Un’industria della difesa interamente europea, un sogno che potrebbe rimanere irrealizzabile
Da diversi anni, Francia, Germania e Spagna stanno sviluppando un caccia europeo di sesta generazione.
Il programma Future Combat Air System (FCAS) è stato lanciato nel 2018 come iniziativa congiunta franco-tedesca, con la Spagna che si è unita un anno dopo.
Il FCAS è più di un semplice performante jet da guerra perché include alche una “cloud” da combattimento che collegherà l’aereo con altri sistemi aria e terra, oltre ad uno stormo di droni potenzialmente armati definiti “remote carriers”.
Un progetto, tanti problemi
Il sistema era previsto entrare in servizio nel 2040, ma questa tempistica è stata posticipata al 2045.
Il ritardo è in gran parte il risultato dei numerosi conflitti, la maggior parte tra Berlino e Parigi, che hanno colpito il programma di sviluppo FCAS quasi fin dalla sua nascita.
La lista dei problemi è lunga. Ad esempio, la Francia ha bisogno di un aereo in grado di atterrare e decollare dalle sue portaerei oltre che trasportare armi nucleari, mentre la Germania cerca un caccia più pesante in grado di volare più lontano.
Ci sono anche disaccordi sulle future esportazioni del sistema: la Germania è generalmente restia ad inviare armi oltre i suoi partner NATO, mentre la Francia utilizza le esportazioni di armi per sviluppare relazioni con un’ampia gamma di partner.
Anche le culture militari dei due Paesi divergono
L’industria della difesa francese, e in particolare il settore della produzione aeronautica, è motivo di orgoglio nazionale. Al contrario, in Germania – almeno prima dello “Zeitenwelde”, punto di svolta intrapreso dal Paese dopo l’invasione dell’Ucraina in campo della sicurezza – l’industria della difesa è stata vissuta con occhio più molto più critico dal dopoguerra in poi. Ci sono anche dubbi riguardo alle ambizioni tecnologiche del progetto, con timori che il FCAS possa essere obsoleto prima ancora di decollare.
Infine, il progetto ha anche incontrato problemi a livello interpersonale. In particolare, Eric Trappier – CEO di Dassault Aviation, la principale azienda francese coinvolta nel FCAS – ha indispettito non poco i suoi omologhi tedeschi con affermazioni come: “Non mi interessa se i tedeschi si lamentano. Noi sappiamo quello che facciamo. Se vogliono farlo da soli, che lo facessero da soli”.
Ma, per quanto gravi siano questi problemi, erano in qualche modo previsti.
La maggior parte dei progetti che coinvolgono la difesa portano ritardo e superano il budget, specialmente in un’impresa multilaterale di questa portata. Di conseguenza, non sembravano insormontabili.
Ma, secondo quanto trapela negli ambienti delle imprese coinvolte in campo della difesa, la disputa sarebbe diventata abbastanza seria, tanto che il pilastro del progetto FCAS incentrato sui caccia, potrebbe essere abbandonato per concentrarsi sul Combat Cloud.
Le perplessità per il futuro della difesa comune
Ci si può legittimamente chiedere come tre partner, in particolare Francia e Germania, non riescano a collaborare sul più grande e importante progetto di difesa europeo di sempre, sia nei costi (stimati a 100 miliardi di euro), sia per l’obbiettivo, visto che il FCAS dovrebbe essere la spina dorsale della sovranità strategica europea. Per gli osservatori, questo è ancora più sconcertante perché avviene in un momento in cui l’Europa affronta la minaccia più significativa alla sua sicurezza dalla fine della Guerra Fredda. Per gli esperti la risposta andrebbe cercata nella divergenza di veduta su cosa dovrebbe essere una vera industria della difesa europea.
La cooperazione trilaterale sul FCAS è strutturata in modo che i pilastri del progetto abbiano ciascuno diversi leader industriali come fornitori primari. Per il caccia, si tratta della francese Dassault Aviation, mentre Airbus in Germania è a capo delle Combat Cloud per i vettori remoti. La spagnola Indra è alla guida dei sensori con un sotto pilastro.
Il grande problema riguardo al caccia è che Dassault vuole costruirlo più o meno indipendentemente dagli altri partner industriali, incluse le scelte dei subappaltatori, sostenendo che “troppi cuochi rovinino il piatto”. Al contrario, la Germania e Airbus preferirebbero un approccio più condiviso, sottolineando che l’idea del progetto congiunto era costruire know-how europeo e rafforzare la cooperazione paneuropea.
Pragmatismo non filosofia
Questa non è questione meramente “filosofica”, ma anche di interessi industriali. La Francia ha sicuramente più esperienza nella produzione di caccia, con Dassault che ne ha costruito individualmente una lunga serie, il più fortunato il Rafale di quarta generazione.
Airbus invece, è stato solo partner nel consorzio Eurofighter.
Come ha detto in una recente intervista la ministra della Difesa francese Catherine Vautrin, “la Germania oggi non ha la capacità di costruire un aereo”, un’affermazione un po’ forte ma non del tutto infondata.
Ma non dimentichiamo che la Germania ha più fondi da spendere, considerando la pioggia di finanziamenti decisi dalla Zaitenwende, mentre la Francia si trova in una situazione finanziariamente difficile.
In questo contesto i francesi temono che la Germania stia cercando di sottrarre, o più elegantemente acquistare, l’esperienza francese in campo di aerei militari, mentre a Berlino si ritiene che la Francia stia cercando di far pagare alla Germania i suoi aerei senza offrire in cambio alcuna effettiva condivisione del lavoro, subappaltatori tedeschi inclusi, e senza sviluppare alcuna competenza paneuropea.
Il nocciolo della questione, problema non banale, è capire quanto debba essere paneuropea un’industria della difesa autenticamente europea. Se “europeo” significasse semplicemente realizzato in Europa, l’approccio Dessault potrebbe essere la strada da seguire. La compagnia francese può effettivamente costruire un jet che altri Stati europei andrebbero a finanziare a beneficio di tutti.
Ma, se l’obbiettivo fosse invece quello di avere un’industria europea comune con cooperazione paneuropea che incentivi i Paesi e i loro appaltatori nazionali della difesa a collaborare con i partner europei perché ne trarrebbero comunque vantaggio, allora diventerebbe necessario condividere il know-how e il lavoro industriale.
In questo contesto, il potenziale fallimento del progetto FCAS dovrebbe diventare un momento di riflessione in Europa riguardo ai suoi piani per lo sviluppo dell’industria della difesa europea.
L’ambizione dell’Europa di raggiungere la sovranità strategica attraverso un’industria della difesa veramente europea, piuttosto che tante eterogenee realtà che cooperano in modo occasionale, rimarrà un sogno difficilmente realizzabile. Per diventare realtà, gli esperti affermano che andrebbe cambiata radicalmente la struttura degli incentivi per i contraenti della difesa europei. Per fare un esempio, le aziende europee della difesa potrebbero essere tassate in modo agevolato per il lavoro svolto su progetti paneuropei.
Data la situazione attuale in campo di sicurezza, questo sarebbe probabilmente il momento giusto per assicurarsi che questo tipo di incentivi non siano esclusivamente nazionali, c’è bisogno di uno stimolo generale.
Se, tuttavia, non c’è la reale voglia di un cambiamento che faccia veramente la differenza, potrebbe essere opportuno che gli europei diventassero più realistici e meno ambiaziosi riguardo a ciò che l’industria della difesa europea, così come la cooperazione militare, possa effettivamente fare congiuntamente, almeno nei termini in cui opera oggi.




