Telecamere in asili nido e strutture per anziani, il paradosso dell’essere umano

Telecamere in asili nido e strutture per anziani, il paradosso dell’essere umano

La legge approvata sull’installazione delle telecamere negli asili nido e nelle strutture per gli anziani, dopo i recenti avvenimenti di violenza, verbale e fisica, porta con sé un paradosso umano

I recenti avvenimenti di violenza negli asili nidi e nelle strutture pubbliche e private per anziani, hanno fatto scattare l’esigenza di una legge che tuteli le vittime di queste violenze con l’installazione di telecamere a circuito chiuso volte all’arresto di questi sempre più dilaganti episodi che vedono vittime bambini e anziani.

Questa esigenza il 19 ottobre è divenuta realtà con l’approvazione della legge che prevede l’installazione di tali telecamere.

Essere controllati per controllarsi

In questa sede non si vuole discutere se l’installazione di telecamere a circuito chiuso sia la soluzione al problema o meno, ma ciò su cui si vuole riflettere è proprio sul problema da cui è scaturita tale esigenza.

Come sempre siamo immersi in dei paradossi che ci vedono protagonisti. Il paradosso in questo caso consiste nel fatto che, a quanto pare, l’uomo necessita di essere controllato per controllarsi.

Ovviamente con questo non si vuole giudicare ogni persona, lo sbaglio, infatti, che spesso si compie è la generalizzazione, come in questi casi di maltrattamenti: da questa situazione di violenza dilagante negli asili nidi e nelle strutture che ospitano gli anziani, non si devono giudicare “malvagi” tutti gli insegnanti e tutti quelli che si prendono cura degli anziani, per fortuna, infatti, non sono tutti così.

Tornando al centro della nostra riflessione, ovvero alla necessità dell’essere umano di essere controllato per controllarsi, ciò che appare evidente è che, il principio primo della persona che dovrebbe essere, come sostiene Lévinas, la responsabilità nei confronti dell’altro che mi è prossimo, viene meno sempre di più, e si sostituisce a un narcisismo senza precedenti. Un narcisismo che porta con sé una totale chiusura nei confronti dei più deboli, un narcisismo che dimentica che siamo essere relazionali e come tali la cura per l’altro dovrebbe essere alla base della nostra stessa persona, del nostro stesso essere, eppure da sempre sembra il contrario.

L’uomo non impara dal passato, un passato in cui la violenza non ha fatto altro che allontanarci sempre di più l’un con l’altro fino alla creazione di un mondo in cui l’altruismo sembra essere l’eccezione piuttosto che la regola. A questa violenza dilagante si aggiunge la solitudine senza pari che l’uomo contemporaneo, il giovane contemporaneo si trova a vivere, in parte a causa di una tecnologia che con l’obiettivo di avvicinarci, al contrario ci allontana, dall’altro a causa di una percezione del tempo volto all’essere utile quantitativamente piuttosto che qualitativamente. In altre parole, la percezione contemporanea del tempo è rivolta all’acquisizione di materialità piuttosto che ad una crescita in senso umanitario.

Tutte queste cause, generano un essere umano confuso, che sembra aver smarrito quell’umanità e razionalità che dovrebbero caratterizzarlo come individuo.

Gli episodi di maltrattamento mostrano come l’esigenza di un’inversione di marcia del nostro essere sia una vera e propria necessità.

È inaudito che una terra che vanta le migliori tecnologie e un progresso inarrestabile, sia responsabile di tali atti di violenza e barbarie.

La violenza in generale non va giustificata e non è, nella maniera più assoluta, giustificabile. A questo si aggiunge il fatto che il bambino, in tenera età, nell’età in cui va all’asilo nido, in cui la sua identità ancora non è propriamente formata ed è esposta in modo preponderante agli stimoli esterni, tende ad emulare le azioni, ciò che vede e vive, pertanto i maltrattamenti subiti, specie in quell’età, avranno delle ripercussioni future a livello del sistema nervoso e quindi a livello comportamentale.

Gli educatori hanno un compito importantissimo, forse tra i compiti più importanti, quello di formare il bambino, di gettare le basi, insieme ai propri genitori, a quello che sarà il suo benessere come persona.

Prima di essere insegnanti e quindi educatori, dobbiamo essere “esseri umani”, dunque compassionevoli, altruisti, aperti all’altro e alle sue esigenze, ricordandoci che abbiamo la responsabilità di “curare” chi abbiamo di fronte.

Tutto questo dovrebbe spingere a pensare che alla soluzione – giusta – dell’installazione delle telecamere a circuito chiuso, dovrebbe seguire una reale conoscenza da parte di ogni individuo – insegnante e non – di cosa vuol dire essere uomini, essere donne, e di come c’è una reale urgenza di arrestare questa violenza che è nata da sempre e sembra non terminare mai.

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