Mafia connection: dall’Italia in Gran Bretagna

Mafia connection: dall’Italia in Gran Bretagna

La mafia ha allargato da tempo i suoi confini fino in Gran Bretagna, dove proliferano attività illecite. Dal traffico di droga al riciclaggio tramite aziende e società finanziarie: le connessioni mafiose dall’Italia alla brughiera inglese.

A business thrives when the owner keeps his eye on it” dicono gli inglesi, “l’occhio del padrone ingrassa il cavallo”. Cosa nostra, camorra e n’drangheta non sono da meno: gli occhi della mafia ingrassano i propri cavalli da tempo, anche in Inghilterra. Il Paese ha infatti attirato a sé il “meglio” della criminalità organizzata di stampo mafioso. Il motivo? La possibilità di riciclare il denaro ottenuto attraverso società finanziarie e attività imprenditoriali. Ma non solo. Ciò che più conta in Gran Bretagna, in prospettiva mafiosa, è la larghezza e la flessibilità del mercato interno. Immobili, servizi e traffici illegali: tutto nell’iperconnesso mercato anglosassone che si estende dai grattacieli della City di Londra ai paradisi bancari delle isole Cayman, tutto a disposizione della mafia.

British connection – La torta inglese è sostanziosa e la mafia la assaggia da anni. Nonostante la Gran Bretagna sia nota per il virtuosismo in termini di anticorruzione, nel regno di Sua maestà le connessioni della criminalità organizzata sono sempre più evidenti. L’ampliamento degli affari mafiosi in Gran Bretagna non riguarda solo l’export di un modello criminale, ma una prassi che vede consolidare il ruolo sempre più finanziario, sempre più “da piani alti” della mafia. La scia di sangue e merda è ben insabbiata a favore di infiltrazioni negli ambienti dell’alta finanza e dell’imprenditoria locale. Dati alla mano, le agenzie britanniche hanno pubblicato negli ultimi anni molti dossier che svelano i collegamenti delle organizzazioni criminali. Gli affari vengono alimentati attraverso l’alta finanza e i circuiti delle società offshore di cui l’Inghilterra, tra madrepatria ed ex colonie, è il paese con il maggior numero al mondo.

Nel 2013 uno studio basato su inchieste di Transcrime (il Centro di ricerca sulla criminalità transnazionale dell’Università Cattolica di Milano) ha rivelato come tutte le principali mafie italiane siano presenti nel Regno Unito con i loro affari. Uno studio di Transparency International del 2015 ha contato 36.342 immobili in un’area di 6 km quadrati a Londra di proprietà di società di copertura. Mentre il 75% degli immobili attualmente sotto indagine nel Regno Unito per reati legati alla corruzione sono registrati in paradisi fiscali. A Londra il 90% degli immobili di proprietà di società straniere sono di società registrate in paradisi fiscali. Nel marzo dello stesso anno Transaprency Uk ha pubblicato dati sul mercato immobiliare londinese che è «sempre più rifugio di capitali e soldi sporchi». Nel Regno Unito, secondo le stime di associazioni non-governative, vengono riciclati 57 miliardi di sterline (ovvero 74 miliardi di euro).

Attraverso società offshore i flussi di denaro vengono ripuliti e rimessi nel circolo dell’economia. I soldi sono ottenuti dai traffici illeciti fino alla gestione quotidiana di piccole realtà locali come sale scommesse e locali, che assumono anche la funzione di nascondiglio per merci e latitanti. Nel 2015 la National Crime Agency ha pubblicato un documento che analizza dati in questo senso. Il testo spiegava come «ogni anni centinaia di miliardi di dollari di provenienza criminali quasi sicuramente continuano a essere riciclati attraverso le banche del Regno Unito e le loro filiali. L’entità del riciclaggio dei proventi criminali – continua la nota – è quindi una minaccia per l’economia e la reputazione del Regno Unito». Lo stesso primo ministro David Cameron ha espresso preoccupazione a riguardo, «il Regno Unito – secondo Cameron – non puo’ diventare un paradiso fiscale per soldi sporchi di tutto il mondo». Eppure è andata così. La stessa stampa inglese si è accorta di questa vera e propria occupazione finanziaria della propria città. Settimane fa ha destato scalpore l’inchiesta del quotidiano Guardian sul grattacielo residenziale più alto di Londra, il St George Wharf Tower: 50 piani con 214 appartamenti di lusso perlopiù intestati a stranieri quando non posseduti da società offshore. Una torre vuota per la gran parte dell’anno, mentre la maggior parte dei londinesi non riesce nemmeno più a trovare un affitto accettabile: le case non servono per essere abitate, ma per fungere da casseforti che custodiscono denaro, spesso riciclato.

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La copertina del “Toronto Life” con in copertina la notizia dell’arresto di Alfonso Caruana

I precedenti – Dall’Italia a Londra le organizzazioni criminali ormai sorseggiano il tè e il panorama criminale britannico parla italiano da decenni. Già dagli anni ottanta i traffici di droga caratterizzavano l’attività, per esempio, di Cosa Nostra in Inghilterra. Una delle prime presenze della mafia siciliana nel territorio di è quella dell’attuale pentito Francesco Di Carlo, “esiliato” nel 1982 in Inghilterra quando era capofamiglia per questioni interne con la Commissione di Cosa Nostra. Nel 1985 invece Alfonso Caruana, allora residente proprio a Londra, fu arrestato nell’ambito del sequestro di un carico di droga al porto di Southampton: 37 kg di eroina pura incastrarono lui e suo cugino Gerlando Caruana nella tratta Londra-Toronto, entrambi erano membri della famiglia Cuntrera-Caruana, “i Rothschild di Cosa Nostra”. Nel corso degli anni si sono susseguite vere e proprie epoche mafiose, le organizzazioni sono cresciute cambiando il metodo criminale e la tipologia e dallo stragismo degli anni ’90 si è passati agli affari in sordina. La mafia ha perso in egocentrismo e in visibilità per guadagnare in sopravvivenza. In questo passaggio la Gran Bretagna ha avuto la funzione di accogliere numerosi mafiosi durante la latitanza. Le stesse attività illegali sorte in Inghilterra hanno la funzione di nascondiglio per i criminali braccati dalle polizie europee.

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Savino Parisi, coinvolto nella gestione di aziende di copertura in Inghilterra nel 2009 è stato assolto e scarcerato nel gennaio 2016.

Nel 2009 la Commissione per il Gioco d’Azzardo britannica ha sospeso la licenza della Paradise Bet Ltd. per strani movimenti di denaro. L’azienda con sede a Hounslow, periferia ovest di Londra, aveva in gestione anche un sito omonimo di scommesse sportive. Il punto vendita è stato chiuso dopo che le autorità italiane hanno bloccato i patrimoni nell’ambito di un operazione contro il clan dei Parisi, originari della Puglia e i cui associati sono stati accusati di omicidio, traffico internazionale di droga e riciclaggio. Nell’ambito delle operazioni finirono agli arresti Savino Parisi, reggente dell’organizzazione, e altre 74 persone che da Bari comandavano gli affari londinesi. Il sequestro cui furono sottoposto rende chiaro la portata e il giro dei Parisi a Londra: 227 immobili, 680 conti, oltre 60 vetture di lusso, 9 scuderie, 71 cavalli di razza e oltre 35 aziende per un totale di oltre 170 milioni di sterline.

Un anno prima, l’allora presidente della Commissione Antimafia Francesco Forgione aveva alzato i riflettori sulle connessioni tra le piazze di spaccio inglesi e il mercato italiano realizzando un dossier che vedeva implicati, tra gli altri, i membri della famiglia Graviano. «Membri della famiglia di Secondigliano sono sospettati di possedere negozi a Londra, dove espongono falsi prodotti di stilisti e che fungono anche da nascondiglio per latitanti e da snodo per traffico di droga» dichiarò Forgione nel lontano 2008. Quell’anno è strettamente legato ai recenti collegamenti delle cosche calabresi in Emilia Romagna. L’eco dell’appettito mafioso in terra emiliana arrivò fino alle strade del West End dove, secondo Forgione, «due presunti membri del clan Aracri, che controlla gran parte della città di Reggio Emilia, si sono insediati nel West End di Londra, acquistando molte proprietà. A Londra non hanno ucciso ancora, per ora si limitano ad investire». Nel quadriennio 2004-2008 furono arrestati quattro mafiosi nel Regno Unito poi processati in Italia. La possibilità di arrestare mafiosi è dovuto al mandato d’arresto europeo promulgato nel 2004.

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Antonio La Torre aveva costruito un impero – tuttora esistente – in Scozia

A quegli anni è riconducibile il piccolo impero imprenditoriale creato da Antonio La Torre, un boss della Camorra arrestato nel 2005. La Torre era riuscito a creare un circolo di imprese che riciclavano denaro sporco presso Aberdeen, in Scozia. Tra quelle implicate c’erano anche aziende dedite all’import di olio d’oliva e salumi dall’Italia che offrivano posti di lavoro a napoletani in cerca di fortuna. Nonostante l’arresto La Torre è stato accusato solo dei crimini commessi nel nostro Paese: tutte le proprietà scozzesi del camorrista rimangono in mano ai suoi uomini. Oltre alla gestione economica anche l’impegno di formazione per i criminali inglesi: è il caso di Gennaro Panzuto, arrestato nel 2007 a Garstang nel Lancashire. Panzuto era impegnato nella trasmissioni di ordini dall’Inghilterra a Napoli e nel mentre si dedicava all’insegnamento ai criminali del territorio di tecniche e stratagemmi per truffare aziende di autonoleggio. Ambo i casi il problema vede uno scarso interessamento delle autorità inglesi davanti a questo tipo di fenomeni criminali. La soluzione potrebbe essere l’attuazione di normative che introducano il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, attualmente vuoto normativo in Gran Bretagna. In pratica l’Inghilterra, al pari dell’Italia fino al 1982, non ha nessuna legge che punisca l’associazione a delinquere di stampo mafioso.

Tutte la strade portano a Roma – Per oltre 30 anni a Londra non ci sono stati soltanto mafiosi della cosiddette “mafie tradizionali”. Nella città britannica infatti la presenza di latitanti riconducibili a Mafia Capitale supera l’immaginabile. Lo stesso Massimo Carminati progettava affari da Roma in terra inglese. Per farlo utilizzava referenti romani di Cosa Nostra impiantati direttamente a Londra. Tra questi c’era Giovanni De Carlo, incensurato romano che trasferiva proprietà di società in Inghilterra per conto del “cecato”. Il reggente della cupola romana deteneva a Londra molte proprietà, tra cui un immobile nel quartiere di Notting Hill acquistato nel 2013 e dove prese residenza suo figlio Andrea. Nelle intercettazioni Carminati confermava come Londra rappresentasse il presente dei suoi investimenti, ma anche la base del suo passato da terrorista d’estrema destra. Come lui infatti molti fascisti espatriarono in Inghilterra creando una vera e propria galassia in terra inglese dove poter “ricominciare” o, in caso, continuare. Attività come pub e aziende di abbigliamento (alcune famose anche in Italia per lo spirito della subcultura casual) fungevano da copertura per la latitanza, perché «quando siamo andati latitanti siamo andati a Londra» conferma Carminati nelle intercettazioni.

I collegamenti tra Mafia Capitale e Londra venivano gestiti attraverso vecchi amici della gioventù fascista di Carminati, come Vittorio Spadavecchia e Stefano Tiraboschi. I due suggerivano al “cecato” possibili investimenti dove ripulire il denaro ottenuto dagli affari a Roma, che Di Carlo provvedeva a trasferire dall’Italia. Per coprire i movimenti i vertici di Mafia Capitale crearono società ad hoc in Inghilterra come Pf One Ltd. e Augustea Ltd che assorbono quote di PF Immobiliare e Partecipazioni Srl. Un settore particolarmente fruttuoso per Carminati e soci era quello dei carburanti: la società MS fu trasformata in Mondopetroli, con l’amministratore di Augustea Ltd. a prendere le redini dell’azienda. Londra è stata l’ultima terra di libertà per Carminati che nel dicembre 2013 dovette tornare alla svelta a Roma perché, come dice Buzzi a Giovanni Campenni nelle intercettazioni dell’inchiesta, «l’ultima volta che è andato in Inghilterra è dovuto rientrà de corsa perché pareva che lo dovevano arrestà». Poi accadde, un anno dopo.

 

 

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