Telemedicina, tra opportunità e smantellamenti

Telemedicina, tra opportunità e smantellamenti

A palazzo Madama la conferenza “Lo strano caso della telemedicina in Italia”, incontro tra associazioni, imprese e istituzioni sul futuro della telemedicina nel Belpaese.

Nella cornice di una sala Koch orfana del ministro della salute Beatrice Lorenzin – “per impegni amministrativi” – si è svolta “Lo strano caso della telemedicina in Italia”. La conferenza, promossa dall’associazione “Lazio Salute Sanità per l’Eccellenza”, da “Insieme per un cuore più sano Onlus” e Place Academy”, ha visto partecipare professionisti del settore medico e studiosi discutere con i rappresentanti delle istituzioni sul presente e sul futuro della telemedicina in Italia.

Il quadro italiano – Nel nostro Paese si parla di telemedicina dal 1976 quando, attraverso l’utilizzo delle linee telefoniche, i medici potevano monitorare le condizioni di pazienti affetti da patologie cardiovascolari direttamente dal loro domicilio. Da quel momento, a distanza di quarant’anni, la condizione reale della telemedicina in Italia non ha avuto la diffusione sperata. Stando ai dati dell’Istat l’85,2% dei cittadini italiani sopra i 75 soffre di una patologia cronica, il 65,4% nello stesso range di età di ben due e in generale la popolazione è per il 38,3% affetta da patologie croniche tra cui spiccano malattie cardiologiche e diabetiche. In questo scenario la telemedicina puo’ aiutare da un lato i pazienti e dall’altro l’alleggerimento del sistema sanitario nella gestione della prevenzione e del trattamento. Per farlo, «Bisogna trovare sistemi semplici di prevenzione – spiega Roberti Messina, presidente della FederAnziani – L’ospedale non deve fare milioni di diagnostiche negative: un cardiologo, in media, su 100 test trova solo 13 casi patologici. Attraverso la progettazione di device fatti in modo che un cittadino puo’ aiutarsi da se – afferma Messina – si possono ottenere ottimi risultati. Per esempio – conclude – un elettrocardiogramma nei centri anziani che comunica direttamente con l’ospedale più vicino puo’ monitorare di più e meglio dei metodi tradizionali». Nel reale alcuni ospedali capitolini stanno già adottando soluzioni di telemedicina come dimostra il Policlinico Casilino, «Un’esperienza – spiega Leonardo Calò, direttore FF U.O.C. UTIC Cardiologia del Policlinico Casilino – che dimostra come la possibilità di  controllare a distanza le condizioni clinicihe di un paziente cardiopatico sia fondamentale per prevedere e prevenire i peggioramenti della suo stato di salute, al fine di incrementare la sua qualità della vita. La telemedicina – conclude Calò – è più di una possibilità reale di contenimento della spesa pubblica».

Medicina 2.0 – «Per Telemedicina – recitano le linee guida divulgate dal Ministero della Salute – si intende una modalità di erogazione di servizi di assistenza sanitaria, tramite il ricorso a tecnologie innovative, in particolare alle Information and Communication Technologies (ICT), in situazioni in cui il professionista della salute e il paziente (o due professionisti) non si trovano nella stessa località». Cosa significa? Un esempio conosciuto di apparecchio telemedico è il microinfusore utilizzato dalle persone affette da diabete. La pompa insulinica funge infatti sia da apparecchio di monitoraggio per il paziente che da dispositivo per inviare dati al medico curante. Un altro esempio è il caso di cittadini che risiedono in piccoli comuni piuttosto isolati dai centri urbani e quindi lontani da strutture ospedaliere. «La telemedicina puo’ aiutare la cura nei piccoli comuni spesso isolati o che compongono “sacche di povertà” – spiega l’ex Presidente della Camera Irene Pivetti – Basti pensare ai comuni sotto i 5mila abitanti in cui abitano oltre 10 milioni di cittadini italiani. Lì i giovani vanno via e rimangono anziani o persone impossibilitate a muoversi: ecco che la telemedicina puo’ aiutare con monitoraggi continui attraverso l’invio di dati alle strutture ospedaliere». Alle realtà locali vanno aggiunte anche quelle professionali, come nei casi dei lavoratori del settore marittimo, «parte integrante della ricchezza del Paese» come afferma Luca Sisto di Confitarma. «Le navi che lavorano sulle tratte commerciali in tutto il mondo – spiega Sisto – rappresentano una grande fetta del Pil italiano. In queste imbarcazioni lavorano 10-15 marinai che hanno come unico punto di supporto medico una farmacia all’interno della nave del valore di 7mila euro. Spesso un tale quantitativo di farmaci è inutilizzato e gettato; addirittura – continua – in alcuni scafi ad alta velocità e di dimensioni ridotte questi farmaci neppure entrano nelle stive. Ecco – conclude – che la telemedicina puo’ aiutare in questo senso a connettere anche chi lavora in mare con le strutture a terra in maniera precisa e senza spese inutili, tutelando l’equità d’accesso e il diritto a venire curati, che deve rimanere basilare».

Costi e contesti – Nel contesto della strategia comunitaria “Europa 2020” l’Italia dovrebbe aumentare le risorse economiche in tema di sanità. Allo stesso modo il nostro Paese dovrebbe aumentare anche quelle che vedono una maggiore informatizzazione e digitalizzazione delle strutture sanitarie, come delle modalità di cura tra cui la telemedicina. «Bisogna incentivare le strutture ospedaliere all’utilizzo della telemedicina – ha dichiarato il Gabriele Palozzi, ricercatore dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” – Basterebbe introdurre un semplice e contenuto rimborso per sopperire i costi del nostro sistema sanitario e al tempo stesso garantire qualità del servizio». Dello stesso parere anche Francesco Ranalli, ordinario di Economia Aziendale dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, che si è soffermato sulla necessità di investimenti in Sanità adatti a promuovere sistemi di cura innovativi a basso impatto economico. In questo senso «la telemedicina è una nuova forma che non cambia il modo di curare». I vantaggi economici sono stati largamente dibattuti durante la conferenza e Gabriele Palozzi, ricercatore dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, ha definito l’utilizzo della telemedicina come «un beneficio economico e sociali per l’intero sistema sanitario nazionale. I vantaggi dell’utilizzo della telemedicina nella gestione delle patologie croniche – continua Palozzi – sono ormai chiari e inequivocabili. Oggi tali tecnologie sono poco usate in Italia e in un sistema fondato sui rimborsi – conclude – la mancanza di una tariffa dedicata diventa un fattore disincentivante all’erogazione di prestazioni costo efficaci». La telemedicina puo’ aiutare concretamente i cittadini e puo’ migliorare anche l’intero panorama sanitario italiano, oggetto di smantellamenti e tagli da ormai troppe legislature. Ma c’è un rischio. «La telemedicina è un’opportunità per curare i nostri pazienti – spiega Renato Pietro Ricci, presidente dell’AIAC, l’Associazione Italiana di Aritmologia e Cardiostimolazione – Il 4 novembre 2014 abbiamo presentato a Montecitorio “I diritti del malato 2.0”, che rappresentano un nuovo standard di cura: si visita tradizionalmente solo quando serve». In questo senso la telemedicina si muove nel contesto della “sanità a costo zero”, un paradosso frutto di scelte politiche. La telemedicina rischia immeritatamente di vedere i buoni propositi vacillare davanti allo smantellamento della sanità pubblica in nome del “costo zero”. Tuttavia non puo’ esistere sanità, medicina e ricerca senza costi e investimenti: una sanità pubblica a “costo zero” è un’utopia. Di fatto il pericolo parallelo a una tecnologia importante, qual è la telemedicina, è quello di trasformare un’opportunità in paravento per prosciugare ulteriormente il servizio sanitario nazionale.

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