La Mamma Ciociara e le Marocchinate: la Storia non ammette ignoranza

La Mamma Ciociara e le Marocchinate: la Storia non ammette ignoranza
La Mamma Ciociaria

“Eravamo a tagliar l’erba amore di nonna, lo sai che a maggio è pieno di colori, di sapori, di odori, è un mese ricco con il primo caldo. Allora, tra tutti quei colori bisognava sempre lavorare, ma si lavorava insieme, tra un canto e una risata così la fatica era più leggera.

Quel giorno però mentre eravamo a tagliar l’erba, quei prati erano più agitati del solito: “gli Alleati, essegli è.. arrivano finalmente! La guerra è finita! Gli Alleati!”

A noi che eravamo lì quasi non sembrava vero, sarebbero finiti i bombardamenti, le paure, per tanti la vita nelle grotte e per me forse, sarebbe arrivato il momento di riabbracciare mio marito che era prigioniero di guerra in Polonia e che forse era ancora vivo. Tra tutti questi forse e la bella notizia che già da mesi si ripeteva, la speranza era più forte e quella giornata ancor più colorata, piena di profumi, anche la terra ci diceva che qualcosa sarebbe cambiato.

Continuavamo a lavorare tra questi discorsi, tuo nonno giocava nella cesta di vimini, con la spensieratezza di un bambino di due anni che tutti quei discorsi non li poteva capire e che guardava meravigliato i prati, gli animali al pascolo, i frutti, tutto gli sembrava chissà quale fenomeno.

Io stavo proprio viaggiando con la fantasia, ad un certo punto invece un suono trano mi ha interrotto, ha interrotto il canto della comare e le chiacchiere della squadra al lavoro, una parola ad alta voce, urlata che non abbiamo capito, non era tedesco… ci siamo bloccati.

Ecco che da alcune “macchie” dietro ai lecci, sono usciti una ventina di uomini neri, con i fazzoletti attorcigliai sulla testa e un “cappottaccio” lungo fino ai piedi, sporchi, con gli orecchini al naso e gridavano, gridavano ma non li capivamo, con quei fucili puntati, gridavano e ci presero!

Non erano gli Alleati che aspettavamo, ci avevano mandato i cani!”.

Ecco, le storie che ho ascoltato, si interrompono qui: “ci presero!”, non aggiungono altro.

Solo una signora ormai novantenne che vive sotto casa, ha avuto il coraggio di andare fino in fondo con il racconto, di dirmi che in cinque di quei goumier venuti nel 1944 per prendere Montecassino e sfondare la Linea Gustav, la presero in una grotta dove era rifugiata con il padre e la violentarono sotto gli occhi del padre che piangeva con il mitra puntato alla testa. Solo questa signora ha avuto il coraggio di raccontarmi la scena di cui è stata protagonista, presa per i capelli colpita alla testa con il calcio del fucile, svenuta a terra e rinsavita quasi al termine di quello stupro di gruppo; solo lei ha avuto la forza di raccontare del suo corpo bianco fatto oggetto di cinque “Marocchi” che su di esso hanno scritto una pagina di una vita che hanno condizionato per sempre.

I paesi del Lazio settentrionale hanno visto qualcosa che va oltre la guerra che riusciamo ad immaginare noi oggi, nel territorio ciociaro non vi sono state solo bombe o sparatorie; in terra ciociara la brutalità si è personificata è entrata nelle case, tra i civili, si è fatta toccare con le sue carni.

Un ufficiale britannico del tempo e poi scrittore, Norman Lewis ha potuto assistere agli stupri inenarrabili che hanno flagellato questa terra e nel suo libro Napoli ’44 ricorda:

“Tutte le donne di Patrica, Pofi, Isoletta, Supino, e Morolo sono state violentate… A Lenola il 21 maggio hanno stuprato cinquanta donne, e siccome non ce n’erano abbastanza per tutti hanno violentato anche i bambini e i vecchi. I marocchini di solito aggrediscono le donne in due – uno ha un rapporto normale, mentre l’altro la sodomizza.”

Ora, alla luce dei racconti che forse non tutti conoscono ma che dovrebbero conoscere, va compreso il silenzio che avvolse la vicenda delle Marocchinate, un velo macchiato di vergona coprì i capi delle donne vittime della brutalità del maggio 1944.

Si, oltre ai segni sulla pelle e nell’anima, quelle violenze hanno lasciato un segno più profondo nei cuori delle donne e nel cuore della Ciociaria tutta, un unico cuore che al ricordo di cosa è avvenuto, gronda ancora di sangue, fa male!

Oltre alla violenza fisica che hanno dovuto sopportare, tante donne hanno portato il peso di una vergogna derivante da un’auto-colpevolizzazione per quando era avvenuto, per esser state violentate sotto gli occhi dei propri mariti e dei propri padri; molte donne ciociare, sono impazzite per questo, altre hanno dovuto combattere con delle pance che crescevano nei mesi seguenti a quella violenza, pance che portavano dentro i figli di un dolore grande ma di una vergogna per il tempo insopportabile. Va ricordato che molte di esse erano bambine, dai 10/11 anni fino alle anziane, tutte sono state oggetto di violenza e non ad opera di una solo.

Ora, ho raccontato tutto questo perché credo che non si debba e non si possa mai prescindere dalla storia soprattutto quando questa ha al suo interno fatti che non passano, fatti il cui dolore è palpabile ancora nel presente; ho raccontato questo però, perché forse il mio coetaneo Mattia Perin, portiere del Genoa e della Nazionale, è estraneo a questi fatti.

Ho letto di un commento del giocatore Perin rivolto ad un tifoso del Frosinone, un commento che è andato oltre il suo essere “pontino” e quindi rivale della terra ciociara; il 24enne è andato oltre l’eticamente concesso e fiero su Instagram ha commentato: ”A Vallecorsa cambiò la storia, tuo nonno parla arabo… il mio fondò Littoria!”

Queste parole hanno scatenato risentimento e indignazione di quanti, giovani e adulti, hanno vissuto e vivono ancora oggi il dramma delle Marocchinate, di quanti ne rispettano le vittime e di quanti hanno lavorato duramente anche a livello psicologico sulle singole donne e sulla collettività, per superare il dolore misto alla vergogna.

Per questo voglio sperare che dopo quanto si è scatenato sui social, le scuse che sono arrivate da Perin agli abitanti di Frosinone e di tutti i paesi ciociari offesi, siano davvero sentite e nate da una comprensione di ciò che prima ignorava.

Certamente il portiere mio coetaneo non avrà avuto una nonna che ha subito violenze e stando a Latina conoscerà di più i racconti dei coloni della bonifica, ma sono fiduciosa del fatto che anche per l’intervento che la Senatrice Spilabotte ha fatto in Aula, portando il caso Perin e mostrandolo ai suoi colleghi in tutta la sua gravità, il giovane capirà quale pagina ha aperto e di quante lacrime è stato bagnato.

Effettivamente è giusto che anche in Senato sia stato osservato un fatto così di offesa, perché Perin con il suo commento ha commesso lo stesso “errore” che è stato commesso nel 1944: due atti di violenza, uno individuale e l’altro collettivo.

Vallecorsa, che è la città presa in questione da Perin ed è anche il centro nevralgico delle violenze del 1944, organizza ogni anno incontri dedicati a quella memoria dolorosa ma in quanto viva, necessaria. Quest’anno le associazioni e i gruppi storici del paese stanno pensando di inviare un invito a Mattia Perin per aiutarlo a comprendere ciò che non conosce e per evitare che possa in futuro tornare ad offendere singoli e collettività.

Perin qualora volesse, potrà avere l’occasione di recarsi nel punto più alto della città, e guardare il monumento simbolo degli stupri ciociari: La Mamma Ciociara.

Un monumento unico che nasce da un fatto dettagliato costituito da persone precise:

“Giorno 27 maggio 1944
Ore 17,30- Contrada Farneta
ROSSI ELISABETTA di Giuseppe nata il 28 marzo 1890”

La donna in questione si lancia contro sette goumier per difendere le sue due figlie barbaramente prese; la donna viene trucidata e il cadavere rimosso solo tre giorni dopo dagli americani.

“Ore 21 – Località Macchione -Villa S. Stefano (la mia contrada)
MOLINARI MARGHERITA fu Sossio nata il 13 maggio 1886”

Anch’essa intervenuta in difesa della figlia Maria che riesce a liberare, viene colpita da una scarica di mitra.

Il monumento-simbolo a Castro dei Volsci, vicino Vallecorsa ricorda La Mamma Ciociara e insieme tutte quelle mamme che oltre a perdere figli e mariti in guerra, hanno perso la loro stessa vita, visto strappare via la dignità a esse ed alle loro figlie.

Magari il ragazzo incontrando Le Testimoni dei fatti, capirà da solo, ne sono certa, si perderà in quegli occhi lucidi contornati da rughe che solcano una pelle dura e avvertirà quasi un senso di inadeguatezza e chiederà lui scusa a se stesso in primis. Accade così, accade per tutti quando si guarda la storia negli occhi!

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook