Il rapporto Trump-Meloni: nei suoi alti più che nei suoi bassi

Sharm el-Sheikh, 13 ottobre 2025. Sono passati poco più di due anni dall’attacco del 7 ottobre, trascorsi tra otto fronti di guerra aperti in medio Oriente e migliaia di uccisioni di civili uccisi. Gli Stati Uniti, dopo intensi giorni di trattative, sono riusciti a raggiungere il cessate il fuoco a Gaza. Al tavolo c’è una donna, una sola, a firmare l’accordo di pace: il premier italiano Giorgia Meloni. Durante il suo discorso, il tycoon Donald Trump sorride e si rivolge a colei che vent’anni fa militava nella sezione di Azione Giovani della Garbatella. “[…] Voleva essere qui, è incredibile. In Italia è una politica rispettata e di grande successo. Non ti dispiace se dico che sei bellissima? Perché lo sei davvero.”. Sharm el-Sheikh è la conferma della grande intesa tra i due leader: un sodalizio conservatore che prosegue a gonfie vele da mesi.
I primi e promettenti contatti Meloni-Trump
La simpatia reciproca è sempre stata presente per affinità ideologiche. Nel 2020 Giorgia Meloni aveva partecipato in quanto rappresentante italiana al National Prayer Breakfast, evento legato alla destra cristiana statunitense, in cui Trump tenne un discorso in piena lotta elettorale per il secondo mandato. Meloni gli mandò le sue congratulazioni, scrivendo sul suo profilo Facebook. “Un deciso discorso in difesa dell’identità da parte del Presidente Donald Trump al National Prayer Breakfast […] L’orgoglio della propria identità è la ricetta vincente negli Usa e in molti altri Stati. E’ anche quella che Fratelli d’Italia vuole portare nella nostra Nazione.” Contemporaneamente, Trump lodava il movimento identitario all’opposizione per lo spirito patriottico e la difesa dei valori della civiltà occidentale.
Però, il primo incontro ufficiale sarebbe accaduto cinque anni dopo. Le cose erano cambiate, Meloni aveva ottenuto la carica di primo ministro nel 2022. Trump aveva da poco iniziato il suo secondo mandato alla Casa Bianca. Era il 17 aprile 2025, tempi di dazi e tensioni economiche. Meloni rappresentava l’Unione Europea, ferma sulla soluzione zero dazi. Trump, al termine del colloquio, l’ha definita un interlocutore “di grande successo” e non celando la sua ammirazione personale. Quel giorno definiva gli inizi dei nuovi rapporti internazionali fra Italia e Stati Uniti, in un periodo così critico non era scontato un buon risultato, ma il ritorno positivo della premier ha fatto tirare un sospiro di sollievo a milioni di italiani.
Il rapporto sul conflitto russo-ucraino
Le differenze strategiche sono emerse in particolar modo nel summit di Washington per discutere per le prospettive di pace e la sicurezza in Ucraina, il 18 agosto. Il due volte presidente non ha smentito la sua linea conciliante con Mosca, mentre prometteva garanzie di sicurezza per l’Ucraina ribadiva l’urgenza di un accordo con Mosca. Le critiche alla condotta europea nel conflitto non mancava, Trump definiva la sua strategia troppo costosa e inefficace. “L’Europa deve assumersi maggiori responsabilità per la sicurezza dell’Ucraina. Non può lasciare tutto agli Stati Uniti.”
“Rimaniamo solidali nel contribuire alla sua lotta per la sovranità, la libertà, l’indipendenza, l’integrità territoriale e la sua ricostruzione.” Visione in contrasto con la leader italiana, da sempre in difesa della sovranità nazionale dell’Ucraina. Durante il summit, Meloni ha tenuto a sottolineare l’importanza della coesione europea e del ruolo della NATO. La premier italiana ha cercato di mediare tra la linea più conciliante di Trump e la posizione rigorosa dei partner europei, proponendo approcci pragmatici e negoziali per ridurre le tensioni senza compromettere i principi occidentali.
Nonostante le divergenze sulla strategia d’azione in Ucraina, il summit è stata un’altra occasione per l’Italia di mettere in pratica la mediazione fra UE e USA che ha stupito il Presidente americano portando le sue congratulazioni al premier.
A oggi, l’asse politico e personale di Giorgia Meloni e Donald Trump è protagonista nel panorama internazionale. Il rapporto nato in una cena informale in Florida è proseguito con efficienza diplomatica, trovando punti d’accordo fra repubblicani e conservatoristi sociali, fino alla firma di un accordo di pace che resterà nella storia. La lunga intesa dal National Prayer breakfast e soprattutto l’abilità di mediazione si stanno traducendo in risultati concreti, permettendo al nostro paese di ritagliarsi il proprio ruolo di ponte tra Washington e Bruxelles e di esercitare influenza su scelte geopolitiche di grande rilievo.




