Iraq: il punto della situazione

Iraq: il punto della situazione

Iraq-punto-situazione«Oggi siamo in guerra dappertutto. Qualcuno mi ha detto che viviamo la Terza Guerra Mondiale ma a pezzi», queste le parole di Papa Francesco ai giornalisti accreditati presenti sul volo di ritorno da Seul a Roma, al termine del viaggio apostolico in Corea del Sud, suggerendo inoltre di «fermarsi a pensare al livello di crudeltà al quale siamo arrivati». Una crudeltà in continuo aumento, il cui pericolo è l’indifferenza e la perdita di coscienza del male. Le brutali persecuzioni in atto in Iraq da parte degli estremisti sunniti dello Stato Islamico, a danno dei cristiani e delle altre minoranze religiose come gli yazidi, sono state al centro della conferenza stampa. Pronto a partire per il Kurdistan, paese che ha accolto le popolazioni in fuga, e se necessario anche per l’Iraq, Papa Francesco si è visto sconsigliare in questo momento una simile impresa, mandando sul posto aiuti attraverso il suo inviato speciale il Cardinale Filoni.

Ma cosa sta accadendo nel nord dell’Iraq? Chi è Abū Bakr al-Baghdādī, autoproclamatosi il 29 giugno 2014 califfo dello Stato Islamico (IS), Stato occupato e non riconosciuto creato nell’est della Siria e nell’ovest dell’Iraq, che ha promesso di conquistare Roma e di unire i musulmani di tutto il mondo? Chi sono i militanti jihadisti dello Stato Islamico responsabili di quello che viene definito un «nuovo genocidio»? Come è possibile che il terrorista, dal volto coperto e interamente vestito di nero, responsabile della decapitazione di James Foley, giornalista freelance americano rapito in Siria il 22 novembre 2012, parli con un accento britannico?

Dopo duemila anni non ci sono più cristiani a Mosul, un esodo di oltre centoventimila persone che ha creato un’emergenza umanitaria di fronte alla quale è impossibile chiudere gli occhi. Da Mosul si scappa come da Qaraqosh, Al Qosh e molti altri villaggi a sud di Abril. Si scappa per non morire. Dopo aver segnato il muro di casa con la «n» di «nasrani» (che significa cristiani in arabo) utilizzando vernice nera, i guerriglieri dello Stato Islamico proponevano tre alternative: convertirsi all’Islam, pagare una onerosa tassa periodica o la partenza immediata abbandonando casa e averi, pena la decapitazione. Agli yazidi andava anche peggio: conversione o morte, vedendosi rapire, violentare e vendere come schiave le proprie donne. Una devastazione totale, di persone e di una cultura annientata, con basiliche, monasteri, biblioteche e manoscritti completamente distrutti dall’avanzata di questo esercito che con il Califfato ha imposto la sharīʿa. A Mosul è stata fatta anche una razzia di armi, munizioni ed esplosivi, oltre a circa quattrocentomila dollari e lingotti d’oro custoditi presso la banca centrale del governatorato.

È proprio dalla moschea di Mosul ormai conquistata che al-Baghdādī, nelle vesti di califfo Ibrahim, si mostra e sfida il mondo con il suo sermone dove chiede ai musulmani fedeltà e obbedienza, incitando a prendere le armi e combattere. Iracheno, nato nel 1971, con un dottorato in Studi islamici e inserito nel 2011 nella lista dei terroristi più pericolosi con una taglia di dieci milioni di dollari, la storia di Abū Bakr al-Baghdādī si intreccia con quella dell’ISIS (Stato islamico dell’Iraq e della Siria, noto anche come ISIL, Stato islamico dell’Iraq e del Levante o DAESH) quando questo gruppo estremista che aderisce ai principi dello jihadismo globale era chiamato al Qaeda in Iraq (AQI). Leader indiscusso dell’ISIS dal 2010, dopo essere stato rinchiuso — dal 2005 al 2009 — dagli americani nel carcere di Camp Bucca, vicino a Bassora, con l’accusa di terrorismo e liberato quando il governo iracheno prende il controllo della base nel passaggio di consegne. Sembrerebbe che proprio negli anni della detenzione sia maturato il metodo da seguire per raggiungere il suo scopo attraverso un esercito spietato, ben organizzato e ben armato.

Il primo messaggio risale al 2012 e in Iraq sta ripetendo uno schema messo in atto già in Siria (conquista centrali elettriche con vendita energia elettrica a Damasco, conquista giacimenti con vendita gas ed esportazione petrolio sempre frutto delle conquiste in Siria): entrare in possesso dei ricchi giacimenti di greggio del Nord e delle dighe per disporre di risorse preziose che consentano di pagare i militanti dell’IS (si parla di stipendi da seicento dollari). Militanti che vengono reclutati anche in Europa, attraverso una sapiente campagna mediatica e attraverso social network come Twitter, Facebook e YouTube, con comunicati in lingua inglese, tedesca e russa. Secondo stime dell’Economist, sarebbero oltre tremila i cittadini europei che si sono uniti all’IS.

Il materiale e i messaggi di propaganda sono diffusi anche da centinaia di account privati, il tutto controllato da Al-Furqan Media, etichetta mediatica dell’IS che documenta le vittorie ottenute a scopi propagandistici. Ban Ki-moon, segretario delle Nazioni Unite, introducendo il rapporto dell’ONUDD (Ufficio contro la droga e il delitto delle Nazioni Unite) ha detto: «Internet è un eccellente esempio di come i terroristi possono agire in maniera transnazionale. Per questo, gli Stati devono muoversi in maniera ugualmente transnazionale». Secondo Yuri Fedotov, direttore dell’ONUDD, «potenziali terroristi usano le ultime tecnologie della comunicazione per arrivare ad un pubblico mondiale in forma relativamente anonima e a basso costo», usando internet per reclutare, addestrare, pianificare e finanziare la propria attività terroristica.

Intanto si muovono gli aiuti umanitari su più fronti, con lanci di cibo e acqua alle popolazioni ancora assediate e invio di aiuti in Kurdistan.

Paola Mattavelli
21 agosto 2014

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