Aspettando la Fase 4: Dieci occasioni in cui il Marvel Cinematic Universe ha lasciato il segno

Aspettando la Fase 4: Dieci occasioni in cui il Marvel Cinematic Universe ha lasciato il segno
(Fonte: Vigamus Academy)

Che ne siate fan accaniti o detrattori intransigenti, non potrete negare l’impatto che il Marvel Cinematic Universe (abbreviato in MCU) ha avuto sul cinema d’intrattenimento e sul modo di intenderlo: il franchise più redditizio della storia del cinema ci ha dimostrato che elaborare una continuity complessa come quella dei fumetti che attraversi decine di film, ambientare svariati franchise all’interno di un unico universo narrativo, dedicare pellicole dal budget elevato a personaggi estremamente sottobosco, e ottenere comunque uno stratosferico successo di pubblico e di critica è possibile.

E le major hollywoodiane hanno dimostrato in questi anni di aver ampiamente compreso la lezione impartitagli da Kevin Feige e soci, tanto che negli ultimi anni sono sorti nuovi universi cinematografici, nel mai del tutto riuscito tentativo di replicare il successo della Casa delle Idee, dal claudicante DCEU (DC extended universe), all’esordiente Monsterverse, passando per il clamoroso fallimento del Dark Universe.

Con tredici anni di lavoro alle spalle, ventitré film all’attivo, e una serie di elementi ricorrenti tanto necessari per rendere i film riconoscibili e fruibili per un pubblico vasto, quanto a lungo andare monotoni e prevedibili (colori sgargianti, tanto umorismo e scene d’azione pirotecniche ed ipercinetiche), è inevitabile che non tutte e ventitrè le ciambelle siano riuscite con il buco, ma il successo di pubblico è rimasto sempre una costante, e questo non sarebbe stato possibile se tra tanti prodotti puramente commerciali (e alcuni davvero deludenti) non fossero state presenti alcune vere e proprie perle che hanno contribuito ad elevare il genere cinecomics a qualcosa di più elevato di una semplice macchina da soldi fatta per intrattenere le famiglie.

Per questo, in occasione della ripartenza del MCU e della fase 4 con “WandaVision” (e nella speranza che “Black Widow” non venga ulteriormente rinviato) noi di 2duerighe vogliamo ripercorrere le sue prime tre fasi, per riscoprire i dieci prodotti di questo brand che hanno avuto più impatto sul pubblico e sull’industria cinematografica, e magari comprendere cosa esattamente lo abbia reso il franchise più redditizio della storia del cinema.

10) Spider-man: Homecoming (2017)

Davvero il miglior Spider-man di sempre?

A detta di chi scrive, il primo lungometraggio dedicato al Peter Parker di Tom Holland non è esattamente la punta di diamante del MCU, e anzi, ritiene che il suo seguito “Spider-man: Far From Home” gli sia di gran lunga superiore: un’atmosfera fin troppo scanzonata (anche per un film con protagonista un adolescente), collegamenti con il resto del MCU troppo stretti perché questa nuova iterazione del personaggio assuma una propria identità riconoscibile, e un protagonista che per buona parte del film sembra agire per mitomania e per riconoscimento da parte della gente e degli altri eroi, più che spinto dalla massima di zio Ben (mai neanche nominato all’interno del MCU) “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, finiscono per penalizzare questo film, collocandolo in fondo alla lista. E allora perché includerlo?

Essenzialmente per tre motivi.

Il primo è che al di là di tutti i difetti, questo film segna un traguardo fondamentale per il MCU, in quanto grazie ad una collaborazione senza precedenti tra Sony e Disney fu possibile ambientare nell’universo cinematografico un film dedicato ad un personaggio che fino a soltanto tre anni prima aveva ancora una propria saga cinematografica standalone in corso, e non un personaggio qualsiasi, bensì il più amato dell’universo Marvel.

Il secondo è l’antagonista: in un universo cinematografico in cui il difetto più ricorrente sembrano essere i villain, spesso macchiettistici e monodimensionali, l’Avvoltoio di Michael Keaton risulta essere una piacevolissima scoperta. Carismatico, crudele ma non tanto da sfociare nello stereotipo, e guidato da motivazioni condivisibili e da un distorto senso della morale, a fare la fortuna di questo villain è la sua natura fortemente umana: non è un alieno che vuole conquistare il mondo, né un miliardario corrotto con risorse inarrivabili, è semplicemente un uomo qualunque disposto ad infrangere la legge pur di garantire futuro e stabilità alle persone che ama, cosa che gli conferisce una dimensione quasi antieroica, e fornisce un efficace contraltare al senso di responsabilità di Spider-man.

Il terzo (e principale) motivo che garantisce al film di Jon Watts un posto in questa lista, invece, è che nonostante non rappresenti in maniera ottimale lo spirito del personaggio (se non nell’ultimo atto), rappresenta al 100% quello che era lo spirito della testata fumettistica che lo vede protagonista: la rappresentazione di una generazione.

Che il Peter Parker di Tom Holland sia troppo infantile, che abbia un legame troppo stretto con Tony Stark, che si affidi troppo ad armi high tech, che non sia effettivamente dotato del senso di responsabilità che lo contraddistingue… Che siano i fan accaniti a lamentarsene! Di tutto questo importa ben poco al pubblico medio, specialmente quello adolescente, perché in questo Spider-man ha trovato qualcosa di più importante della fedeltà ai fumetti: un personaggio nel quale riconoscersi. Dalla noia della routine quotidiana al desiderio di buttarsi nella mischia e lasciare il proprio segno nel mondo, dall’innocenza dei primi amori al timore di deludere le aspettative degli altri, passando per il modo di intrattenersi, il Peter Parker di Tom Holland ripropone sullo schermo in modo fedele e realistico le abitudini, l’entusiasmo, le frivolezze e le ansie di un’intera generazione di teenagers, e non una generazione qualsiasi: una generazione di ragazzi che furono bambini mentre nelle sale veniva proiettato il primo Iron-man, e che ora, come Peter Parker, cercano di trovare la propria dimensione in un mondo sempre più folle.

Al di là di ogni difetto, lo Spidey di Tom Holland è riuscito ad offrire al pubblico qualcosa che nemmeno il tutt’ora ineguagliato Spider-man di Sam Raimi era riuscito ad offrire: la possibilità per i ragazzi di alzare gli occhi al cielo e immaginarsi Spider-man, esattamente ciò che trovarono i teenagers degli anni ‘60 leggendone le avventure su quegli albi firmati “Stan Lee”.

Per questo il primo stand alone dedicatogli merita di essere annoverato in questa lista.     

9) Captain America: Civil War (2016)

E tu da che parte stai?

“Captain America: the Winter Soldier” dei fratelli Anthony e Joe Russo, aveva sdoganato la possibilità che tra i lungometraggi del MCU, un franchise da sempre associato ad un pubblico infantile, potessero esserci film più cupi, più maturi, e dalla trama più complessa, e il suo seguito “Captain America: Civil War”, degli stessi autori, proseguiva sugli stessi binari: il terzo film dedicato alla sentinella della libertà infatti, trattava argomenti complessi e delicati quali il terrorismo e la sicurezza, e lo faceva in un periodo in cui tali argomenti erano al centro del dibattito internazionale a causa di tragici eventi come gli attentati di Parigi del 2015.

A ciò si aggiunge un’ulteriore evoluzione del personaggio di Steve Rogers, ormai sempre più distante dalla figura fin troppo ingenua e idealistica presentataci nei film della Fase 1. Il Capitano Rogers non è più quel ragazzino mingherlino che odiava gli spacconi da ovunque provenissero, e non è nemmeno più quell’eroe di guerra odioso nella sua inarrivabile perfezione e insopportabile nella sua totale mancanza di difetti e di dubbi: è una figura molto più ruvida e disillusa, che passa la vita a combattere senza più riuscire a capirne del tutto il perché, che è stata delusa da quelle istituzioni che prima rappresentava con fierezza, e che pur di rimanere ancorato all’unico amico che gli è rimasto della sua vita passata è disposto a ignorare quegli stessi ordini che prima eseguiva.

E parallelamente all’evoluzione del personaggio di Chris Evans, assistiamo al progredire speculare del suo perfetto contraltare, l’Iron-Man di Robert Downey Jr:  in questo film ancora più che in quelli che lo vedono protagonista, un Tony Stark sempre meno spaccone ed esibizionista si ritrova a fare i conti con i suoi traumi e le sue celate fragilità, tornate a farsi sentire sempre più prepotenti dopo gli eventi di “Avengers: Age of Ultron”, dai quali è uscito più consapevole del suo ruolo e delle sue responsabilità, ma al tempo stesso più paranoico, con più paura di sbagliare, con sempre meno fiducia negli altri e in sé stesso.

Che si tifi per la fazione di Cap o quella di Iron-Man, è inevitabile appassionarsi al conflitto che si sviluppa tra queste due figure tra dilemmi etici e questioni personali, tra ostilità represse e tentativi di riavvicinamento, fino a una completa spaccatura orchestrata da un antagonista più nell’ombra rispetto a molti altri, ma non per questo meno interessante, essendo in un certo senso il rappresentante dell’altra faccia di quell’umanità grata agli Avengers, quella che si ritrova ad essere vittima dei conflitti e dei capricci dei suoi stessi eroi.

La ciliegina sulla torta poi è il modo in cui la miniserie fumettistica “Civil War” di Mark Millar e Steve McNiven viene sapientemente adattata al MCU, e allo sviluppo dei suoi protagonisti: i due schieramenti che si contrappongono all’interno del film si compongono in maniera coerente sia con lo spirito dell’opera di originale (riassumibile nell’espressione di Alanmooriana memoria “who watches the watchmen?”) che con la caratterizzazione che tali personaggi hanno ricevuto nel corso dei film, da una Natasha Romanoff intenta a riguadagnare la fiducia della gente ad un Sam Wilson ciecamente fedele al suo capitano, passando per un Visione in costante equilibrio tra la fredda logica e i sentimenti sempre più forti per la collega Wanda Maximoff, a sua volta desiderosa di fare del bene a quella stessa gente che però (citando Visione stesso) non riesce a fare a meno di temerla, il tutto coronato dall’esordio di Spider-Man e Black Panther.

8) Captain America: the Winter Soldier (2014)

Alzare la posta in gioco

E dopo aver parlato del terzo film sulla sentinella della libertà,  parliamo del suo predecessore, quello che ne ha impostato le atmosfere e le dinamiche, il primo film che ha reso davvero grande Captain America al cinema, e che ha dimostrato al pubblico e all’industria, che il cinecomic serio, maturo e realistico (nei limiti del franchise) poteva farlo anche il MCU, e non solo Christopher Nolan.

Le aspettative per “the Winter Soldier” non erano certo ai massimi storici: “Captain America: il Primo Vendicatore” era stato un film gradevole, ma dimenticabile, e le ultime due produzioni dei Marvel Studios “Iron-Man 3” e “Thor: the Dark World” erano state accolte in modo tiepido dalla critica (e massacrate da parte del pubblico), ma forse furono proprio le basse aspettative dell’audience a favorire il fortissimo impatto di questo film, che dimostrò a tutti che il MCU aveva ancora molto da dire.   

Partiamo dal protagonista. Quello che fino ad allora era forse l’eroe meno interessante e complesso del franchise, troppo perfetto fisicamente e moralmente perché fosse possibile immedesimarvisi, diviene una figura molto più tridimensionale, con meno certezze e più dubbi, in difficoltà nel conciliare la sua mentalità figlia di un’epoca apparentemente più semplice, in cui il confine tra bene e male era molto più netto, con la scala di grigi che è il mondo di oggi, un uomo che vuole combattere per ciò che è giusto senza essere più certo di cosa sia giusto, e che si ritrova ad entrare in conflitto con gli interessi di quello stesso paese che rappresenta.

E quale miglior contraltare per un eroe nazionale che si rifiuta di essere un servo delle istituzioni, di un uomo privo di memoria e identità ridotto ad uno schiavo dai suoi nemici? Nonostante il minutaggio riservatogli sia relativamente poco, il Bucky Barnes che si cela sotto la maschera del Soldato d’Inverno riesce comunque a rimanere bene impresso nella memoria del pubblico grazie alla sfumata performance di Sebastian Stan, dalla quale traspaiono al tempo stesso feroce determinazione e innocente inconsapevolezza, la spietata efficienza di una macchina da guerra e il tormento di un uomo ridotto ad una marionetta da degli antagonisti dei quali, pur riconoscendone le azioni come malvagie, riusciamo comunque a comprendere le motivazioni.

E in effetti proprio in questo sta la vera bellezza di questo film, nell’ambiguità, nel dilemma morale, nella consapevolezza che buoni o cattivi che siano, tutti i personaggi coinvolti abbiano delle ottime motivazioni per fare quello che fanno, e nel dubbio che continua a stimolare la riflessione negli spettatori anche a film finito: se si potesse veramente mettere fine ad ogni minaccia per la pace premendo un interruttore, rinunciare alla libertà per la sicurezza, portare ordine nel mondo a costo di una parte dei suoi abitanti, che cosa faremmo? Ovviamente non c’è una risposta certa, e forse è questa la parte inquietante…

7) Black Panther (2018)

Quando il cinecomic incontra l’attualità

Uno di quei film a proposito dei quali sembrano non esistere mezzi termini. Ogni volta che semplicemente lo si cita, il pubblico si spacca tra chi lo osanna come un capolavoro privo di difetti e chi lo liquida come un pastrocchio sopravvalutato dai cultori del politicamente corretto. Chi vi scrive non può far altro che invitarvi a non seppellirlo e non santificarlo a priori, e a guardarlo per farvi la vostra idea, ma noi non siamo qui per dare un voto a questo film, bensì per capire perché abbia avuto un impatto così dirompente: molti detrattori liquidano la questione dicendo che semplicemente ha avuto successo per il cast formato prevalentemente da attori di colore, per l’ambientazione in Africa, e per una presunta apologia della comunità afroamericana, e che ora, in seguito alla prematura scomparsa del protagonista Chadwick Boseman, sia irrimediabilmente asceso al grado di film perfetto e intoccabile a causa del buonismo ipocrita che emerge ogni volta che muore una celebrità, ma la questione è molto più complessa.

Il film è ambientato nel Wakanda, nazione africana fittizia dell’universo Marvel, il cui territorio è ricolmo di vibranio, metallo altrettanto fittizio dotato di estrema resistenza e versatilità, che ha permesso ai wakandiani di sviluppare una tecnologia ineguagliata e tenuta segreta al resto del mondo.

Il Wakanda è un’ambientazione tanto esotica quanto avveniristica, tanto tribale quanto futuristica, tanto affascinante quanto misteriosa, ma non è tutt’oro quel che luccica (o in questo caso, vibranio): quel che emerge è un paese che, pur nel suo progresso scientifico, resta paradossalmente e fanaticamente attaccato alle proprie tradizioni, anche quando seguirle comporterebbe voltare le spalle al resto del pianeta, e sarà proprio l’indifferenza del Wakanda verso gli altri paesi l’elemento scatenante della genesi dell’antagonista del film, interpretato da uno straordinario Michael B. Jordan.

Il suo Killmonger è un personaggio che affonda le proprie radici nell’America del Black Lives Matter, le cui motivazioni, pur nel loro estremismo, risultano maledettamente comprensibili e attuali.

Ed è proprio questo che definisce il re T’Challa come eroe per il mondo, e non solo per il suo Wakanda: la sua capacità di opporsi al suo nemico così come alla negligenza del suo stesso paese, di distinguere ciò che è considerato giusto da ciò che è davvero giusto, cosa che lo porterà nel finale ad applicare il detto “da grandi poteri derivano grandi responsabilità” su scala nazionale.

E proprio da questo finale emerge l’elemento che distingue maggiormente T’Challa da tanti altri eroi: T’Challa non è semplicemente un supereroe o un re, T’Challa è prima di tutto un politico, e le dinamiche che ciò comporta sono un qualcosa di totalmente inedito per il genere cinecomics.

Ciò giustifica il successo del film di Ryan Coogler? Il clamore suscitato? Una candidatura agli Oscar come miglior film? Forse no, ma a noi non rimane altro che godere di quanto vi è di oggettivamente bello in questo film (dalle performance degli attori alla colonna sonora di Ludwig Goransson e Kendrick Lamar) e sperare che l’assenza del compianto Chadwick Boseman non pesi troppo sul sequel attualmente in lavorazione.

6) Guardiani della Galassia (2014)

Una prova di forza

Torniamo al 2014, quando dopo il successo di “Captain America: the Winter Soldier” le sale furono nuovamente travolte da un uragano targato Marvel Studios: i Guardiani della Galassia di James Gunn. Ma è davvero bastato solamente mettere dei coltelli in mano a Batista e piazzare un albero umanoide e un procione parlante sulla locandina per sfornare un successo, oppure c’è sotto un qualcosa di più profondo?

Per comprendere davvero questo film, bisogna partire da un presupposto: il film di James Gunn non parla di eroismo, né di epiche imprese, né di incredibili civiltà aliene… O meglio, questi elementi sono presenti, ma, come la colonna sonora composta da brani pop anni 70/80 nel walkman di Peter Quill, sono semplicemente un corollario per quella che è la vera essenza del film: “Guardiani della Galassia” tratta di solitudine, compagnia, sconfitta, e rivalsa.

I personaggi messi in campo da Gunn sono assurdi nell’aspetto, nella caratterizzazione e nel modo di esprimersi, ma sotto questa apparenza grottesca, si nascondono storie tragiche e anime malinconiche: che si tratti di famiglie perse, infanzie rubate o di tormenti esistenziali, ognuno dei cinque protagonisti ha il proprio dramma da nascondere sotto maschere fatte di un umorismo quasi pirandelliano.

E proprio l’umorismo è l’elemento chiave di questo film, un umorismo estremamente diverso da quello fino ad allora proposto dai Marvel Studios, molto più ruvido, sottile, tagliente, che talvolta arriva addirittura ad includere scurrilità e riferimenti sessuali, ma perennemente accompagnato da un latente senso di malinconia e nostalgia che emerge del tutto soltanto quando i personaggi decidono di smettere di essere semplicemente degli sfigati e di cogliere l’occasione che gli ha dato la vita per fare molto di più.

Ma perché questo film rappresenta una prova di forza per i Marvel Studios? Perchè questo film ha dimostrato che non importa che i protagonisti del tuo film siano sconosciuti a gran parte del pubblico, che siano considerati superflui anche dagli stessi lettori di fumetti: se il tuo film è valido, se è in grado di comunicare qualcosa agli spettatori, lo è indipendentemente dal suo protagonista, e se negli anni la Marvel è riuscita a trasporre con successo personaggi come Ant-man e il Dr. Strange, lo deve anche ai Guardiani della Galassia di James Gunn.

5) Guardiani della Galassia Vol. 2 (2017)

Superare sé stessi

Qualcuno si stupirà di questa scelta: perché collocare il secondo film dedicato al team più folle del cosmo Marvel un gradino sopra al primo? La risposta è semplice: “Guardiani della Galassia Vol. 2” fa letteralmente tutto quello che un seguito degno di questo nome dovrebbe fare, ossia riproporre gli elementi che hanno reso grande il primo capitolo e renderli migliori. Dall’azione ai colori, dai comprimari agli antagonisti, dalle risate ai pianti, tutto in questo secondo capitolo è più intenso rispetto al primo: un James Gunn mai lasciato del tutto a briglia sciolta dall’implacabile PG-13 della Disney, ha ormai trovato la propria cifra stilistica con questi personaggi che avrebbe tutto il diritto di considerare le sue creature, visto che li ha resi più grandi di quanto nessun fumetto dedicato loro abbia mai fatto, e laddove il primo capitolo (o per meglio dire, volume) trattava il tema della solitudine e della compagnia, questo seguito si spinge oltre affrontando il tema della famiglia, grazie al quale scaviamo ulteriormente nella psiche di personaggi ormai indissolubilmente legati tra di loro, ma che non per questo hanno esaurito le cose da dire.

In questo senso è indicativo che i protagonisti vengano divisi per coppie: che siano formate da personaggi affini, speculari o del tutto opposti, è tramite tali appassionanti interazioni che i nostri protagonisti vengono sviluppati ulteriormente.

Dal complicato rapporto di sorellanza tra Gamora e Nebula, ad un Drax che rivede la figlia perduta nell’innocenza di Mantis, passando per un Rocket nell’atto di scoprirsi più umano di quanto vorrebbe rivedendo sé stesso nel burbero Yondu, fino all’inevitabile conflitto tra Star-Lord e suo padre Ego, interpretato da un Kurt Russell tanto inquietante quanto tragico nei suoi folli tentativi di dare un senso alla sua esistenza interminabile, e nella sua incapacità di dare valore a qualunque cosa non rientri nella dimensione dell’eternità.

E in mezzo a tutto questo, Baby Groot: un personaggio solo apparentemente superfluo, piazzato sullo schermo per intenerire gli spettatori e far vendere giocattoli e magliette, ma che in realtà rappresenta metaforicamente lo status di questo agglomerato di folli personaggi che, nel corso del film, prenderanno sempre più coscienza di sé stessi e di quanto servano gli uni agli altri, fino a comprendere di essere ormai una famiglia… Folle e disfunzionale, sì, ma pur sempre una famiglia, il che è molto meglio di un’eternità vissuta nella solitudine.

4) The Avengers (2012)

La rivoluzione di un genere

Da molti considerato la vera pietra di fondazione del MCU, il film diretto da Joss Whedon ha dimostrato un qualcosa che oggi riteniamo scontato, ma che ai tempi appariva come un’audacia senza precedenti, ma senza la quale gli incredibili successi giunti successivamente e illustrati in questa lista non sarebbero stati possibili: realizzare un crossover tra ben quattro saghe diverse e consolidare le basi di un universo narrativo condiviso senza ottenere un risultato confusionario è davvero possibile.

In questo film, le saghe di Iron-man, Hulk, Thor e Captain America si incontrano, e gli elementi portanti di ognuna di queste si incastrano alla perfezione tra di loro e si sviluppano ulteriormente tra elementi inediti, come la prima volta di Mark Ruffalo nei panni di Bruce Banner (purtroppo la sua unica performance davvero rilevante all’interno del MCU), e strizzatine d’occhio ai fumetti: impossibile non appassionarsi ai battibecchi tra Tony Stark e Steve Rogers, agli scontri tra superumani scatenati da malintesi o da lavaggi del cervello, o al Loki di Tom Hiddleston, la cui performance è forse meno sfumata e intimista di quella mostrata in quel primo “Thor” del 2011, ma che pur in questa veste di cattivo più classico, trasuda carisma e stile come in poche altre occasioni all’interno del MCU.

Altri elementi come scene d’azione spettacolari e per l’epoca senza precedenti nell’ambito dei cinecomics, comprimari memorabili come Phil Coulson, e la colonna sonora di Alan Silvestri, il cui tema principale è ormai divenuto un classico riconoscibile quanto quelli di Batman o Superman, fanno di questo film, che per i canoni dei crossover attuali risulterebbe addirittura circoscritto, un momento di pura svolta per il franchise e per il genere stesso.

3) Avengers: Infinity War (2018)

Le fatiche di Thanos

Grazie ai Marvel Studios, ormai ci siamo talmente abituati al crossover da reputarlo una cosa scontata, ma gestirne uno non è mai uno scherzo. Il rischio di un mancato equilibrio tra i personaggi, e che qualcuno prendesse il sopravvento rispetto agli altri era perennemente dietro l’angolo già durante la lavorazione del primo “Avengers”, che, ricordiamolo, aveva “solo” sei protagonisti e costituiva un crossover tra “solo” quattro saghe: immaginate quanto possa aumentare questo rischio quando le saghe che si incontrano sono ben sette, e gli eroi coinvolti sono più di venti.

La soluzione scelta dai fratelli Russo può sembrare paradossale, ma era l’unica possibile affinché il terzo capitolo della saga degli eroi più potenti della Terra non divenisse caotico e confusionario. Lasciare che l’antagonista (ciò che nella maggior parte dei film del MCU rappresenta l’elemento più debole) prendesse totalmente il sopravvento rispetto agli altri personaggi, e non un antagonista qualunque, un antagonista che sulle pagine dei fumetti è stato al centro di alcune tra le migliori saghe mai prodotte dalla Casa delle Idee, un antagonista il cui solo nome è sempre stato un cattivo presagio all’interno del MCU, ma che in questo film emerge come vero protagonista, un antieroe tragico e profondo come pochi altri, e che fin dalle sue apparizioni nei trailer si è ritagliato di diritto un posto di rilievo nell’immaginario collettivo: Thanos, il titano pazzo interpretato da Josh Brolin.

L’intreccio si sviluppa intorno alla folle missione di Thanos, raccogliere le sei gemme dell’infinito, artefatti presentatici nei vari film del MCU che, radunati insieme, garantiscono al possessore l’onnipotenza, per uccidere con uno schiocco di dita il 50% di tutte le creature viventi nell’universo, in modo che la vita non venga lasciata proliferare incontrollata fino a consumarne interamente le risorse: da questo incipit si sviluppano le varie sottotrame che ci ritroveremo a seguire nel corso del film, ognuna avente per protagonista un diverso gruppo di eroi, ognuno di questi accomunato dall’obiettivo di fermare Thanos, ma come già detto, è a lui che viene riservata gran parte del minutaggio.

Dall’intimidatoria sequenza iniziale sulla nave degli asgardiani agli spettacolari combattimenti su Titano, dalla rivelazione delle sue motivazioni alle lacrime di dolore per l’atroce sacrificio che dovrà effettuare per ottenere una delle gemme, quello che va definendosi sullo schermo scena dopo scena è un personaggio completo e sfaccettato, epico nella sua sofferenza, lucido nella sua pazzia, umano nella sua mostruosità, guidato da un distorto senso di morale, eroismo e compassione che rendono il suo agire comprensibile agli occhi dello spettatore, che assiste allo svolgersi di questa impresa dalle proporzioni mitologiche fino ad accettare la vittoria di Thanos come l’unica conclusione possibile: poco importa se il suo obiettivo è l’annichilimento, quanto sia galvanizzante il percorso di vendetta di Thor, quanto sia struggente l’arco narrativo di Visione, o quanto sia tremendo vedere metà degli eroi che uno dopo l’altro, lentamente ma inesorabilmente, si dissolvono nel nulla…

Saranno anche loro i buoni, ma non sono loro i protagonisti, non è con loro che abbiamo empatizzato, non sono le loro imprese che abbiamo seguito per tutto il film: adesso tocca a Thanos, adesso è lui il protagonista, adesso è la sua impresa quella che si compie, ed è giusto che sia arrivato il suo momento di gloria… E che momento signore e signori.

2) Avengers: Endgame (2019)

L’Omega…

Il finale della cosidetta “infinity saga”.

Un finale che guarda fortemente al passato, ma al tempo stesso propone qualcosa di nuovo.

Un finale spettacolare e grandioso dal punto di vista visivo e dell’azione, ma che al tempo stesso si pone come uno dei capitoli più intimisti del franchise.

Un finale che tira le somme di quanto visto finora, e ci introduce ad un’altra, diversa fase di questo percorso.

Dopo il trionfo di Thanos, è il momento di tornare a concentrare l’attenzione sugli eroi, soltanto per ritrovarli come non li avevamo mai visti prima d’ora: sconfitti e devastati, dopo che il più grande e spaventoso nemico che abbiano mai affrontato li ha colpiti in un momento di mancata coesione, sconvolgendo irrimediabilmente quell’universo che avevano giurato di difendere, e che dopo un disperato tentativo di rimettere a posto le cose tramutatosi in un’inutile vendetta, sono costretti a fare i conti con il loro fallimento e con la loro umanità.

Da chi cerca ancora di fare qualcosa di buono per un mondo ormai irriconoscibile, a chi è stato consumato dal dolore, passando per chi, nonostante tutto, quel dolore è riuscito a superarlo trovando finalmente la serenità, tutti sono in qualche modo cambiati dopo quella devastante sconfitta. Ma quando alla loro porta si presenta una speranza concreta di rimediare ai loro errori, tutti gli eroi rimasti mettono da parte le proprie divergenze e si imbarcano in una missione che porterà loro a confrontarsi con il loro passato per salvare il proprio futuro, e noi spettatori a ripercorrere alcuni dei momenti salienti dei film passati.

Dopo incontri con vecchie conoscenze, paradossi temporali, situazioni improbabili e tremendi sacrifici, i protagonisti riescono finalmente nella loro impresa disperata, attirando però l’attenzione di quello stesso nemico che li aveva sbaragliati. Ma stavolta è diverso: stavolta sono uniti, stavolta sono in pace con sé stessi e con gli altri, stavolta sono davvero pronti ad affrontare la loro battaglia definitiva, una battaglia che si sviluppa in un crescendo di azione, spettacolo visivo, ed emozionanti rimandi al passato, in cui ogni singolo personaggio appare al massimo del proprio potenziale, e che si chiude con quello stesso “Io sono Iron-man” che undici anni prima aveva segnato l’inizio di questo percorso.

Ed essendo questo il finale dell’Infinity Saga, è giusto che in questo film si chiudano gli archi narrativi dei suoi due veri protagonisti, due personaggi così simili e al tempo stesso opposti, la cui estrema diversità è stata perennemente al centro di tutti questi crossover: Iron-man e Captain America, o meglio, Tony Stark e Steve Rogers.

Laddove uno ha vissuto buona parte della propria vita nella superficialità e nell’arroganza, l’altro è sempre stato guidato dall’altruismo e contraddistinto dalla propria nobiltà d’animo, laddove l’uno è divenuto sempre più maturo e consapevole battaglia dopo battaglia, l’altro è passato dal rappresentare un intero paese all’avercelo contro, e laddove uno raggiunge il proprio apice nel sacrificio definitivo, l’altro ottiene finalmente la propria ricompensa da parte di una vita che gli ha preso molto più di quanto gli ha dato.

Il MCU andrà avanti, ma il loro percorso si chiude qui, e lo fa nel modo migliore possibile.

1) Iron-man (2008)

… e l’Alpha

Il MCU è diventato negli anni il franchise più redditizio della storia del cinema, ha rilanciato le carriere di molti grandi attori e ne ha portati altri alla ribalta, i suoi personaggi sono entrati nell’immaginario collettivo e ogni volta che i Marvel Studios annunciano un nuovo progetto i fan di tutto il mondo iniziano ad attendere con trepidazione.

Ma ogni grande percorso comincia da un primo passo, e il primo passo di Kevin Feige e compagnia è stato il primo “Iron-man”: il primo capitolo di un racconto che va avanti da quasi tredici anni, il primo atto di un’operazione commerciale che all’epoca sembrava una follia, un successo di critica e di pubblico non scontato, vista la scelta di dedicare un film a Tony Stark, personaggio all’epoca tutt’altro che amato, e di farlo interpretare a Robert Downey Jr. a quei tempi al centro di varie polemiche a causa dei suoi problemi con la droga, ma che invece ha permesso ad entrambi di riconquistare il pubblico, tramite un’interpretazione che restituisce su schermo tutta l’arroganza e l’egocentrismo tipici della controparte cartacea, mitigati dalle battute taglienti e dal carisma che Downey Jr. trasuda dal primo all’ultimo fotogramma.

Un film godibile e divertente nella sua estrema semplicità, sul quale in fin dei conti c’è relativamente poco da dire, e che oggi vedremmo come uno dei tanti cinecomics dei primi anni 2000 se non fosse stato solo l’inizio di un universo cinematografico che ha cambiato definitivamente il cinema d’intrattenimento… Per alcuni in meglio, per altri in peggio, ma lo ha cambiato, e niente di tutto questo, dall’assurdità dei Guardiani della Galassia, ai drammi geopolitici di Black Panther, fino agli ambiziosissimi crossover della saga degli Avengers sarebbe stato possibile senza quel primo e fondamentale “Io sono Iron-man”.

                                               

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook