Cibo incriminato – Cibo piacere della vita

Cibo incriminato – Cibo piacere della vita

Spunti di riflessione tra scienza dell’alimentazione e profane deduzioni

cibo3Amiamo la vita e vogliamo rispettarla. Quindi, nulla di più giusto dell’occuparci della nostra salute. Molti aspetti di questo valore prescindono dalla volontà individuale ma v’è una fonte di salute, insieme a quella del regolare svolgimento di un’attività fisica, che invece dipende solo da noi stessi ed è l’alimentazione.

Ogni notizia circa l’incidenza degli alimenti sulla nostra salute è così diffusa che tutti siamo consci di dover rivoluzionare il nostro modo di mangiare. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, primo fra i canali d’informazione, ha finalmente liberato dai lucchetti della censura tutte le evidenze scientifiche sulla correlazione tra un certo tipo di cibo e certe malattie, anche gravissime, ormai capillari. Indicazioni, spesso pesanti come macigni, che le grandi lobbies non riescono più a tenere sotto chiave. E sul tema cibo non si arretra. Anzi, la stessa O.M.S. incalza con novità agghiaccianti. Non ultime le rivelazioni circa i danni a carico del cuore imputati all’olio di palma, smodatamente usato nell’industria alimentare.

Sul diretto rapporto cibo e salute forse sappiamo già tutto. Sappiamo che bisogna mangiare per vivere , non per ingozzarsi, e che questa non è una tendenza moda ma una norma non codificata, seppure chiamati a rispettarla solo nel nostro intimo. Nessuno di noi disconosce, per esempio, il fatto che sarebbe preferibile acquistare prodotti biologici. Così come nessuno ignora il fatto che le pratiche d’allevamento si sorreggono su medicamenti ed antibiotici, che le agricolture sono tossiche, che i prodotti industriali sono carichi di sostanze xenobiotiche (estranee alla vita). Reperiamo con facilità compiuti elenchi di “prodotti incriminati” e sappiamo di dover drasticamente ridimensionare il loro consumo (in modo indicativo mi riferisco a latticini, glutine, zuccheri, carne, cibi industriali, insaccati, bevande zuccherate, alcolici, alimenti troppo calorici rispetto al loro volume…). Sui “cibi innocenti”, allo stesso modo, sappiamo di doverne significativamente aumentare il consumo (in modo altrettanto esemplificativo: frutta e verdura fresche, legumi, oleaginosi, cereali in tutte le loro varietà, meglio se integrali…). Sappiamo che sarebbe preferibile tornare all’organico o al meno combinato possibile. Che i cibi vanno mangiati crudi o cotti dolcemente poiché, a sua volta, il metodo di cottura può distruggere il valore nutrizionale di ciò che abbiamo messo sotto i denti o sviluppare nuove sostanze tossiche…

La sovresposizione a queste ultime, correlata agli eccessi d’alimentazione tipici dei paesi industrializzati ove commettiamo l’errore di non mangiare un contenuto ma di consumare un sapore, sembrerebbe spingerci verso il vegetarianesimo o, addirittura, verso il veganismo da adottare come stile alimentare tacitamente consigliato dai nutrizionisti per ragioni di opportunità – salute ancor prima che per principi d’ordine morale – politico.

Consulto un campione mondiale di karting: Alessandro Manetti. Responsabile del team DTK Polland, ma soprattutto responsabile piloti sul piano tecnico e su quello psicofisico, può certo dare una preziosa risposta alla mia domanda su come mangiare per essere in forma. “Il mio regime alimentare è ricco di frutta e verdura freschi. Pesce preferibilmente crudo. Consumo almeno due litri d’acqua al giorno. Nessuna bevanda industriale. Pasta integrale. Niente carne. Niente alcool. Niente latticini. Ovviamente tutto ciò quando è possibile”. Mangia così, dunque, il professionista sportivo che ha bisogno di una riserva d’energia superiore a quella di cui necessita la maggioranza di noi tutti. La ristrettezza alimentare, che esclude in particolare latticini e carne, è dunque compatibile perfino con le esigenze di chi si allena fino a sei ore al giorno.

Ebbene. Con questo gran bagaglio di informazioni e senza entrare nel merito delle situazioni patologiche (come per esempio l’obesità) o delle malattie dettate dal codice genetico (per esempio certi tipi di diabete) né delle situazioni limite (come il caso dello sportivo che deve dar conto di grandi prestazioni fisiche) ma solo volendo riflettere su circostanze di presunta normalità, si è tutti d’accordo sul fatto che “siamo quel che mangiamo” e che, dunque, dobbiamo stare all’erta in ogni caso.

Per converso, con questa spada di Damocle che richiama la nostra attenzione alla conta delle calorie, alla lettura degli ingredienti, alla verifica della provenienza, alla minaccia delle intolleranze… come facciamo a salvare il meraviglioso piacere del sedersi a tavola? Esiste un compromesso fra buona salute e buona forchetta?

Amiamo la vita e vogliamo rispettarla, esordivo, ma vogliamo anche allietarla con la gioia del palato e, l’idea del rinunciare praticamente a tutto quello che ci piace, demotiva molti di noi, impedendoci di dare l’avvio al giusto percorso. Cerco quindi una bussola che indichi un punto intermedio, che vada bene per “noi presunti normali senza grossi problemi”, in cui poter consumare impunemente anche gli alimenti incriminati. Trovo un filone, partendo da due punti fermi che ventilano una possibile via di mezzo.

Anzitutto mi chiarisco qualche idea sul funzionamento del nostro metabolismo, orientandomi col British Journal of Nutrition. E, da profana, vengo a conoscenza di alcuni dati utili a rasserenarci.

Un primo dato confortante è che ogni conseguenza del cibo insano assume su di noi un’importanza variabile a seconda di molteplici fattori fra i quali, accanto a quelli genetici, anche un paio sui quali possiamo incidere con libero arbitrio: dosi d’esposizione ed attuale stato nutrizionale. In parole semplici, dobbiamo dosare quello che mangiamo e fare in modo che il cibo ci colga in forma.

Secondo dato entusiasmante è che, se pur vero che il processo di detossicazione per il quale convochiamo il nostro corpo sia un lavoro durissimo, tutti noi nasciamo con l’innata capacità organizzativa di assolvere alla funzione di depurarci. Importante, tuttavia, non approfittarne.

Dal punto di vista metabolico, facendo convergere i due precedenti dati, accade più o meno questo. Ormai maggiorenni senza necessità di mangiare per crescere, mettiamo sotto i denti per esempio una fetta di pane e cioccolato. Saliva e stomaco si attivano per renderla digeribile, l’intestino l’assimila, il sangue trasporta ovunque ciò che di essa non è stato espulso col transito intestinale, le cellule la inglobano. Essa diviene nostra parte integrante e va ad interessare non solo lo stomaco ma anche il nostro apparato scheletrico, quello muscolare, il tessuto connettivo, il sistema nervoso… Una fetta dopo l’altra, nel tempo, non necessariamente svilupperemo delle malattie ma quasi certamente svilupperemo quei malesseri entrati a far parte della vita dei più: stanchezza cronica, infiammazione muscolare o tendinea, insonnia, sonnolenza nelle ore diurne, nausea ed altri allarmi che indicano uno stress del nostro sistema, evidentemente sottoposto a troppa fatica. Ciò avviene in special modo quando ci alimentiamo con taluni cibi i quali, nelle prime fasi digestive, riescono a divenire perfino più tossici di quanto lo fossero prima d’essere ingoiati.

Un nostro mirato intervento è dunque imprescindibile. A tal proposito consulto varie fonti, fra le quali talune rigorosamente scientifiche (si veda per esempio il progetto Smartfood dello IEO) ed altre rigorosamente bistrattate dalla comunità scientifica (il China Study di Colin Campbell, per esempio) e, nell’immensità del tema, mi convinco del fatto che, scegliere con consapevolezza cosa mangiare e raggiungere un adeguato livello attuale di salute nutrizionale sarebbero già due bei regali per se stessi. Non foss’altro perché si tratta di far di noi, in modo calcolato, quel buon terreno che ci permette di nutrirci più serenamente, consentendoci anche qualche “strappo alla regola”.

Se è vero che la nostra soglia d’attenzione al cibo dovrà essere tenuta alta vita natural durante, è altrettanto vero che, per muovere i primi passi su una via che ci allontani dall’ingordigia o dai troppi errori alimentari, potremo cominciare con una moderata soluzione di compromesso. La dieta cui siamo chiamati “noi presunti normali senza grossi problemi”, infatti, se rigorosa è bene sia sostenuta dalla guida di un esperto nutrizionista. Ciò non perché debba esserci sempre qualcuno che guadagni sulla nostra pelle ma perché la lista dei cibi da ridurre o eliminare è talmente lunga che, davvero, una dieta fai da te potrebbe creare deficit nutrizionali. Ma anche, più banalmente, perché rischieremmo di generare la difficoltà di reintrodurre alimenti convenzionalmente presenti sulla nostra tavola. Cibi che il nostro corpo, forzato a digiunarvi per un certo periodo, potrebbe non saper più riconoscere ed affrontare.

Buona norma sarebbe per esempio quella di riporre attenzione a ciò che si è mangiato al pasto precedente e a ciò che si mangerà al pasto successivo, così predisponendoci a consumare un pasto strong in previsione di un pasto light e viceversa. Per il momento, dunque, sarà sufficiente concentrarci sul fatto che noi abbiamo il potere di scegliere il cibo angelico e di scartare quello diabolico ma, poiché quest’ultimo in linea di massima ci rende più felici del primo, cominceremo con l’alternarli, domando e dosando con buon senso “il cosa, il come, il quanto e il quando” in modo che il sano e il maledettamente gustoso possano coesistere nella nostra vita senza minacciarla.

Questo moderato approccio potrà vederci autonomi, giusto quale morbido inizio per scuoterci dalla paralisi dinanzi allo start della nostra rivoluzione alimentare.

di Rossella Arinisi

23luglio 2015

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