Il ritorno del BeOS

Un anno fa, in un articolino dedicato all’ottima tecnologia informatica che purtroppo aveva perduto sul terreno commerciale, citai il caso del BeOS: un sistema operativo presentato nel 1991, che conobbe un momento di gloria intorno alla metà degli anni ’90 (nel confronto con il celebre Windows 95 vinceva senza competizione), continuò tra alterne vicende fino ai primi anni 2000 (rinominato Zeta e benissimo venduto in Germania), fino ad uscire poi rapidamente di scena. Bene: la storia è in realtà più complicata e per certi aspetti appassionante.

Anzitutto il «momento di gloria» andrebbe descritto un po’ meglio. Partorito dalla mente visionaria di Jean-Louis Gassée, un informatico francese proveniente dalla Apple, e da una squadra di ottimi informatici, il BeOS venne concepito con una linea-guida fondamentale: partire da zero. Ciò può sembrare un po’ astratto, finché non si ricorda che i due maggiori sistemi operativi all’epoca (e ancor oggi) usati, cioè DOS e Windows da una parte, i sistemi di tipo Unix (tra cui Linux) dall’altra, nacquero in un’epoca in cui i computer non avevano grafica, non emettevano suoni, non dovevano connettersi alla rete, non dovevano gestire più di qualche centinaio di file, usavano un unico processore; in più, Unix è figlio di un tempo in cui i computer erano costosissimi e dunque venivano utilizzati da molti utenti contemporaneamente, il DOS si rivolgeva al tempo immediatamente seguente in cui i computer erano sì personali, ma si supponeva che ognuno facesse una cosa alla volta (il discorso sarebbe solo parzialmente diverso per Windows e il sistema «classico» dell’Apple Macintosh). Questi limiti, e altri ancora, possono essere superati aggiungendo una quantità di «strati» successivi, con un risultato però complicatissimo, tanto più quando, in un modo o nell’altro, si desidera mantenere compatibilità con versioni precedenti. Dall’altra parte cose divenute inutili rimangono in eterno ad appesantire il funzionamento. Tra gli informatici circola la battuta: «Come ha potuto Dio creare un mondo tanto bello in sei giorni? Semplice, non doveva mantenere la compatibilità con mondi precedenti!» Ecco, il BeOS fu un mondo creato in sei giorni (qualche anno, in realtà…): il sistema era sorprendentemente piccolo, chiaro, elegante, veloce. Laddove gli altri sistemi operativi arrancavano a lungo prima di partire, il BeOS in pochi secondi dall’accensione presentava la sua elegante schermata grafica. Un innovativo sistema dei file permetteva di mantenere i singoli programmi più semplici e affidabili. Nelle interviste rilasciate dagli esperti del BeOS quand’esso era già tramontato, non è raro trovare chi ne dice: «Era per l’epoca il miglior sistema mai concepito. A dire il vero lo è ancora adesso».

C’è una cosa però ancora più interessante nei commenti degli esperti: essi sono concordi nel dire che, diversamente dai sistemi concorrenti, il BeOS dava l’impressione di «avere un’anima». Che cosa significava ciò? Probabilmente giocava un ruolo il fatto che, essendo stato concepito da zero, tutto era più semplice: e, insegnano i filosofi, l’anima è per eccellenza qualcosa di «semplice» (un corpo si può fare a pezzi, un’anima no). La spiegazione nei commenti è però un’altra: dato che all’origine del BeOS vi era un piccolo gruppo di informatici molto affiatati, questi erano stati capaci di mettere dentro un poco della propria «anima». Che forse significa non solo la propria competenza, ma anche passione, fantasia, anche ironia (il BeOS è ricordato come uno dei sistemi operativi più spiritosi, dalle icone che parevano uscite da un fumetto di Jacovitti fino ai messaggi di errore in stile haiku). E tutte queste cose sono più facili, o più percepibili, quando c’è un accordo tra le persone che lavorano insieme: un po’ come gli esperti di musica si sono accorti che la polifonia rinascimentale risulta più bella quando i cantanti leggono tutti da un’unica grossa partitura (come avveniva appunto nel Rinascimento): dovere stare gomito a gomito uno accanto all’altro, con gli occhi diretti sullo stesso punto, crea un finissimo accordo tra le voci altrimenti impossibile. E in effetti è curioso vedere che nel filmato promozionale del BeOS veniva impiegato più tempo nel mostrare le persone allegre al lavoro nella creazione del sistema operativo che i computer dove esso funzionava. E forse si capisce il bizzarro commento di Jean-Louis Gassée quando sfumò (per causa sua) l’affare del secolo, cioè l’acquisto del BeOS da parte della Apple per 200 milioni di dollari. Rammaricato? Al contrario: contento. Perché? Perché detestava il modo in cui la Apple era gestita.

Un anno fa sapevo tutto questo, e sapevo anche che quando il destino di BeOS sembrava ormai segnato, un piccolo gruppo di appassionati aveva intrapreso la riscrittura di un suo clone migliorato sotto forma di «software libero», dapprima chiamato OpenBeOS, poi Haiku. Compito colossale, soprattutto perché, fatta salva qualche piccola sovvenzione, tutti costoro lavoravano gratuitamente nei momenti liberi (probabilmente tra sospiri di rassegnazione di mogli o fidanzate). È però solo qualche giorno fa che mi è venuta la curiosità di vedere che fine avesse fatto Haiku. Con una macchina virtuale ho istallato l’ultima versione rilasciata (una «alpha», dunque teoricamente poco più che una dimostrazione) e… sorpresa! Haiku ha cominciato a funzionare perfettamente, con l’incredibile velocità che aveva reso celebre il BeOS (sul mio computerino un ciclo di spegnimento e riaccensione di Haiku dura 15 secondi), con la sua miscela di programmi antichi (per esempio il geniale sistema di posta elettronica, il migliore che io abbia mai visto) e nuovi (per esempio il navigatore WebPositive, che è alla pari con i migliori browser di oggi, fatta salva una velocità maggiore). Insomma, ancor oggi un sistema operativo concepito nel 1991, e ora riscritto per divertimento e gratuitamente, sarebbe probabilmente il migliore per chi lavora o studia ad una scrivania: una modalità che è rimasta inevitabilmente molto simile a trent’anni fa (o se per questo a trecento anni fa…). Il lavoro in Haiku continua e certo molto ancora è da fare. Qualche tempo fa qualcuno osservò che Haiku potrebbe ancora diventare un discreto successo se ci fosse un eccentrico milionario disposto a finanziare un po’ di lavoro a tempo pieno per terminare in tempi ragionevoli ciò che ancora manca (la pazienza di mogli o fidanzate ha un limite). O forse, aggiungo io, basterebbe un’Università che lo sostenesse, per esempio indirizzando alcuni dei propri studenti di informatica (con un inevitabile ritorno di pubblicità, tra l’altro). Ma anche se nessuno farà nulla di simile, la storia di BeOS e di Haiku è bella.

Giovanni Salmeri
(Presidente del Corso di laurea in Filosofia, Università di Roma Tor Vergata)

3 settembre 2015

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