Uranio impoverito, muore Passeri ma «è tutto a posto»

Uranio impoverito, muore Passeri ma «è tutto a posto»

Giovanni Passeri, 41 anni, militare salernitano morto il 3 gennaio 2016 di un tumore ai polmoni, è potenzialmente la 322 vittima dell’uranio impoverito, a distanza di pochi giorni dalla morte del maresciallo dell’Aeronautica Gianluca Danise. Sposato, padre di due figli, potrebbe essersi ammalato proprio a causa dell’esposizione all’uranio impoverito nel corso di una delle sue tante missioni all’estero.
A dare la notizia del decesso è stato Domenico Leggiero, dell’Osservatorio Militare: «Passeri è rientrato quattro anni fa dall’ultimo teatro operativo nei Balcani con tosse e febbre. E gli accertamenti a cui si è sottoposto hanno diagnosticato il tumore alle vie respiratorie». Giovanni Passeri, originario di Scafati ma residente a Pompei, era in servizio presso il reggimento Cavalleggeri Guide di Salerno, un reparto che sarebbe stato decimato da morti per patologie tumorali. «Molti casi non vengono nemmeno resi pubblici», come spiega Leggiero, «in quanto il ministero contatta le famiglie per non far divulgare le notizie».

Uranio impoverito, nemico invisibile 

L’uranio impoverito è una polvere letale ed insidiosa alla quale le divise dei militari non offrono protezione alcuna, lasciando il soldato inerme bersaglio di quest’arma invisibile. Nel corso degli anni non solo ha causato malattie letali (linfomi, leucemie, tumori al cervello, al pancreas e molte altre neoplasie maligne) ai soldati in missione all’estero, ma ha anche falciato vite innocenti, quelle dei figli di questi militari, nati con malformazioni o nemmeno venuti alla luce a causa di aborti spontanei o terapeutici.

Gli americani erano a conoscenza dei rischi, gli ordini erano chiari e prevedevano misure cautelari al fine di non esporre nemmeno un centimetro di pelle, nemmeno quando si trattava di semplice munizionamento. I soldati erano obbligati ad indossare tute completamente impermeabili, con autorespiratori come veri astronauti, a differenza dei soldati italiani che «erano vestiti poco più che in braghe di tela, si sedevano nelle camionette dove sui sedili era rimasta la polvere di uranio, che si infilava nelle mutande e nei pantaloni. E questo spiega l’anomala insorgenza di tumori non solo alle vie respiratorie, ma anche ai testicoli e rettali», come spiega l’ammiraglio Falco Accame, presidente dell’associazione Ana-Vafaf, che tutela le famiglie dei militari deceduti in tempo di pace. Inoltre gli americani, consapevoli dei rischi dell’uranio, lasciavano agli italiani le zone ad alto rischio.

Gli italiani invece agivano a mani nude, con il volto scoperto, senza maschere, in territori fortemente inquinati da proiettili di uranio impoverito, che erano ancora ben piantati nel terreno. Nemmeno informati che già lavarsi costantemente mani e corpo sarebbe stato un piccolo ma prezioso suggerimento. Certo, nel vedere i soldati statunitensi interamente bardati, con divise ultratecnologiche degne di un film di fantascienza, sorgevano perplessità, con domande fatte ai superiori per tentare di capire il motivo di questa differente protezione, alle quali veniva risposto: «Sono americani, sono esagerati. Non preoccupatevi: è tutto a posto».

Si è invece scoperto che l’esagerazione non era nascosta nelle tute protettive, ma si celava in quel «tutto a posto» pronunciato con fin troppa disinvoltura e leggerezza. I vertici militari sapevano che l’esposizione all’uranio impoverito era rischiosa e nulla è stato fatto per prevenire le conseguenza di questo rischio, come evidenziato dalla sentenza definitiva della Corte d’Appello della Procura di Roma che nel maggio scorso si è pronunciata sul caso di un sottufficiale morto di cancro dopo la missione in Kosovo, confermando «l’inequivoca certezza» del nesso di causalità tra l’esposizione alla sostanza tossica e la malattia.

Mattarella sapeva del pericolo? 

Domenico Leggiero, responsabile del comparto Difesa dell’Osservatorio militare del personale delle forze armate, ha sollevato anche la questione degli scambi di informazione avvenuti, in merito a questo, tra i vertici militari e quelli politici. Scambi che vedono coinvolto l’attuale Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che è stato rispettivamente vice presidente del Consiglio dal 21 ottobre 1998 al 22 dicembre 1999, e ministro della Difesa dal 22 dicembre 1999 all’11 giugno 2001, sotto i governi D’Alema e Amato.
Nello specifico del militare deceduto al centro della sentenza della Corte d’Appello, in servizio in Kosovo tra il 2002 e il 2003, Mattarella non ricopriva alcuna carica di Governo, ma «come ministro si era più volte espresso sulla questione delle munizioni arricchite con uranio impoverito impiegate nella guerra dell’ex Jugoslavia, intervenendo proprio in merito ai primi casi di leucemia che avevano iniziato ad abbattersi sui reduci delle missioni nei Balcani», come spiega Leggiero. Queste le sue parole da ministro della Difesa, quando il 27 settembre 2000 rispose ad un’interrogazione parlamentare riguardante due decessi di militari italiani: «Nel primo caso il giovane, vittima della malattia, non era mai stato impiegato all’estero. Nel secondo caso il giovane militare era stato impiegato in Bosnia, a Sarajevo precisamente, dove non vi è mai stato uso di uranio impoverito». Fatto assolutamente falso, quest’ultimo, in quanto furono ben 10.8000 i proiettili all’uranio impoverito utilizzati dagli americani in Bosnia, Sarajevo compresa. Lo stesso Mattarella dovette prenderne atto il 21 dicembre 2000.
Mattarella era nuovamente intervenuto al Senato il 10 gennaio 2001, rassicurando che, per quanto riguardava il Kosovo, «la Nato, nel maggio 1999, ha fatto sapere di aver utilizzato in quella regione munizionamento all’uranio impoverito. L’ingresso delle nostre truppe in Kosovo è avvenuto successivamente alla notizia pubblica – ripeto – dell’uso di munizioni all’uranio impoverito. Di conseguenza, fin dall’ingresso dei nostri militari in Kosovo si sono potute adottare misure di protezione adeguate».
Leggiero si domanda, giustamente: «I vertici militari non hanno informato il ministro? Cosa molto probabile. Hanno sdrammatizzato la situazione convinti di controllare le conseguenze della vicenda? Cosa probabile. O, infine, i vertici militari hanno detto la verità al ministro, che quindi sapeva? Cosa molto poco probabile». Fatto sta che alla richiesta di Leggiero di incontrare il capo dello Stato, per discutere vis a vis della questione riguardante l’uranio impoverito, è stato risposto da un suo collaboratore: «Sono spiacente di doverle comunicare che l’agenda presidenziale, per i prossimi mesi, è fitta di impegni istituzionali».

«Vittime terze» e la Commissione d’inchiesta

Intanto gli strascichi degli effetti nocivi dell’uranio continuano a farsi sentire, dato che ci possono mettere anche quindici anni a manifestarsi. Tutto è partito dalla denuncia dei familiari del brigadiere capo Giovanni Mancuso, stroncato da un tumore al cervello nel 2010. Da allora sono stati innumerevoli i casi analizzati, il cui comune denominatore è l’insorgenza di forme tumorali, tutte piuttosto simili fra loro, oltre al fatto che i militari rientravano da missioni di pace all’estero in Somalia, Kosovo, Jugoslavia e Afghanistan.
Uomini fra i 22 e i 45 anni, figli, fratelli, mariti e padri, che vedono molte volte la morte abbattersi proprio sui loro figli, «vittime terze», danneggiate cioè indirettamente dall’esposizione dei loro genitori. L’ultima in ordine di tempo a subire le conseguenze di questa invisibile mano mortifera, è una bambina di due anni e mezzo affetta da labiopalatoschisi, comunemente definita “labbro leporino”, proprio come suo fratello di sette anni.

Ora ad occuparsi dei civili ci sarà la Commissione d’inchiesta della Camera (promossa da Sel e Movimento 5 Stelle), che faticosamente sta cercando di iniziare a far luce sui mancati risarcimenti alle vittime dell’uranio impoverito. Vittime a volte silenziose per paura di ritorsioni o per cavilli burocratici, come quelli riguardanti le anomalie genetiche che non sono state denunciate alla nascita, e di conseguenza non compaiono in statistiche sanitarie e nei registri della Asl, inesistenti per gli stessi tribunali che dovrebbero portare avanti inchieste che invece non sono mai state avviate. Figli di civili che vivono vicino a posti contaminati da uranio, torio, gas radon presenti dove viene fatta la sperimentazione per gli armamenti, come ad esempio Salto di Quirra, sede di un poligono interforze a disposizione della Nato, a cui si aggiungono i paesi sardi di Escalaplano, Capo Teulada e Perdarsefogu, la cui “colpa” è di essere situati in prossimità dei poligoni.

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