Mentire su chi si è, è più grave di un titolo mancante

Mentire su chi si è, è più grave di un titolo mancante
La vicepresidente del Senato Valeria Fedeli, subentrata a Stefania Giannini al ministero dell'Istruzione (Foto: Huffington post)

Il neo ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, mente sul conseguimento del diploma di laurea in Scienze sociali. Ciò che è bene ricordare è che non è un titolo a fare di qualcuno ciò che è, ma ciò che dice e non dice.

È bufera sul neo ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli dopo che il presidente del Popolo della Famiglia, Mario Adinolfi, ha dichiarato sul suo profilo Facebook che: «Valeria Fedeli mente sul proprio titolo di studio […]. Dichiara di essere “laureata in Scienze Sociali”, in realtà ha solo ottenuto il diploma alla scuola per Assistenti sociali Unsas di Milano».

Dopo questo attacco il ministro dell’Istruzione ha modificato il suo curriculum riportante il “diploma di laurea in Scienze Sociali” con il titolo effettivamente conseguito: “diploma per assistenti sociali”. Lo staff di Valeria Fedeli spiega che si tratta solo di un «infortunio lessicale su cui qualcuno sta speculando», dal momento in cui nella biografia del ministro si legge che il diploma stesso sia stato conseguito presso la Scuola per assistenti sociali, quindi non in un’università, pertanto questo dovrebbe testimoniare la buona fede e quindi “l’infortunio lessicale”.

Il problema è che a quanto pare non si tratta di un “infortunio”, dal momento in cui su un altro curriculum, sempre presente sul sito della Fedeli, si legge la medesima cosa, ovvero il conseguimento del “diploma di laurea”. A questo si aggiunge che non viene menzionata l’Unsas – da cui si evincerebbe che il titolo non potrebbe essere di laurea – ma solo il fatto che è «laureata in Servizi Sociali (attuale laurea in Scienze Sociali)».

La gravità nella menzogna

La vicenda che vede protagonista Valeria Fedeli non deve generare – come purtroppo invece accade in ogni ambito – l’attacco, la critica e il mero giudizio, ma deve essere spunto di una profonda riflessione. L’attacco ad personam è estremamente sterile e inconcludente, non fa altro che distorcere il pensiero retto. Sempre troppo spesso quello che accade dopo un fatto è quello di criticare, puntare il dito, ma mai cercare di sviscerare la questione dietro ogni cosa.

La riflessione che si cela dietro la vicenda del falso titolo attribuitosi dal ministro dell’Istruzione, concerne la menzogna stessa. La gravità non si ha nel non possedere un diploma di laurea, ma nell’aver mentito sul proprio conseguimento.

In questa sede non si vuole sminuire un titolo di studio, al contrario, l’istruzione scolastica e universitaria è importante, specialmente quando si ricoprono cariche di un certo spessore, come quello di ministro dell’Istruzione, che prevede conoscenze in vari ambiti concernenti la realtà educativa e formativa, inoltre, solo avendo vissuto determinate dinamiche, le si possono comprendere appieno – ma in questo caso anche, purtroppo, non è sempre vero che conoscere ci fa agire bene.

Valeria Fedeli non è l’unica a ricoprire una carica di ministro pur non possedendo un diploma di laurea, ma come già accennato prima, il problema risiede nell’aver mentito.

Non è di certo un titolo di studio a definirci persone, ma i nostri atti, i nostri comportamenti, azioni e pensieri sì. Un titolo di per sé non vuol dire nulla se non ci si prende la responsabilità di essere persone in todo, un titolo di studio che non sia accompagnato da una buona personalità, rimane fine a sé stesso, conferendoci forse solo l’arroganza di poter asserire qualcosa solo per il “titolo”.

La gravità della vicenda del ministro dell’Istruzione è nella menzogna, nell’aver detto di essere qualcosa, quando in realtà non lo era.

Che esempio si offre così ai giovani e alle future generazioni? Che mentire su chi si è va bene? Che basta una modifica e non succede nulla?

Ironicamente sorgono alla memoria le note di scuola a chi non aveva studiato e come unica spiegazione portava una bugia con la speranza che i professori ci avrebbero creduto e quindi giustificato. Nella maggior parte dei casi questo non accadeva, e tendenzialmente non si lasciava correre la questione, e non la si lasciava correre per evitare che nel futuro la bugia diventasse un modus vivendi, come invece sembra accadere.

Chi sale al governo, chi ricopre determinati ruoli, rappresenta ognuno di noi e prima di ogni cosa, deve assumersi la responsabilità di ogni singolo individuo della società. In questo modo, celandosi nella menzogna, cosa si viene a rappresentare?

In aggiunta, in un momento tanto delicato dal punto di vista lavorativo, questa vicenda solleva un’altra riflessione. È indubbio che oggi il conseguimento del diploma di laurea sia preferibile nel mondo del lavoro, pertanto, un atto come quello di mentire da parte della ministra dell’Istruzione, può spingere all’emulazione, i tanti – disperati – che non trovano un’occupazione perché sprovvisti di un titolo di laurea.

Una cosa certa è che non si può migliorare la nostra situazione se prima, individualmente, non miglioriamo noi stessi. Queste vicende – sia il fatto in sé, sia le critiche sterili – sono un’altra delle conferme che necessitiamo di una profonda riflessione che provochi un reale cambiamento, un cambiamento positivo che ci faccia capire che quando compiamo un’azione, anche all’apparenza “un infortunio lessicale”, questa ha profonde conseguenze su ciascuno di noi.

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