Wandavision: tra le risate e le lacrime 

Wandavision: tra le risate e le lacrime 
(Fonte: IMDB)

Se fosse uscito nel 2019, magari dopo Spider-Man: Far from Home, Wandavision sarebbe passato quasi inosservato: certo, sarebbe stato atteso, visionato e chiacchierato da un grande numero di spettatori, ma come buona parte dei prodotti del Marvel Cinematic Universe, si sarebbe goduto il suo quarto d’ora di popolarità prima di finire fagocitato dal brand di cui è parte, finendo per perdersi nella memoria del pubblico generalista nell’attesa del prossimo film o della prossima serie.

Ma così non è stato. Rinvio dopo rinvio, annuncio dopo annuncio, alla fine Wandavision ha esordito nel 2021, e questo l’ha posta in una posizione molto più complicata del previsto: è finita per diventare la prima serie distribuita da Marvel e Disney+ (onore che sarebbe dovuto spettare a The Falcon and the Winter Soldier), il prodotto che ha aperto la Fase 4 (onore che sarebbe dovuto spettare a Black Widow), ma soprattutto, è finita per diventare il primo prodotto del MCU dopo quasi due anni di assenza dagli schermi sia grandi che piccoli, cosa che ha gravato Wandavision di una responsabilità probabilmente troppo grande per lei, ma che al tempo stesso le permetterà forse di rimanere impressa nella mente degli spettatori più a lungo di quanto i suoi stessi autori auspicassero.

Ma è davvero bastato solamente che Wandavision rappresentasse il ritorno del MCU per renderla la serie più popolare degli ultimi mesi, oppure ci sono dei meriti effettivi aldilà dell’hype che ha suscitato nel pubblico? Dopo una settimana dall’uscita del finale di stagione (e forse di serie), e in attesa dell’arrivo di The Falcon and the Winter Soldier, vediamo di tirare le somme su questo esperimento di Casa Marvel, sugli elementi che lo hanno reso così apprezzato e quelli che hanno in parte pesato su un risultato finale che sarebbe potuto essere ancora migliore.

La rivalsa dei comprimari

L’Avenger Wanda Maximoff e suo marito, l’androide Visione, si sono appena trasferiti nella tranquilla cittadina di Westview. Nessuno sembra ricordare i catastrofici avvenimenti di Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame durante i quali Visione ha perso la vita per mano di Thanos, gli eventi si svolgono nel contesto idealizzato di una sitcom, e il tempo sembra scorrere in maniera innaturale: man mano che passano i giorni si passa da un’ambientazione ispirata ad una determinata epoca ad un’altra (si parte dagli anni ‘50 fino ad arrivare ai giorni nostri) e fenomeni come una gravidanza o la crescita di due bambini si compiono nell’arco di poche ore.

Gli spettatori di questo idillio tanto perfetto quanto straniante sono tre vecchie conoscenze del MCU: la scienziata Darcy Lewis (Kat Dennings), ex comprimaria della saga di Thor, l’agente dell’FBI Jimmy Woo (Randall Park) direttamente da Ant-Man and the Wasp, e una Monica Rambeau (Teyonah Parris) ormai cresciuta rispetto alla sua prima apparizione in Captain Marvel e divenuta un membro dello S.W.O.R.D., organizzazione governativa incaricata dell’osservazione delle cosiddette “armi senzienti”, che ha allestito un perimetro intorno a Westview nel tentativo di comprendere cosa abbia causato l’anomalia.

Gli elementi sui quali la serie punta maggiormente sono la metatelevisione e l’identificazione.

Fin dalle prime battute, la serie mette in chiaro che niente è come sembra. Dietro l’apparente serenità e pace nella quale sia noi che i protagonisti ci ritroviamo catapultati dalla prima puntata, si nasconde una realtà ben più complessa e più inquietante, che va svelandosi puntata dopo puntata con indizi sempre più grandi, mentre la narrazione si snoda tra omaggi alle grandi sitcom del passato, dal Dick Van Dyke Show a Modern Family passando per Malcolm in the Middle, e le indagini dello S.W.O.R.D., nei cui membri riconosciamo il punto di vista e le reazioni degli spettatori, da chi elabora improbabili teorie, a chi analizza le puntate frame dopo frame nel tentativo di cogliere qualche indizio, passando per chi semplicemente si lascia andare alla partecipazione emotiva.

Tra questi va segnalato in particolare il personaggio di Monica Rambeau, la quale, oltre a dare inizio al proprio arco narrativo da supereroina che proseguirà in Captain Marvel 2, si pone anche come il perfetto contraltare di Wanda: da un lato una donna che in seguito ad un grave lutto è costretta ad affrontare il dolore, e dall’altro una che ha subito qualunque tipo possibile di perdita e di sofferenza, ma che contrariamente a chiunque altro ha un’alternativa, una scorciatoia, la possibilità di piegare la realtà intorno a sé nel tentativo di zittire quel grido disperato che continua a straziarle l’anima.

Elizabeth Olsen as Wanda Maximoff in Marvel Studios’ WANDAVISION exclusively on Disney+. Photo courtesy of Marvel Studios. ©Marvel Studios 2021. All Rights Reserved.

Perchè sì, è Wanda la responsabile dell’anomalia di Westview: i suoi poteri (che qui scopriamo essere molto più grandi di quanto mostrato finora) le hanno permesso di costruirsi un guscio dorato tanto bello quanto falso, di ritagliarsi un piccolo angolino di realtà in cui il dramma più indicibile può essere dimenticato come un brutto sogno, in cui ogni momento difficile e ogni ostacolo per la felicità può essere rimosso come una scena tagliata da un montatore onnipotente, in cui respirare la meravigliosa staticità di una di quelle sitcom nella cui visione Wanda si rifugiava nei momenti difficili, per vivere anche solo pochi minuti in un mondo fatto di famiglie perfette e risate preregistrate che nessuna tragedia avrebbe potuto stravolgere.

Ma pochi minuti non bastano più. Ha accumulato troppo dolore e troppo potere per accettare semplicemente quanto il destino le ha riservato, e poco importa se ad andarci di mezzo sono dei cittadini innocenti, ridotti a marionette agonizzanti in una città schiava dei capricci di una dea pazza.

Ma scrittura eccelsa e drammi struggenti servono ben poco ad un personaggio se non sono sorretti da un’interpretazione efficace, ed Elizabeth Olsen si riconferma come la scelta più azzeccata per dare volto a Wanda Maximoff: tanto potente quanto fragile, tanto divertente quanto straziante, tanto dolce quanto spaventosa, la sua versatile interpretazione le permette di andare oltre il semplice ruolo del comprimario, di emergere come una delle più grandi star del MCU, e di porre ottime basi per un arco narrativo (che proseguirà in Doctor Strange in the Multiverse of Madness) destinato a rivelare il pieno potenziale di una Wanda ormai divenuta Scarlet Witch.

Ma tutto ciò non basta a relegare nell’ombra Paul Bettany, qui impegnato nell’interpretazione del miglior Visione mai visto nel MCU: dal suo frettoloso esordio in Avengers: Age of Ultron al suo apparente addio in Avengers: Infinity War (nel quale pur ricoprendo un ruolo centrale nella trama e pur essendo protagonista di uno degli archi narrativi più emotivamente forti del film risultava piuttosto sacrificato dal punto di vista dell’azione), in nessuna sua precedente apparizione l’androide aveva mai funzionato come in questa serie.

Se nelle sue inizialmente Visione era caratterizzato dal perenne equilibrio tra la fredda logica di una macchina e i non del tutto compresi sentimenti, tipici di quell’umanità alla quale aspirava, stavolta si trova in un equilibrio diverso: quello tra il ruolo che Wanda ha scelto per lui, quello dell’amorevole marito e padre di famiglia immerso in una routine che nemmeno capisce, e il suo vero ruolo, quello di un eroico essere umano artificiale alla costante ricerca della sua vera natura, anche se è quella di semplice ricordo, guidato dal desiderio di fare la cosa giusta, anche se ciò significa mettersi contro la sua amata Wanda.

Ma è nel finale che Bettany dà il meglio di sé, interpretando due personaggi diversi, speculari ma al tempo stesso opposti. Anzi, lo stesso personaggio, ma in due versioni diverse: da un lato il Visione di Westview, l’uomo, i suoi ricordi, i suoi sentimenti, la sua umanità, e dall’altro lato il Visione dello S.W.O.R.D., la macchina, il suo corpo rianimato, i suoi freddi circuiti, la sua implacabile potenza.

Entrambi sono Visione, e al tempo stesso nessuno dei due lo è davvero: un paradosso che gioca un ruolo fondamentale nella loro battaglia, una battaglia che spazia dal confronto fisico a quello logico, che culmina in un unione piuttosto che in una sopraffazione, e che è destinata a ritagliarsi un posto di diritto tra gli scontri più memorabili del MCU.

Da questa descrizione, Wandavision appare come un prodotto impeccabile, coerente con il franchise di cui è parte e con i fumetti dai quali prende spunto ma al tempo stesso innovativa, capace di incentrare la narrazione su personaggi secondari facendone dei protagonisti completi e affascinanti, e di gettare solide basi per archi narrativi futuri, ma allora cosa ha causato il malcontento e la delusione di una certa fetta di spettatori?

Lo scherzo è bello quando dura poco

Se da un lato Wandavision eredita alcuni tra i migliori pregi dei film del MCU, dall’altro lato è anche appesantita da uno dei loro difetti più ricorrenti: degli antagonisti dall’immenso potenziale sprecato.

Da un lato abbiamo Agatha Harkness, la quale emerge come la villain più riuscita della serie grazie al carisma della sua interprete Kathryn Hahn piuttosto che alla scrittura del personaggio, che contrariamente alla figura ambigua che è nei fumetti, qui si presenta come cattiva a tutto tondo dal background appena accennato e mossa dalla semplice sete di potere, per poi essere messa da parte senza tanti complimenti (sebbene il suo intervento sia fondamentale per comprendere la natura dei poteri di Wanda).

Ma se il trattamento riservato ad Agatha può essere in parte giustificato dal fatto che questa è solo la prima di una più lunga serie di apparizioni del personaggio, che avrà dunque modo di svilupparsi ulteriormente, molto più ingrata risulta la sorte toccata all’antagonista secondario, il direttore dello S.W.O.R.D. Tyler Hayward (Josh Stamberg).

Essendo sopravvissuto allo schiocco di Thanos, avendo vissuto l’orrore del Blip, ed essendosi posto l’obiettivo di evitare che l’umanità incorra in nuovi eventi apocalittici, tale personaggio aveva tutti i presupposti e le motivazioni per essere un nuovo “villain grigio” sulla scia dei vari Avvoltoio o Killmonger, un personaggio sì negativo, ma comunque con una sua etica e degli obiettivi a modo loro benevoli, che è disposto a raggiungere anche tramite metodi non condivisibili, un antieroe affascinante nella sua cupezza…
Sì, questo è quel che avremmo potuto avere.

Ciò che abbiamo effettivamente avuto invece, è stato l’ennesimo, generico e arcigno agente governativo che odia i superumani, un personaggio privo di spessore che gode nell’essere cattivo senza mezzi termini, al punto da arrivare a tentare di uccidere due bambini, per poi essere tolto di mezzo nel modo più becero possibile (e nel disperato tentativo di dare a Darcy un ruolo che non sia quello del comic relief).
Quella di Hayward è solo una delle varie sottotrame che la serie chiude fin troppo frettolosamente nell’ultimo episodio, da quella di Visione Bianco, che una volta recuperati i suoi ricordi fugge senza che se ne sappia più nulla, a quella del “finto Pietro”, ma ci arriveremo…

Ma di antagonisti piatti e sottotrame chiuse senza tanti complimenti ne abbiamo avuti tanti nel MCU, quindi quale elemento può aver suscitato un così forte malcontento in così tanti fan, delusi da un finale a loro dire troppo scarno?
La risposta è tanto semplice quanto strana: i fan stessi.

Come abbiamo detto, una serie di elementi ha posto Wandavision in una posizione fin troppo complessa: era il grande ritorno del MCU dopo tanto, troppo tempo, e i fan si aspettavano l’introduzione di molto più materiale ed elementi per il futuro del franchise, anche se poco coerenti con la storia che stava venendo raccontata.

Da Mephisto a Dr. Strange, da Reed Richards ai mutanti, passando per l’immancabile multiverso, gli improbabili protagonisti delle fantasiose teorie dei fan sono stati incalcolabili.

Non che la colpa sia tutta da attribuire al fandom sia chiaro: lo staff della serie dal canto suo ha impiegato ogni mezzo possibile, da specifiche dichiarazioni degli attori a scelte di casting ben mirate, per alimentare le teorie e le aspettative dei fan, solo per poi rivelare l’ennesima trollata.
L’esempio più evidente è il “finto Pietro”: era inevitabile che la scelta di Evan Peters (già interprete del personaggio di Quicksilver nella saga degli X-Men), per interpretare una nuova versione del personaggio all’interno di Westview alimentasse le teorie sull’introduzione di quel multiverso millantato fin da Spider-Man: Far From Home, ma se nello specifico caso dell’Arrampicamuri lo scherzo poteva risultare divertente (oltre che coerente con la natura ingannatrice del villain Mysterio), stavolta è semplicemente stucchevole e irritante.

Ma facciamo finta che tutto questo non ci sia stato, cerchiamo di ignorare le aspettative ipertrofiche dei fan e le dichiarazioni fuorvianti degli addetti ai lavori. Il finale di Wandavision funziona?

La risposta è sì.Un finale forse troppo “classico” per una serie che ha fatto della diversità rispetto agli altri cinecomics il proprio marchio di fabbrica, ma che funziona in relazione a ciò che è stato raccontato negli episodi precedenti, ai personaggi che dovevano essere approfonditi e al tema che questa serie affronta: l’accettazione.
L’accettazione della realtà per quanto sia in contrasto con i nostri desideri. L’accettazione del dolore per quanto sia straziante. L’accettazione della propria natura, che sia quella di semplice costrutto di una mente in frantumi o di strega dal potenziale sconfinato.

Laddove sarebbe stato molto più semplice far impazzire Wanda e farla passare al lato oscuro trasformandola in una nuova minaccia generica, la serie adotta una scelta più complessa e coraggiosa, optando per la maturazione del personaggio, facendola finalmente scendere a patti con la propria sofferenza, per poi farla procedere, come il MCU, verso una nuova fase, una fase forse migliore, forse peggiore, ma sicuramente diversa, e anche solo per questo, varrà la pena assistere ai futuri sviluppi.

 

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