Occupazione: aumentano i posti di lavori o il precariato?

Occupazione: aumentano i posti di lavori o il precariato?
Fonte immagine: Mandamento Notizie

L’Istat certifica la diminuzione del numero di disoccupati in Italia, al minimo dal novembre 2012. Eppure mancano le basi della stabilità e la capacità di progettare il futuro.

Siamo il Paese del termine – del breve termine – dopo il quale nulla è certo, ad eccezione della precarietà: non più soltanto un’emergenza, ma una condizione, uno stile di vita. La precarietà nasce dal germe dell’instabilità del mercato del lavoro e dall’incertezza socio-economica che ne deriva, ma diventa una piaga, una falla strutturale del pensiero, sprovvisto della proiezione a lungo termine.

Da novembre 2017 gli occupati sono 23.183.000, dunque 65mila occupati in più rispetto ad ottobre 2017 e 345mila in più rispetto a novembre 2016. Un risultato superiore al picco pre-crisi e mai registrato dall’inizio delle serie storiche Istat (1977). I disoccupati totali sono 2.855.000, quindi 243mila in meno rispetto all’anno precedente.

È positiva, seppur modesta, anche la crescita occupazionale dei giovani, di età compresa fra i 15 e i 24 anni, che sale al 17,7 per cento, quindi 1,4 punti in più rispetto a novembre 2016. Il tasso di disoccupazione giovanile scende al livello più basso raggiunto dal gennaio 2012: 32,7 per cento, l’1,3 per cento in meno rispetto ad ottobre 2017.

Il tasso di occupazione nella fascia di età 15-64 sarebbe salito del 58,4 per cento. Le donne, stando ai dati Istat, registrerebbero il tasso di occupazione più alto degli ultimi 40 anni, arrivando al 49,2 per cento.

I maggiori beneficiari della crescita occupazionale sono gli ultracinquantenni, tra i quali si registrano circa 396mila assunzioni; 110mila invece per la fascia 15-34; calano invece di 161mila posti di lavoro gli occupati fra i 35 e i 49 anni.

Oltre ai disoccupati, sono anche gli inattivi a diminuire del 1,3 per cento.

La celebrazione dei risultati

Proprio ieri, il segretario del Pd, Matteo Renzi, in un post su Facebook e anche stamane presso Radio Capital, ha sottolineato i risultati positivi emanati dall’Istat, dichiarando di aver trasformato in realtà, da febbraio 2014 a novembre 2017, le vane promesse di Silvio Berlusconi, raggiungendo il famoso milione di posti di lavoro. «Con i dati ISTAT di oggi si realizza un risultato storico. […] Il JobsAct ha fatto aumentare le assunzioni, non i licenziamenti: il tempo è galantuomo, lo diciamo sempre».

Su Twitter, si fa sentire, invece, il premier uscente Paolo Gentiloni: «a novembre il numero degli occupati ha raggiunto il livello più alto da 40 anni. E scende anche la disoccupazione giovanile. Si può e si deve fare ancora meglio. Servono più che mai impegno e serietà, non certo una girandola di illusioni».

È vera occupazione?

Si parla ovviamente di contratti a termine: su circa 68mila assunzioni di dipendenti, più di 54mila contratti sono a tempo determinato, mentre il lavoro a tempo indeterminato riguarda una fetta di lavoratori corrispondenti a circa 14mila unità.

Inoltre se da un lato crescono i lavoratori dipendenti, superiori a 497mila, dall’altro calano sensibilmente gli indipendenti di circa 152mila unità. Francesco Seghezzi, direttore della fondazione Adapt, calcola una proporzione fra contratti a termine e indeterminati, relativi all’anno 2017, che è, rispettivamente, di 90 a 10. Si allunga, dunque, la lista dei nuovi occupati, ma per quanto tempo? La frenesia dei contratti a termine implica l’urgenza del lavoro a breve tempo e di conseguenza diventa sinonimo di precariato.

Secondo i dati dell’Osservatorio precariato Insp, le assunzioni a tempo indeterminato sono calate da circa 2 milioni a 1,2 milioni, mentre quelle a tempo determinato sono aumentate da 3,4 milioni a 4 milioni.

Lo spettro che aleggia dietro la moltiplicazione dei posti di lavoro è rappresentato dagli incentivi sulle assunzioni. Inizialmente pensati e somministrati come sgravi fiscali sulle assunzioni a tempo indeterminato, gli incentivi sono stati però drasticamente ridotti nel 2017 con la conseguenza che oltre il 90 per cento dei contratti è stato tramutato in contratti a termine.

Non a caso, l’Italia rimane ultima in Europa per livelli di crescita nel 2017 e le proiezioni per gli anni 2018-2019 rimangono le medesime. Il calo della disoccupazione è dovuto anche alla ripresa generale dell’Eurozona, promotrice di politiche economiche volte ad aiutare le imprese nel creare nuovi posti di lavoro.

L’Italia rimane il Paese europeo che ha saputo sfruttare in minor misura l’ondata della ripresa, tanto da essere ancora molto lontano dal ripristino di uno stato di benessere generale. Non sono stati ancora proposti interventi utili ed innovativi per la realizzazione di posti di lavoro stabili e fissi, che consentano la vera ripresa del mercato del lavoro e delle assunzioni vere, a discapito di quelle precarie.

A dimostrarlo è il tipo di figura professionale prevalentemente richiesta dalle imprese: profilo a basso livello di qualifiche. Vengono richiesti lavoratori scarsamente qualificati, per mansioni come addetti alle vendite, servizi personali ed occupazioni elementari, mentre cala la richiesta dei profili più alti, quali dirigenti, professioni intellettuali e tecnico-scientifiche. L’aumento occupazionale dunque riguarda settori del lavoro scarsamente retribuiti. Fra i settori in crescita compaiono i servizi di noleggio, di supporto alle imprese e agenzie di viaggio, attività immobiliari e servizi di alloggio e ristorazione. L’Italia, insieme alla Grecia, costituisce l’unico mercato europeo in cui la crescita non ha prodotto, né agevolato, lo sviluppo di professioni ad alto profilo di qualifiche. Dai dati Ocse emerge che negli altri Paesi europei la crescita occupazionale si sia orientata seguendo due linee: da un lato un aumento del 7,6 per cento delle professioni altamente qualificate, e dall’altro un +1,93 per cento di quelle a bassa qualificazione. L’Italia è in controtendenza anche su questo, dal momento che registra una crescita paritaria nelle due categorie: del 4,78 per cento riguardante professionisti qualificati, e del 4,55 per cento relativa ai meno qualificati.

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