Robin Williams: la morte di un uomo che di professione faceva l’attore

Robin Williams: la morte di un uomo che di professione faceva l’attore

«Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. (…) La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te». Così scriveva John Donne (1572 —1631), poeta e religioso inglese, nel suo celebre sermone Nessun uomo è un’isola.

L’11 agosto 2014 muore Robin Williams, un grande attore, vincitore nel 1998 di un premio Oscar come miglior attore non protagonista in Will Hunting — Genio ribelle, del quale ciascuno avrà ricordi propri, film e interpretazioni preferite attraverso le quali si sarà commosso, avrà riso, pianto o tratto spunti per la propria vita.

La sua morte però, avvenuta in modo tragico e disperato, costringe a soffermarsi e a sentirsi partecipi di questo dolore, un dolore che accomuna perché ha profonde radici nell’animo umano. Dalle prime notizie nella notte di lunedì 11 agosto, alle conferme di martedì 12, le immagini dell’attore conosciuto e amato si sono mescolate a quelle di un uomo che ha deciso di porre fine alla sua vita impiccandosi con una cintura nella sua villa nella contea di Marin County, in California.

Un uomo amato dalla sua famiglia che, come scrive la sua secondogenita Zelda, «era sempre affettuoso anche nei suoi momenti più cupi. Anche se non capirò mai e poi mai come potesse essere amato così profondamente e non abbia trovato nel suo cuore (la forza) di restare». Proprio a Zelda aveva dedicato il suo ultimo messaggio via Twitter, datato 1 agosto: «#tbt (significa throwback Thursday, ovvero Giovedì di ricordi, ed è l’hashtag usato sul social network per la condivisione di immagini del passato) e Buon Compleanno a Ms Zelda Rae Williams! Oggi ha compiuto un quarto di secolo ma sarai sempre la mia bambina. Buon compleanno @zeldawilliams Ti voglio bene!».

Anche il primogenito Zachary, nato dal primo matrimonio, ha ricordato il padre come «il mio migliore amico» e perdendolo «il mondo è diventato un po’ più grigio». Cody, il più piccolo di casa nato come Zelda dal secondo matrimonio dell’attore, non ha parole abbastanza forti «per descrivere l’amore e il rispetto» per il padre. L’attuale moglie, Susan Schneider (le altre due sono state Valerie Velardi e Marsha Garce), e i figli sono compatti nel chiedere di ricordarlo come era: gentile, premuroso e generoso, con la voglia di portare gioia e sorrisi.

Per Robin Williams infatti «la comicità può aiutare ad affrontare la paura, senza paralizzarti, ma anche senza dirti che tutto il male sparirà. È come se dicessi: ok, posso scegliere di ridere di questa cosa e una volta che ci avrò riso sopra avrò cacciato il demone e potrò affrontarla davvero. Questo è quello che cerco di fare quando faccio il comico». Quella paura che lui ben conosceva: lottava da anni per vincere la sua battaglia contro una «severa depressione», con un passato che l’aveva visto dipendente da droga e alcol ed un presente con i primi sintomi a sessantatré anni della malattia di Parkinson.

Nel 2003 era stata proprio la paura a farlo precipitare nuovamente nel baratro dell’alcolismo mentre era in Alaska per girare un film: «Mi sentivo solo e avevo paura. A un certo punto, un pensiero si formò nella mia mente: bere. E basta». La riabilitazione l’aveva aiutato ad uscirne ma «la dipendenza non conosce limite. Aspetta paziente che tu dica Ok, ora sto bene, abbassi la guardia e la prima cosa che vieni a sapere subito dopo è che non stai bene per niente».

Le dichiarazioni rilasciate nelle molte interviste non nascondono la fatica di una vita in lotta contro depressione e alcol, lotta ancora più dura quando si sommavano. Lo stesso attore aveva ammesso di aver pensato al suicidio una notte che era solo, in un albergo, con una bottiglia di Jack Daniels tra le mani. La tentazione dell’alcol per combattere ansie e paure era forte perché «quando sei letteralmente spaventato pensi Oh questo farà passare la paura. E non lo fa. (…) Ti senti bene, anzi a meraviglia quando bevi il primo bicchiere. Poi la prossima cosa di cui diventi consapevole è che hai un problema e sei solo».

Nell’ultimo comunicato la moglie sottolinea però che «la sobrietà di Robin era intatta e che era coraggioso mentre lottava contro la depressione». Lui che aveva «trascorso la maggior parte della sua vita ad aiutare gli altri» e «voleva che ridessimo e che avessimo meno paura», non è riuscito purtroppo ad aiutare se stesso.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook