Con Parisi parliamo di Milano, un futuro tutto da scrivere

Con Parisi parliamo di Milano, un futuro tutto da scrivere
Stefano Parisi

Milano si appresta a scegliere il suo Sindaco. Il primo turno si è chiuso con uno scarto risicato. Sala ha avuto quel soffio di voti in più che di certo non fa star tranquilli, e Parisi, in rimonta, sta con il fiato sul collo dell’avversario, con un centrodestra ad aver riconquistato 5 zone, parlando come non mai al malcontento delle periferie. Vinca il “migliore”, come si dice in questi casi, e grazie a Stefano Parisi per averci concesso questa intervista.

Buongiorno Dott. Parisi, di cosa ha maggiormente bisogno Milano per diventare polo di attrazione e opportunità non solo in Italia ma a livello internazionale?

Milano deve diventare un luogo capace di creare opportunità e generare occupazione. La parte che riguarda la trasparenza e la burocrazia, incide molto anche su questo aspetto. I sindaci delle grandi città europee sono in grado di attrarre investimenti e chiamare i capi delle aziende di corporate internazionali, poiché possono garantire tempi certi e costi certi. Noi oggi non siamo in grado di farlo, ci è preclusa questa possibilità. Se il 23 giugno, con la Brexit, Londra dovesse uscire dal perimetro europeo, per Milano si aprirebbe una occasione straordinaria e fondamentale, al di là dell’eventuale danno che si avrebbe a carico dei Paesi membri. Milano deve tuttavia essere in grado di far gravitare su di sé gli investimenti delle grandi corporate. Dobbiamo però velocizzare il processo di trasparenza richiesto dai maggiori interlocutori internazionali.

L’Europa attuale non è comunque il progetto pensato dai padri fondatori, si è trasformata nell’ennesima struttura ultra burocratica, che necessita indubbiamente un ripensamento. Lei che Europa immagina per una città come Milano?

I problemi dell’Europa sono al momento molto profondi, e riguardano principalmente la sua incapacità ad avere una linea unica sui grandi temi, a partire dall’immigrazione. Per quanto riguarda la burocrazia, l’Europa ha solamente peggiorato il peso di questo comparto nel nostro Paese, già gravato di suo. Con il venir meno del ruolo internazionale degli Stati Uniti, all’Europa ora è chiesto di essere “più” Europa, mettendo mano ai suoi problemi di fondo: inefficienza e debolezza politica strutturale.

Ne “L’intelligenza del denaro: Perché il mercato ha ragione anche quando ha torto” – che lei ben conosce – si parla di quanto ostacolare o limitare la libertà del mercato significhi togliere alle persone la possibilità di manifestare la loro libertà di farsi scegliere, togliendo prodotti e i servizi che non potranno essere a loro volta sperimentati e scelti. Non si deve aver paura di lasciare spazio all’imprevisto e al libero mercato, che di fatto è l’economia della sorpresa. Nel rapporto pubblico/privato, quanto l’apertura al privato può essere una leva nell’ottimizzare risorse e migliorare servizi?

Noi siamo per ridurre il peso del pubblico ovunque, lasciando spazio al privato al fine di un miglioramento dei servizi offerti. A Milano c’è una grande e lunga tradizione nel sociale, con straordinarie realtà legate al mondo privato, che hanno espresso una capacità e un’efficienza di intervento in tutti gli ambiti dei servizi sociali, dagli anziani, ai bambini, alle persone con disabilità, ai profughi, per citarne alcuni. Noi vogliamo accentuare questa importantissima esperienza, in una città dove il terreno è molto fertile, seguendo sempre di più questa logica di rapporto pubblico/privato. Il pubblico deve pertanto ritagliarsi un ruolo di regolatore, lasciando al privato la gestione di un servizio che deve essere rivolto al pubblico, e non di sua proprietà.

Rispetto ai grandi sindaci storici, persone illuminate, che la città ricorda con rispetto, a chi vorrebbe paragonarsi?

Con Albertini ho un bel rapporto, abbiamo lavorato insieme e siamo molto legati, inoltre mi ha sostenuto molto in questa campagna elettorale. Esistono grandi esempi storici, per esempio Tognoli. Credo, però, che l’esperienza sia sì un fattore importantissimo ‒ io a 60 anni non sono certamente un neofita e ho anni di esperienza acquisita lavorando sia nella pubblica amministrazione che nel privato ‒ ma le modalità di governo richieste dalle sfide che attendono nei prossimi 20/30 anni una grande metropoli europea come Milano, siano ancora tutte da scrivere. Ci attendono grandi trasformazioni sociali, con il flusso migratorio che andrà aumentando sempre più, ambientali, tecnologiche, di innovazione e riurbanizzazione già in atto. Cambiamenti interessanti, che per essere affrontati rimandano indubbiamente alla qualità della tradizione avuta da sempre a Milano, una città fortunata da questo punto di vista. Lo stesso Pisapia è stato un buon sindaco, non è di certo Marino a Roma, mancante però di quell’impatto ed energia di cui necessita la città. Oggi non basta saper amministrare bene, si impongono tutta una serie di sfide che la sinistra sembra non cogliere.

Quale è la prima cosa che farà in caso di vittoria e quale in caso di sconfitta?

In caso di vittoria c’è sicuramente moltissimo lavoro da fare, e se domenica dovessi avere la fiducia dei milanesi siamo già pronti con un programma di governo da implementare ed analizzare, oltre ovviamente costruire la squadra. La prima azione sarà quella di fare un incontro con tutte le persone che lavorano nel Comune di Milano. La pubblica amministrazione è spesso considerata una palla al piede, un peso nonostante il quale si devono fare le cose. Ritengo invece che esso sia il vero motore del cambiamento attuabile a Milano, ma le prima persone a cui parlerò ‒ azione che per correttezza non ho fatto in campagna elettorale ‒ saranno i dirigenti e i quadri del Comune, per mettere la macchina pubblica nelle condizioni ottimali per “fare”, insieme alla giunta. In caso di sconfitta, penso che andrò a dormire.

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