilogo realizzato in funzione dei capitoli successivi, rendono la Snydercut un’esperienza maledettamente incompleta, un assaggio di quello che aveva le potenzialità per diventare un brand capace di rivaleggiare con Marvel, un prodotto per il quale il pubblico sta mostrando un forte interesse ma a cui la Warner rifiuta di dare modo di svilupparsi davvero senza aver chiarito effettivamente il perché.

 

Zack Snyder’s Justice League. Fonte: screenrant

 

Sia chiaro, le divergenze creative tra major e regista sono la cosa più vecchia del mondo in ambito cinematografico, e nessuno vuole far passare Snyder come una povera vittima del sistema, ma ciò che mette Warner in cattiva luce agli occhi del pubblico è la mancanza di piani precisi per il futuro di quel DCEU dal quale si è deciso di escludere il regista: in altre parole la colpa di Warner non è tanto non aver messo in mano a Snyder il futuro del franchise, quanto il non aver proposto al pubblico una valida alternativa, continuando a dare l’impressione di navigare a vista, di non avere effettivamente ancora un’idea precisa su dove far andare questo universo cinematografico che da anni ha perso completamente coralità e coesione, e di non sapere che cosa fare di questi personaggi dal potenziale mastodontico.

E mentre sui social prosegue questa guerra tra fan che attaccano a colpi di hashtag e produzione messa sempre più in cattiva luce dalle dichiarazioni di addetti ai lavori stizziti dal trattamento ricevuto, a noi non resta che apprezzare quanto vi è di apprezzabile in Zack Snyder’s Justice League nella (forse) vana speranza che non sia finito tutto qui, e che la scelta di Warner impostare il suo franchise come un multiverso possa giovare ad un brand che finora ha conosciuto più passi falsi che chiarezza.

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