Quando la quantità è misura dell’utilità

Quando la quantità è misura dell’utilità

Sul blog de il Fatto Quotidiano di Stefano Feltri si ripresenta la tesi sull’inutilità di certe lauree, questa volta avvalorata dai dati Istat

Ci risiamo, sempre la stessa storia: nel Paese della tecnica, tanto temuta da Heidegger, e oggi una realtà che si può toccare con mano, la questione sull’utilità e inutilità è all’ordine del giorno.

Non si vive una cooperazione, né si aspira a un benessere collettivo, al contrario, ci si erge su un piedistallo combattendo una battaglia che mira all’abbattimento dell’inutilità.

Inutilità nei confronti di chi?

Non di certo del singolo individuo, ma di qualche magnate che con la scusa del ricercare l’interesse comune, fa il proprio.

Viviamo un momento storico difficile, un momento storico in cui l’idea di indipendenza sembra essere lontana anni luce a causa di un sistema lacerato, in cui, se la soluzione c’è, tarda ad arrivare.

In questo momento, già di per sé difficile, si sommano le “riflessioni”, che forse meritano più la definizione di giudizi, di tanti, e fra i tanti il già noto Stefano Feltri, che nel suo blog sul il Fatto Quotidiano già un anno fa aveva redatto un articolo dal seguente titolo: “Il conto salato degli studi umanistici”. Qui si affrontava la questione della scelta universitaria che di lì a poco molti studenti si sarebbero trovati ad affrontare. L’incipit dell’articolo era molto diretto: i genitori di questi studenti – ormai laureati da trent’anni – vivendo un’epoca in cui l’economia era in crescita, «potevano permettersi di sbagliare facoltà». Oggi no, e in questo c’era il “purtroppo” di quanti ragazzi si sarebbero iscritti a facoltà quali: «Lettere, Scienze politiche, Filosofia, Storia dell’arte.».

Questa considerazione nasce da una ricerca eseguita al centro studi di Bruxelles Ceps in cui, tralasciando dati e quant’altro, emergeva che laurearsi in facoltà umanistiche non conviene.

Questo articolo sollevò varie polemiche a cui seguì la risposta dello stesso Stefano Feltri, questa volta da un altro simpatico titolo: “Università, studiate quello che vi pare, ma poi sono fatti vostri”. Qui si sollevava la seguente questione: «all’università bisogna studiare quello che serve a trovare un buon lavoro o quello che vi piace di più?». Altri freddi dati che riducono lo studio di un ragazzo di una facoltà umanistica alla seguente formula: «A cinque anni dalla laurea il tasso di disoccupazione tra […] chi studia materie letterarie […] è quasi il doppio della media, pari a 9,2 per cento.». Il consiglio dunque che Stefano Feltri si sente di dare, è quello di “stare alla larga” dalle facoltà umanistiche, anche se portati, e fare «qualcosa di più utile e meno divertente». A tutto questo segue comunque una riflessione sul fatto che queste facoltà che offrono disoccupazione, o redditi bassi nella migliore delle ipotesi, non sono da disprezzare, perché tendono alla formazione dell’uomo come individuo, ma questo sembra non bastare, in quanto: «quello che forma l’individuo non necessariamente è utile anche a formare un lavoratore.».

A pesare su queste già pesanti dichiarazioni, segue la riflessione secondo cui, questo diritto a studiare ciò che ci piace è «costoso per la collettività» (ricordiamoci un attimo quanto, le scelte dei singoli al potere, fanno i propri interessi a discapito della collettività) e che questo diritto non segue il dovere a pagarci lo stipendio se ciò che piace a noi non interessa ai più.

Un anno dopo siamo al punto di partenza

Questo “attacco” alle facoltà sembra non essere terminato, infatti il 29 settembre del 2016, sul blog di Stefano Feltri si è di nuovo di fronte alla questione, che porta il titolo lapidario: “Università, ora è ufficiale: alcune lauree sono inutili.”.

Riprendendo gli articoli citati, Feltri inizia la sua filippica comunicando come la polemica che si scatenò un anno prima a causa dei suoi post, «sottolineava l’ovvio […]: studiare è sempre importante, ma quando si sceglie l’università è bene sapere che ci sono alcune lauree utili […] e altre che, […] sono divertenti o formative, un investimento che non prevede alcun ritorno concreto […]. E altre che sono proprio inutili, perfino dannose visto che il tempo è una risorsa da non dissipare.».

Su queste poche righe la riflessione che si apre è vasta e infinita.

Primo fra tutti, la formula “sottolineava l’ovvio”: premettendo che la mia formazione “inutile”, non mi permette di parlare sulla base di dati, l’ovvietà è una categoria abbastanza soggettiva molte volte. Spiegando meglio: è ovvio che il sole sorge tutte le mattine (anche se il filosofo Hume su questo avrebbe qualche riserva dal punto di vista logico), ma non è ovvio che ciò che forma un individuo (per mantenere la formula usata da Feltri) non segua la formazione di un lavoratore, al contrario, è più probabile che un ottimo individuo sia anche un ottimo lavoratore, ma potrebbe non essere vero il contrario.

L’ovvietà dipende inoltre dal periodo storico, e il nostro non è dei migliori dal punto di vista qualitativo. Ciò a cui si punta infatti è la quantità: quantità dei prodotti acquistati a discapito della qualità, quantità di tempo speso a lavorare anziché badare alla qualità.

Un mondo quantitativo è ovvio che non badi alla qualità.

Un’altra riflessione: chi ci dà il diritto di definire una facoltà “divertente”, o peggio ancora “dannosa”? Dannoso è ciò che spinge a questa netta separazione dei due ambiti, da un lato quello umanistico e da un lato quello scientifico. Feltri cita i dati Istat, qui, in onore delle passioni si cita Edelman, che ricordiamo aver ricevuto un premio Nobel per la fisiologia e la medicina, che in Seconda natura. Scienza del cervello e conoscenza umana (2007) sostiene che bisogna sanare la frattura non veritiera tra sapere scientifico e umanistico in quanto: «i processi che danno origine alla nostra comprensione includono tanto le scienze quanto le discipline umanistiche.».

Il nuovo articolo di Feltri scaturisce da un’indagine Istat con cui lui stesso spera di porre fine a questa «polemica sulla scarsa utilità di alcuni corsi di laurea». Tralasciamo di nuovo i dati Istat, ma non perché non siano di mia competenza, ma perché sono accessibili a tutti quelli che vogliono approfondire la questione, ciò che in questa sede interessa è riflettere sull’inutilità di accendere dibattiti sulle differenze tra le facoltà.

Nell’articolo di Feltri si legge dell’esistenza di facoltà che «sfornano disoccupati» e che la scelta universitaria deve seguire i dati, i numeri e non le passioni e le inclinazioni.

Domanda che vuole aprire alla riflessione: è la facoltà a sfornare disoccupati o il Paese in cui viviamo a non permettere ai laureati in queste facoltà di trovare un’occupazione?

Tutto torna alla questione del mondo quantitativo che prende il posto di quello qualitativo e le materie umanistiche puntano alla qualità, formando un individuo che opta per la plasticità e non la flessibilità, quindi un individuo che plasma e non solo che è plasmato.

Si leggeva nel suo articolo quest’importanza del tempo da non dissipare: che fine ha fatto l’otium che mirava all’impiego del tempo in modo più intellettuale che pratico?

In una parola: consumismo.

La società narcisistica in cui siamo avviluppati si regge sul consumismo che porta a considerare materie umanistiche, come inutili.

Citando Maffei, medico e scienziato italiano, e il suo Elogio della lentezza (2014) vediamo come, anche qui, la distinzione tra i campi del sapere sia controproducente, e in aggiunta si legge come le materie cosiddette umanistiche siano necessarie alla formazione di un pensiero che sia libero e non omologato al resto del mondo.

È forse questo il motivo che spinge a considerare inutili queste materie? Forse perché un filosofo non crea prodotti utili propriamente al mercato, anzi cerca di porre un freno a quest’entità «che si chiama mercato – che – ci promette piacere e felicità in cambio della perdita di qualcosa di simile all’anima e che si chiama sistemi dei valori.».

Articoli come quelli di Feltri, spingono ad una distinzione e ad un odio insensato verso facoltà la cui unica sfortuna è quella di esistere in un mondo in cui non c’è spazio per la diversità, per il tempo non impiegato nel consumismo, in cui non c’è spazio per un pensiero altro.

Citando di nuovo Maffei, il problema è che:
«La strategia economica non uccide né esilia gli uomini dal pensiero irriverente: li isola, li ignora, li degrada economicamente, come si fa con gli insegnanti, con i ricercatori e anche purtroppo con i poveri, senza pietà.».

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