Un’app che ci fa chattare con i defunti: dov’è il limite?

Un’app che ci fa chattare con i defunti: dov’è il limite?
(foto: responsabilecivile.it)

Eugenia Kuyda ha creato un’app che è in grado di simulare una conversazione, tramite una chat, con una persona defunta

Il mistero più grande della vita rimarrà – forse – sempre il mistero della vita stessa e con esso quello della morte. La morte da sempre fa paura, e sono stati molti i modi per esorcizzare questa “fine eterna”, molti i concetti che accompagnano la riflessione sulla morte, basti pensare ad Epicuro: «la morte non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte noi non siamo più.».

Quando però la morte non è la nostra, ma quella di una persona a noi cara, quella di una persona che amiamo? Come possiamo arrenderci all’idea che non avremo più a che fare con lei? Che non parleremo più con lei? Che non incroceremo più il suo sguardo? Che non potremo più godere dei suoi consigli?

Una ragazza russa non si è arresa di fronte questa idea, per cui ha utilizzato il suo dolore, per creare un’app che le consenta di “oltrepassare” il limite che separa la vita dalla morte, virtualmente parlando.

Eugenia Kuyda, co-fondatrice di una startup, Luka, nel campo dell’intelligenza artificiale, ha creato un software in grado di simulare una chat con un suo caro defunto, l’amico Roman Mazurenko, che ha perso la vita lo scorso 25 novembre 2015 investito da un’automobile.

Per creare questo software sono stati utilizzati circa 8000 linee di messaggi di Mazurenko al fine di creare una chat che sia il più possibile vicino al modo reale che il suo amico aveva di parlare. Il profilo dello stesso è stato inserito nella già citata app Luka, che consente di chattare con dei bot che vengono utilizzati come assistenti.

Tra questi bot ora è quindi presente quello di Roman, e basterà un click per poter chattare con lui.

La convinzione che ha spinto Eugenia Kuyda è che queste “chat commemorative” rappresentano il nostro futuro. L’intento di Kuyda è quello di aiutare molte altre persone che stanno passando questo stesso dolore, il dolore della perdita, aiutarle mettendole in contatto con gli avatar delle persone care perse. Ma, guardando con lungimiranza, è davvero il modo giusto per aiutare a superare un lutto?

defunti
(fonte liberoblog)

Un limite da non superare

Il progresso tecnologico avanza senza sosta, è indubbio che siamo immersi in una tecnologia senza precedenti, ma non dovrebbero esserci dei limiti?

Sicuramente il progresso tecnologico è necessario allo sviluppo di una società – laddove il progresso non sia una sostituzione della società stessa – ma non sempre il progresso coincide con il benessere, collettivo o individuale.

L’app che è stata creata da Eugenia Kuyda è sicuramente geniale, ma davvero consiste in una soluzione al dolore che comporta la perdita di chi amiamo?

Premesso che chi scrive dall’altra parte del telefono non rappresenta, ovviamente, la persona che abbiamo perso, come potrebbe sollevarci il vedere il suo nome su un display e la probabile risposta a un “Mi manchi”? Come potrebbe sollevarci dal momento che dall’altra parte appunto non c’è altro che un sistema?

Siamo di fronte una finta consolazione che potrebbe avere come conseguenza la dipendenza dallo strumento che ci dà l’idea di poter ancora parlare con quella persona amata. Ma l’idea spesso non è la realtà, e nel caso di quest’app che simula una conversazione, fino ad ora ancora solo con Roman (oltre ovviamente ai già presenti “assistenti”), l’idea non rappresenta nemmeno lontanamente la realtà.

Degli avatar digitali che simulano il modo di essere di una persona che non c’è più non potranno mai sostituire, né colmare il vuoto che la persona stessa lascia, un vuoto che ha il diritto di rimanere tale e di essere colmato attraverso il tempo, con il ricordo che la persona cara ha lasciato con gli anni in cui le conversazioni erano reali, “fatte di carne ed ossa”.

Il rischio che si nasconde dietro questa applicazione è quello di perdere il contatto con la realtà, di arrivare a credere che davvero la persona che ci risponde sia “quella” persona, la nostra persona. Il rischio è quello di non riuscire più a fare a meno dell’applicazione e quindi non superare mai il lutto, la separazione, di non elaborare l’idea che quella persona non può comunicare con noi.

Una serie televisiva, Black Mirror, in un episodio “Torna da me”, ha mostrato proprio questa realtà, una realtà in cui sia possibile continuare a comunicare con la persona defunta, attraverso un’intelligenza artificiale che elabora video, foto, chat al fine di creare un avatar che sia in tutto e per tutto simile alla persona che non c’è più. In questa serie, in modo molto fantascientifico – ma ormai, forse, nemmeno troppo – era possibile anche “riprodurre” la persona stessa attraverso un corpo di carne sintetica. La gioia iniziale della protagonista nel poter riabbracciare il compagno, con cui aspettava anche un figlio, lascia poi spazio allo sconforto del rendersi conto davvero che quello non potrà essere suo marito: non ha il neo che lui aveva sul collo, ma, cosa maggiore, non ha emozioni, a meno che non sia lei a chiedergli una reazione. Il problema era che ormai lei divenne dipendente da questo “corpo” tanto che non riuscì mai a mettere fine a questa storia, che si conclude dopo qualche anno con la protagonista che nascondeva il corpo che simulava il marito, in soffitta, facendolo conoscere anche alla figlia.

Riflettendo sull’aspetto principale che mancava al corpo di carne sintetica, le emozioni, possiamo vedere come siano proprio queste a distinguerci come esseri umani, di contro ai robot che avranno anche le nostre funzioni cognitive base, ma non potranno avere “un cuore che batte nel petto”, un sistema limbico che è personale, che ci fa essere quello che siamo, diversi dalle fredde macchine.

È in virtù di questa differenza sostanziale che non possiamo illuderci dietro un’applicazione che ci offre l’idea di oltrepassare il limite che ci separa dalla morte, ma dobbiamo essere in grado, come sempre si fa da secoli, da quando esiste l’uomo sulla terra, di sopportare il dolore che ci lascia una persona che muore, e superarlo con la consapevolezza che nel cuore possiamo sempre mantenerla viva, senza il bisogno di ricorrere ad una “chat” con un robot.

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