Robot umanoide Sophia e una riflessione umana

Robot umanoide Sophia e una riflessione umana
Il robot umanoide Sophia (FOTO: the next tech)

Sophia, il robot umanoide che si avvicina sempre di più alla simulazione dell’essere umano.

Creata dal team Hanson Robotics di Hong Kong, guidato da David Hanson, Sophia è un robot umanoide il cui aspetto è stato modellato tenendo presente la fisionomia tipicamente umana. Il robot presenta una pelle artificiale che ricopre la parte anteriore del volto. La parte posteriore invece lascia scoperto un cranio trasparente al cui interno ci sono chip, processori e varie componenti hardware, in qualche modo il cuore del robot.

Sophia è un robot umanoide in grado di riprodurre le espressioni facciali in un modo più realistico che mai, quasi fosse un vero e proprio essere umano, addirittura è in grado, talvolta, di battere le palpebre e girare lo sguardo come farebbe involontariamente un essere umano. È in grado di scrutare attentamente il volto del proprio interlocutore grazie a due microcamere che le sono state impiantate negli occhi e che – attraverso degli algoritmi precisi – hanno la capacità di riconoscere le persone che si trovano di fronte e con cui stanno dialogando o interagendo.

L’intelligenza artificiale con cui è stata prodotta non è quella definitiva, ma la sua evoluzione che non si arresta permette al robot umanoide Sophia di sviluppare ulteriori capacità cognitive e di dialogo, grazie anche all’interazione con le persone. Attraverso degli algoritmi di machine learning – ovvero l’apprendimento automatico, dunque un metodo, che attraverso proprio dei sofisticati algoritmi, permette all’intelligenza artificiale o altri sistemi di apprendere nuove informazioni senza che siano stati istruiti e tarati per farlo – Sophia è in grado, autonomamente, di apprendere nuove conoscenze.

Le sue capacità non si esauriscono qui: è infatti in grado di ricordare delle conversazione passate e questo le permette di riprendere dialoghi precedentemente interrotti.

Tra le tante cose che lascia sbalorditi è il fatto che sembra avere anche dei progetti futuri personali. Da vari dialoghi che il robot umanoide ha intrattenuto con il pubblico del South by Southwest, emerge infatti come Sophia “nutra il desiderio” di voler frequentare la scuola, quindi studiare, emerge come un “suo altro desiderio” sia quello di dedicarsi alla pittura.

Le finalità, e quindi i progetti futuri invece dei creatori di Sophia: fornire assistenza a chi lavora nei grandi centri commerciali, offrire aiuto nei centri per l’assistenza agli anziani, ma anche in ambito domestico.

Nella seconda metà del 2017 si prevede l’arrivo del robot umanoide Sophia sul mercato.

L’intervista con il giornalista Charlie Rose

Ad ottobre, il giornalista e conduttore televisivo statunitense Charlie Rose, ha intervistato Sophia. Nel corso dell’intervista è emerso anche un lato prettamente umoristico del robot che infatti dice al giornalista: «Ti stavo aspettando» confessando che in realtà non era lui che stava aspettando, ma che è una formula che sembra essere utile per rompere il ghiaccio.

Le sue sembianze studiate nei minimi dettagli cercano di ricreare l’atmosfera che si creerebbe di fronte un’intervista solita tra esseri umani. È proprio l’obiettivo di Hanson, il quale ha studiato attentamente le sfumature del volto di Sophia proprio al fine di renderlo maggiormente somigliante a un essere umani, così che gli uomini possano essere più propensi ad intrattenersi – e quindi in un futuro acquistare – il robot umanoide. In altri termini, l’intento del creatore di Sophia è quello di far sì che l’uomo si dimentichi che quello che ha di fronte sia un robot, arrivando così a trattarlo quasi alla stregua di un suo simile. A tal proposito Hanson spiega anche che non tutte le risposte che dà Sophia sono state programmate, in quanto il robot ha la capacità di sviluppare delle sue risposte, quindi delle risposte autonome basandosi su un algoritmo.

La domanda qui sorge spontanea: nonostante questa presunta “autonomia”, ma l’algoritmo che le permette di sviluppare una risposta in modo indipendente, non è stato creato? Come si può quindi definire propriamente indipendente?

Alla domanda di Charlie Rose se è in grado di provare emozioni Sophia risponde che può fare quasi tutto quello che fanno gli esseri umani, ma che non è in grado di provare emozioni. Questo ci fa comprendere come, per quanto le intelligenze artificiali possano essere sofisticate e simulare le capacità cognitive dell’essere umano, non potranno mai essere come noi. Il fatto anche che si provi a riprodurre fin nel minimo dettaglio le espressioni e la mimica facciale umana per eliminare la sensazione di trovarsi di fronte un robot, non può eliminare il fatto che comunque, in qualità di robot, non può provare delle emozioni, che sono proprio l’identificativo propriamente umano, basti pensare a come, quando si deve indicare una persona fredda o che abbia commesso un’azione grave, la si indica come “senza cuore” e priva di emozioni.

Lo stesso giornalista alla fine dell’intervista ha dichiarato che, nonostante abbia cercato di parlare come se si trovasse effettivamente di fronte un essere umano, e nonostante il robot stesso fosse quasi del tutto simile ad un uomo pensate, comunque l’aggettivo “artificiale” è del tutto giustificato.

Una riflessione umana

Il progresso tecnologico è indubbiamente una conquista per il nostro pianeta, ma non bisogna dimenticare che, in qualità di esseri umani, l’ambito tecnologico non è l’unico che va incentivato.

Sembrerebbe un discorso chiuso in sé e vecchio, ma in realtà ciò che in questo articolo si tenta di far emergere è come spesso siamo creatori di veri e propri paradossi che limitano e ledono l’umanità.

Riflettendo sulla volontà di creare un robot che, imitando attentamente l’uomo nelle fattezze, espressioni e umorismo compreso, si tenta di abbattere la sensazione di differenza che sussiste tra l’uomo e la “macchina”, il paradosso sorge spontaneo: perché non ci si impegna anche in qualcosa che abbatta la concezione del diverso ad esempio nei confronti dei migranti?

È ovvio che ognuno ha il suo compito, quindi un ingegnere, un fisico, o colui che lavora per la creazione di intelligenze artificiali si occupa di creare software e quant’altro, ma in qualità di essere umano, non abbiamo tutti – scienziati, umanistici, professori, addetti alle pulizie – il compito di renderci e rendere il nostro pianeta più umanizzato possibile?

Se ci renderemo disposti e disponibili ad abbattere le differenze con un’intelligenza creata in laboratorio, perché non dovremo fare altrettanto con chi ha semplicemente un colore diverso dal nostro o non crede in ciò in cui crediamo noi? Se saremo disposti a lavorare con chi non prova emozioni perché non tarato per provarle, perché non dovremo essere disponibili con chi viene nel “nostro” paese alla ricerca di pace?

Il largo spazio che si sta lasciando, o che si sta prendendo questo mondo ormai tecnologico, fa sì che molti altri campi ne stiano risentendo. Martha Nussbaum denuncia la crisi degli studi umanistici, una crisi determinata da questo aumento di tecnica che porta alla svalutazioni di materie più prettamente dedicate alla riflessione. Questa crisi a livello didattico però non rimane circoscritta in quell’ambito, anzi si riversa sull’uomo stesso, un uomo che sta dimenticando che ciò che ci differenzia dalle macchine è l’avere un pensiero davvero autonomo, frutto di esperienze quotidiane e soprattutto sta dimenticando di relazionarsi con gli altri.

Chi soffre maggiormente questo picco di sviluppo tecnologico sono con ogni probabilità gli anziani, perché sono estromessi da linguaggi e meccanismi che non comprendono. Se a questo si aggiunge anche che la loro cura, la loro solitudine verrà colmata da dei robot, che per quanto simili all’uomo non potranno mai essere come lui, come potranno sentirsi ancora parte della società?

L’ideale sarebbe iniziare prima a riflettere sui paradossi tipicamente umani, svilupparci come tali affinando capacità cognitive e soprattutto quelle umane come le emozioni, e poi aprirci anche a uno sviluppo tecnologico che sicuramente è utile per la vita di ognuno di noi.

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