Emergenza Ebola: un vaccino dall’Italia per un’epidemia che fa sempre più paura

Emergenza Ebola: un vaccino dall’Italia per un’epidemia che fa sempre più paura

ebolaL’Ebola è un virus che continua a fare paura, l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) ha allertato le agenzie umanitarie e i Paesi partner a prepararsi ad un incremento esponenziale dei contagi e ad aumentare gli sforzi per arginare e contrastare l’epidemia: «Molte migliaia di nuovi casi sono attesi in Liberia nelle prossime tre settimane» e gli interventi convenzionali di controllo attuati fino ad oggi «non stanno avendo un impatto adeguato» e «l’epidemia è stata fortemente sottovalutata». L’OMS chiede che i «Paesi che stanno attualmente supportando la risposta contro Ebola in Liberia e altrove devono prepararsi ad intensificare i loro attuali sforzi di tre/quattro volte». Solo in Liberia il virus ha già ucciso 1.089 persone su 1.871 casi e continua ad espandersi in Africa occidentale. Joanna Liu, la direttrice di MSF (Medici senza frontiere), dopo dieci giorni trascorsi in Guinea, Sierra Leone e Liberia, parla di una paura presente e palpabile «come in tempo di guerra» e di un totale collasso delle infrastrutture; se la situazione in Liberia non viene stabilizzata, gli effetti su tutta la regione saranno gravi. Continua la Liu: «Dopo sei mesi della peggiore epidemia di Ebola nella storia, il mondo sta perdendo la battaglia per arginarla» perché, per MSF, «invece di limitare la loro attenzione al potenziale arrivo di un paziente infetto nei loro paesi, dovrebbero cogliere l’opportunità unica di salvare vite umane dove è immediatamente necessario». Per questo andrebbero inviati in Africa occidentale squadre militari e civili per aiutare le ONG presenti sul posto e le autorità sanitarie locali a contenere il crescente contagio, allestendo unità di quarantena, creando laboratori mobili, ponti aerei e centri di formazione per preparare il personale sanitario a fronteggiare l’emergenza, dal momento che dalla diffusione di Ebola in Liberia sono centosessanta gli operatori sanitari che hanno contratto il virus e ottanta quelli morti.

A Monrovia, in Liberia, «taxi stipati di intere famiglie, con membri che si pensano essere stati infettati dal virus Ebola, attraversano la città alla ricerca di un letto per il ricovero. Ma non ci sono posti liberi». Qui servono con urgenza nuovi centri per il trattamento del virus, con strutture di isolamento adeguate e staff qualificato, migliorando ad esempio la gestione dei cadaveri che vengono abbandonati per strada a causa della psicosi che si è creata.
A tal proposito in Sierra Leone è stata decisa dal Governo una quarantena preventiva di quattro giorni, dal 18 al 21 settembre, per permettere l’identificazione e l’isolamento di nuovi casi. Ma questo provvedimento da solo non basta se non si vince la diffidenza perché, come racconta Clara Frasson — responsabile di Medici con l’Africa Cuamm, organizzazione non governativa padovana diretta da don Dante Carraro — a Pujehun, capitale dell’omonimo distretto rurale nel sud della Sierra Leone, «la gente ha paura dell’Ebola ma soprattutto delle strutture sanitarie» e «la sepoltura è un altro tabù. La gente la considera un momento sociale, non accetta che i morti di Ebola siano chiusi in un sacco e seppelliti in zone isolate. All’inizio ci tiravano i sassi, ora meno».

Il presidente Barack Obama avrebbe chiesto al Congresso altri ottantotto milioni di dollari — portando così i fondi devoluti a duecentocinquanta milioni — per l’invio di personale esperto, affermando che «se non facciamo lo sforzo ora c’è la prospettiva che il virus si diffonda oltre l’Africa in altre parti del mondo, c’è la possibilità che il virus muti, diventi più facilmente trasmissibile e quindi un serio pericolo per gli Stati Uniti». Una speranza in questa difficile battaglia contro un virus che sembra inarrestabile arriva dall’Italia dove è stato creato e testato sulle scimmie il primo vaccino in grado di proteggere per almeno dieci mesi. Questo vaccino è stato sviluppato nei laboratori dell’Irbm Science Park di Pomezia, vicino Roma, da un’equipe internazionale di ricercatori italiani e americani. L’OMS ha richiesto di recente diecimila dosi per la sperimentazione su un gruppo di volontari a Washington, dopo un riscontro positivo sui macachi. Il professor Riccardo Cortese, che stava lavorando a questo vaccino da cinque anni, spiega che «ha un approccio diverso dagli altri perché, oltre a sviluppare anticorpi contro l’agente infettivo, va ad agire sulle cellule killer già presenti nel nostro corpo. (…) Per dirla in modo semplice, noi allertiamo le cellule killer e gli diciamo: guarda che nei prossimi mesi potresti trovare questo agente patogeno. Così quando il virus arriva, loro sono pronte e lo neutralizzano all’istante». La diversità di questo vaccino con lo Zmapp — siero prodotto a San Diego, California, responsabile della guarigione di alcune persone e del quale l’azienda produttrice ha detto di aver esaurito le scorte— sta nel fatto che il prodotto statunitense viene somministrato a chi già ha contratto la malattia, il vaccino prodotto dal professor Cortese, insieme al team Okairos, viene dato a chi non è ancora affetto dall’Ebola, «perché il nostro obiettivo è quello prevenire lo spargersi della malattia». I laboratori di Pomezia sono tuttora gli unici in grado di produrre le dosi necessarie per la sperimentazione.

Rimane il dubbio che, come dichiarato dal presidente della Banca Mondiale, se l’epidemia avesse interessato una qualsiasi grande città occidentale sarebbe stata rapidamente contenuta. Ma, come ha detto Lindis Hurum, coordinatrice per MSF dell’emergenza a Monrovia, «non è più solo un’epidemia di Ebola: è un’emergenza umanitaria e richiede una risposta su ampia scala», ed intervenire è un dovere morale.

Paola Mattavelli
10 settembre 2014

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