Che qualcuno debba tornare tra i banchi?

Che qualcuno debba tornare tra i banchi?

Nonostante si sia curiosamente e rapidamente defilata dal panorama mediatico – fatto salvo per qualche mobilitazione senza nemmeno troppo scalpore –, la riforma della scuola firmata Giannini non devia dal proprio iter, tra le battute conclusive del piano assunzioni e le ufficiose anticipazioni sull’atteso Concorso Docenti. Eppure, nonostante i toni trionfalistici dei suoi promotori, la “Buona Scuola” pare non essere poi così “buona” per tutti. Tra gli scontenti, si collocano senz’altro gli insegnanti abilitati – TFA I e II ciclo e PAS –, la cui attuale situazione ha tutti i connotati del paradosso. Per loro né il superamento di rigide prove selettive, né i corsi a frequenza obbligatoria, né le centinaia di ore di tirocinio in classe, né il salasso economico necessario a foraggiare il percorso abilitante hanno mantenuto quanto implicitamente promettevano: la partecipazione alle “meravigliose sorti e progressive” prefigurate dalla discussa manovra assunzioni.

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Tra i soggetti principali che mirano a tener vivo il dibattito, estendendolo anche a una platea più ampia rispetto ai soli addetti ai lavori, è il Coordinamento Nazionale TFA (CNT). Il Coordinamento, che a partire dal 28 settembre scorso si è costituito in via formale come Associazione, dialoga oggi con noi attraverso la voce di Sara Piersantelli, membro e socia fondatrice.

Qual è l’identità del CNT? Chi rappresenta e in che termini?

L’Associazione Coordinamento Nazionale TFA rappresenta tutti gli abilitati TFA e, più genericamente, coloro che vogliono lottare per il bene della scuola pubblica. Ovviamente il nostro primo intento è quello di chiedere garanzie e tutela per tutti gli abilitati che, usciti dai percorsi ordinari del Tirocinio Formativo Attivo, si sono visti negare i diritti sanciti nel Decreto Ministeriale che li istituiva, tra cui il numero programmato sul fabbisogno.

Nel tutelare una categoria tutto sommato circoscritta di docenti non si corre il rischio di trascurare le rivendicazioni degli altri? Da questo punto di vista, in che senso va intesa quell’aequitas che concepite come uno dei vostri tratti distintivi?

Vede, il problema della società odierna è intendere la rivendicazione di diritti altrui come necessariamente lesiva dei nostri. Un diritto è tale e basta, non ci possono essere diritti di serie A e diritti di serie B, quello che conta è riuscire a garantire a ciascuno il rispetto delle sue peculiarità, come anche l’art. 3 della nostra Costituzione spiega ampiamente. Per questo abbiamo voluto inserire l’aequitas come uno dei nostri principi fondamentali; per questo noi siamo a favore del TFA e di tutti i percorsi ordinari e selettivi, come è anche Scienze della Formazione Primaria, ad esempio, e contro nessuno.

Quali sono i nodi più urgenti da affrontare, le vostre richieste di fondo, gli obiettivi principali?

Sicuramente la questione più urgente, perché la prima che si dovrà affrontare in ordine di tempo, è quella del concorso. La cosa importante è evitare che si arrivi a una farsa che trasformi il concorso in una seconda fascia a scorrimento, e far sì che i percorsi abilitanti ordinari e selettivi siano adeguatamente valorizzati. A questo si aggiunge la necessità di pensare un futuro per coloro che potrebbero non passare, o non poter partecipare per i più svariati motivi, il concorso. Questa non può essere l’occasione della vita, non è giusto nei confronti di tutti coloro che hanno progettato un futuro con l’insegnamento come professione, e che per rendere concreto tutto questo hanno pagato dei soldi, sacrificato tempo e famiglia, studiato oltre misura per superare delle prove. In questo senso va la nostra continua richiesta del doppio canale, quindi l’inserimento in Graduatoria ad Esaurimento, e infine l’eliminazione del tetto dei 36 mesi di servizio su posto vacante: non può pagare il lavoratore l’incapacità dello Stato di garantire un diritto.

Vi riconoscete in un colore politico preciso?

Assolutamente no. Molti ci accusano di essere venduti al PD, altri al PDL; noi semplicemente dialoghiamo con tutti, perché le leggi le fa il Parlamento tutto e porsi limiti per motivi ideologici è controproducente oltre che autolesionista. Non siamo di nessuno, non ci leghiamo a nessuno in modo esclusivo, e forse è per questo che non tutti ci apprezzano. I diritti non hanno colore, solo in questo crediamo, per cui se abbiamo di fronte un ascoltatore siamo aperti al dialogo.

In che forma intendete confrontarvi con le istituzioni? E, più in generale, quali sono le strategie d’azione che ritenete maggiormente efficaci nella situazione attuale e, in prospettiva, per il futuro?

Ad oggi abbiamo un Intergruppo Parlamentare, il primo nella storia della Repubblica dedicato alla scuola, che grazie all’iniziativa dell’onorevole Nicola Ciracì e del senatore Mario Mauro si occupa di tutelare la nostra specificità. Come Associazione vogliamo diventare, in via più ufficiale, interlocutore del Ministero. Questa settimana abbiamo in programma la prima assemblea per stabilire ulteriori campi di azione. Sicuramente vi terremo aggiornati, perché diverse cose bollono in pentola.

In un intervento comparso su Panorama lo scorso 14 ottobre, il Ministro Giannini ha ribadito il valore della propria azione di riforma, precisando, tra le altre cose, come «il meccanismo patologico che ha generato il precariato storico nella scuola italiana» possa oramai considerarsi «morto». Un’interpretazione legittima o da rettificare?

La cosa alquanto sconcertante, dal mio punto di vista, è vedere un Ministro accusare i precari stessi di essere un male della scuola. I precari sono coloro che, a dispetto delle incapacità dei governi che si sono succeduti, hanno permesso alla scuola italiana di andare avanti, nel bene e nel male. A questo si aggiunge il rammarico per l’amnesia selettiva che colpisce Ministero e Governo quando si lamenta la carenza di abilitati, evitando di citare i 150.000 fermi al palo nelle Graduatorie di Istituto. È facile confezionarsi una verità su misura quando si parla di scuola, perché la questione è così complessa, e l’opinione pubblica del tutto priva degli strumenti per discernere cosa le viene propinato, che si può dire quasi di tutto.

Ma i sindacati che fine hanno fatto?

I sindacati maggioritari sono talmente presi a salvare le loro poltrone, e i loro distacchi, da ricordarsi a giorni alterni dei problemi reali della scuola; a seconda di come ruota la banderuola fanno dichiarazioni a favore dei docenti di ruolo, dei precari e poi, raramente, del personale ATA, purché si tratti di una categoria numerosa. Un colpo al cerchio e uno alla botte e si cerca di andare avanti, e mantenere il potere. Basta ricordare come questi abbiano fatto ricorso contro la tabella punti dell’aggiornamento 2014 delle Graduatorie di Istituto per togliere agli abilitati TFA il punteggio aggiuntivo che, come tutte le abilitazioni ordinarie selettive – come da sempre accade anche in GaE –, era stato loro riconosciuto. I sindacati firmatari di contratto sono oramai delle cariatidi che di tutto si interessano fuorché del bene dei lavoratori e degli studenti (scesi autonomamente in piazza in questi giorni), perché ricordiamo che la scuola ha come obiettivo la crescita dello studente e non la salvaguardia dei privilegi.

Un’ultima domanda: c’è qualcosa di “buono” nella “Buona Scuola”? Se, fuori dagli slogan, un dialogo in vista del bene comune è possibile, da dove e a quali condizioni può essere intrapreso?

La questione è alquanto complessa. Una riforma della scuola era necessaria da tempo, il problema è che le riforme a tutti i costi non pagano; non pagano perché la fretta impedisce di costruire nel rispetto di quello che già c’è e con una continuità che permetta una lenta e sana evoluzione. Le riforme calate dall’alto non hanno mai funzionato e non possono funzionare oggi solo perché ci si ritiene nel giusto. Come si dice: la strada per l’inferno è lastricata di buone (teniamo da conto che sia così come dicono) intenzioni. L’unico modo per intraprendere un vero dialogo è smetterla di trincerarsi dietro il “sappiamo quello che facciamo” o, ancora peggio, dietro il “non avete capito”. Accusare il proprio interlocutore di mancanza di comprensione implica il totale rifiuto a mettersi in discussione, cosa che contrariamente la scuola insegna quotidianamente ai suoi studenti. Che qualcuno debba tornare tra i banchi?

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