Giorno del Ricordo, Montecitorio rende omaggio alle vittime giuliano-dalmate
Dopo ottant’anni, 5.000 morti italiani hanno giustizia. Il Giorno del Ricordo è commemorato, dopo decenni di revisionismo storico, con una cerimonia a Montecitorio in onore delle vittime giuliano-dalmate. Il Tricolore, un tempo vilipendiato dai soldati titini, sarà proiettato sulle mura del palazzo e il premier Giorgia Meloni ricorda:«L’Italia non permetterà mai più che questa storia sia negata».
Montecitorio non scorda
Ore 10.00 del 10 febbraio: le bandiere di Montecitorio sono a mezz’asta. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, raggiunge la Camera per la cerimonia del Giorno del Ricordo, accolto da un lungo applauso. Viene salutato dal presidente della Camera, Lorenzo Fontana, e dal presidente del Senato, Ignazio La Russa. La cerimonia inizia con l’Inno d’Italia.
L’intero governo italiano ascolta testimonianze chiave di una pagina tanto buia quanto dimenticata della propria storia: Toni Concina, presidente onorario dell’Associazione Dalmati; Gianni Oliva, storico; Abdon Pamich, campione olimpico italiano.
Durante l’evento vengono condivisi momenti di riflessione attraverso letture ed estratti. Si prende visione del documentario Il Marciatore e l’attrice del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Silvia Siravo, legge un estratto del libro Francesco Bonifacio. Vita e martirio di un uomo di Dio di Mario Ravalico. La cerimonia si conclude con l’esecuzione dell’Inno europeo, sottolineando la centralità storica del Giorno del Ricordo oltre l’identità nazionale.
Nello stesso giorno, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara premia le scuole vincitrici del concorso ministeriale Il Giorno del Ricordo. Il ministro commenta: «La scuola deve svolgere un ruolo centrale in questo percorso di memoria e consapevolezza: attraverso la conoscenza di quei fatti drammatici, gli studenti possono comprendere il valore della libertà e della dignità umana».
I discorsi del Presidente della Camera e del Presidente del Senato
Fontana prende la parola all’inizio dell’evento: «La Camera dei deputati si unisce oggi al commosso ricordo dei tanti connazionali vittime dell’eccidio delle foibe e dell’esodo forzato dei giuliani, dei fiumani, dei dalmati e degli istriani nel secondo dopoguerra. La complessa vicenda del confine orientale costituisce una delle pagine più dolorose della nostra storia».
Il Presidente ricorda i crimini del regime comunista jugoslavo, durante i quali gli italiani vennero «torturati, uccisi o infoibati, spesso ancora vivi, in un crescendo di crudeltà e atrocità», mentre i sopravvissuti venivano umiliati dall’esilio. Fontana conclude ricordando il caso della città di Pola, «[…] dove tanti cittadini scelsero di partire quando apparve chiaro che i negoziati di pace non avrebbero assegnato quel territorio all’Italia».
L’intervento di Ignazio La Russa è sentito e inamovibile nel richiamo al bisogno di giustizia:
«Siamo qui non solo per ricordare e per tramandare, ma anche per rinnovare la nostra richiesta di perdono per il colpevole silenzio che ha avvolto e coperto queste voci per troppi anni. Oggi ricordiamo le vittime, ricordiamo il loro dolore, ricordiamo la vergogna perpetrata ai loro danni. Ricordiamo e ci vergogniamo per i sassi lanciati nella stazione di Bologna contro quel treno che, nel febbraio del 1947, conduceva gli esuli da Pola […]».
Il ricordo secondo Giorgia Meloni
Nel suo intervento, la presidente del Consiglio richiama il valore della memoria come fondamento di una comunità nazionale consapevole e unita:
«Ricordiamo i martiri delle foibe e la tragedia dell’esodo giuliano-dalmata. Centinaia di migliaia di italiani che hanno scelto di abbandonare tutto pur di non rinunciare alla propria identità. La Nazione non deve aver paura di guardare in faccia quella verità, ricacciando nell’ignavia ogni squallido tentativo negazionista o riduzionista. Il ricordo non è rancore, ma giustizia. È il fondamento di una memoria condivisa che unisce e rende più forte la comunità nazionale, tracciando la strada a chi verrà dopo di noi. Abbiamo ricevuto un testimone e non intendiamo farlo cadere […] L’Italia non permetterà mai più che questa storia venga piegata, negata o cancellata. Perché questa storia non è una storia che appartiene a una porzione di confine o a quel che resta del popolo giuliano-dalmata. È una storia che appartiene all’Italia intera. Ad ognuno di noi».




