Il muro di Calais e una riflessione antropologica

Il muro di Calais e una riflessione antropologica

Il grande muro di Calais sarà eretto entro la fine dell’anno dividendo ancora di più l’uomo

9 Novembre 1989: venne finalmente abbattuto il Muro di Berlino.
Fine dell’anno contemporaneo: verrà eretto il grande Muro di Calais.

Se Nietzsche aveva ragione a sostenere l’eterno ritorno dell’uguale, l’uomo dovrebbe cominciare ad inserirsi nel corso della storia cercando di migliorare l’umanità, che sotto la spinta di un qualche sentimento, sta smarrendo il senso d’umanità stessa che le appartiene.

Un uomo confuso e pieno di odio procede nella costruzione di barriere che ci separano e così facendo distruggono il senso d’umanità che invece dovrebbe caratterizzarlo.

Un muro, un muro che a Calais verrà eretto entro la fine dell’anno per arrestare l’arrivo dei migranti, uomini che, come noi, cercano solo una vita in cui essere felici. Uomini, donne e bambini che sono costretti ad abbandonare la propria terra, la propria casa, i propri affetti per rincorrere la chimera di un posto sicuro, di un rifugio dalla guerra e dalla povertà che inquina i loro cuori.

Esseri umani come noi, che cercano la felicità salpando in mare, affrontando ogni tipo di ostacolo, rinunciando e perdendo molto, purtroppo anche a costo della loro stessa vita o di quella delle persone che amano.

Un muro che per volere della Gran Bretagna verrà eretto in Francia per dividere un mondo che è già maledettamente diviso e lacerato.

Un muro che mette a dura prova il nostro essere esseri umani, un muro che sembra il sentore di un uomo che dimentica il passato, un passato in cui la tragedia ha strappato i sorrisi dai cuori.

Primo Levi, nella sua magistrale opera Se questo è un uomo (1947), scrive:

«Parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta: ecco perché è non-umana l’esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo.»

Il “Great Wall”, un muro alto quattro metri di cemento e lungo circa un chilometro, avrà il “compito” di dividere l’autostrada dalla cosiddetta giungla, ovvero il campo a Calais in cui si rifugiano – in condizioni terribili – i tanti migranti che da lì cercano di salire sui camion che sono diretti in Gran Bretagna. La parte del muro che si trova di fronte questa “giungla” sarà resa il più possibile liscia affinché sia impossibile l’arrampicarsi da parte di questi esseri umani che sfuggono il dolore.

Alla ricerca di un’alterità perduta

Al di là delle, non scontate, informazioni circa il costo, il materiale, il volere del muro di Calais, ciò che più dovrebbe premere le coscienze di ogni individuo è: dov’è l’Uomo per l’Uomo?

Qui non si sta giudicando, né si vuole giudicare, se sia giusto o sbagliato, non possiedo, purtroppo, la soluzione a un problema tanto grande, ma quello che si vuole mettere sotto i riflettori è questo senso perduto di alterità.

Un muro rappresenta una chiusura per eccellenza all’alter, il muro di Calais rappresenta un lasciare al proprio destino della gente che come “unica colpa” ha quella di essere nata nel lato sbagliato del mondo.

Noi uomini creiamo le condizioni in cui vivere, noi uomini abbiamo gli strumenti per cambiarle.

L’uomo necessita della propria umanità, l’uomo ha bisogno di comprendere appieno il Primo Articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo:

«Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.»

Dov’è la fratellanza in questo momento? Dov’è ciò che ci caratterizza come zoon politikon? Dov’è l’amore per l’altro?

Il filosofo Lévinas in Altrimenti che essere o al di là dell’essenza (1983) sottolinea il primo carattere ineluttabile di ogni individuo: la responsabilità d’altri, sostenendo proprio come l’uomo sia “investito” di tale responsabilità prima e sopra ogni cosa.

Dove va a finire questa responsabilità ergendo un muro che estromette l’altro?

Ergere un muro non fa altro che alimentare una paura irrazionale e insensata nei confronti di ciò che ormai siamo soliti chiamare “diverso”, solo perché non ha il nostro stesso colore o non professa la nostra stessa religione.

La soluzione non può e non potrà mai essere la violenza o un muro che “chiuda fuori il problema”. La soluzione non può essere l’odio, la soluzione non può rappresentarsi in un abbandono di umanità.

Al contrario, ciò che manca alla nostra contemporaneità è proprio un senso di essere-per-l’altro, un senso di appartenenza ad una comunità intesa come “mondo”, al di là delle varie etnie, una comunità che abbracci indistintamente ogni essere umano

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