Caso Aldrovandi: liberi i poliziotti condannati per il suo omicidio

Dopo solo sei mesi di reclusione, gli assassini di Federico Aldrovandi sono di nuovo liberi. Sono tornati ad Esercitare il lavoro che li ha portati a compiere l’omicidio di Federico. Assassini tornati per strada in divisa. Così lo Stato ha ucciso un’altra volta Federico.

Il 6 luglio 2009, quattro poliziotti vengono condannati in primo grado a 3 anni e 6 mesi di reclusione, per “eccesso colposo in omicidio colposo“. Il 21 giugno 2012, dopo l’iter giudiziario, la corte di cassazione conferma la condanna. Dopo solo sei mesi di reclusione i suoi assassini sono di nuovo a piede libero e riesercitano la professione che li ha portati a uccidere un innocente ventenne. A fare luce sull’accaduto e sulla responsabilità della morte di Aldrovandi sono le intercettazioni telefoniche sconcertanti: “l’abbiamo bastonato di brutto” e “questo qui è svenuto”.

Il servizio delle Iene realizzato da Pablo Trincia e andato in onda ieri sera sulle Iene ha rivelato ulteriori particolari agghiaccianti sulla vicenda.

IL FATTO

La notte del 25 settembre 2005Aldrovandi tornò a casa a piedi dopo una serata trascorsa nel locale Link di Bologna. Il giovane assunse sostanze stupefacenti e alcol in minime quantità. Nella zona di viale Ippodromo a Ferrara circolava la pattuglia “Alfa 3” con a bordo Enzo Pontani e Luca Pollastri. Questi uomini descrivono il giovane ragazzo come un “invasato violento in evidente stato di agitazione“, e sostengono di “essere stati aggrediti dallo stesso a colpi di karate e senza un motivo apparente” e chiedono rinforzi. Dopo poco tempo arriva in aiuto la volante “Alfa 2”, con a bordo Paolo Forlani e Monica Segatto.

Lo scontro diventa violentissimo (durante la colluttazione due manganelli si spezzano) e il ragazzo muore. La causa della morte viene individuata nell’”asfissia da posizione”, i poliziotti infatti schiacciarono il torace del ragazzo con le ginocchia. La famiglia venne avvertita solo alle 11 del mattino, cinque ore dopo la constatazione del decesso. I genitori in ragione  delle 54 lesionied ecchimosi presenti sul corpo del ragazzo, non credono alla morte per causa di un malore.

Oggi questi uomini sono di nuovo liberi e il segretario del sindacato di polizia COISP Franco Maccari, intervistato da Pablo Trincia ha dichiarato: “In italia non esiste il licenziamento per omicidio”, parole che suonano come un pugno allo stomaco. Altrettanto sconcertanti sono le dichiarazioni di alcuni colleghi dei poliziotti: “sono stati quelli sfortunati, di interventi come questo ne capitano tutti i giorni”.

In seguito alle ultime vicende, il padre di Federico, Lino Aldrovandi ha scritto una lettera indirizzata agli agenti e alle istituzioni:  

“Se secondo le parole dei giudici dei tre gradi di giudizio e del tribunale di sorveglianza chi uccise Federico, definito scheggia impazzita da un P.G. della Cassazione, non è attendibile, affidabile e tantomeno recuperabile perché allora reintegrarlo nel Corpo di Polizia, o all’interno di esso anche con ruoli di impiegato?

Da chi dipende questo?

Dallo Stato?

Dalle commissioni di Polizia?

Dai sindacati?

Sia ben chiaro che quattro persone con una divisa addosso hanno ucciso senza una ragione un ragazzino di 18 anni che non stava commettendo alcun reato rompendogli addosso due manganelli fino a soffocarlo ed in seguito, sempre secondo i giudici che le hanno condannate fino alla cassazione, senza mai dire la verità, coperte inspiegabilmente da colleghi depositari delle indagini, condannati anche questi ultimi per omissioni e depistaggi.

Si tratta di Colposo?

Certo, ma secondo i giudici dei tre gradi di giudizio., probabilmente grazie proprio alle indagini svolte, o meglio nate con depistaggi ed omissioni che limitarono irrimediabilmente l’impianto accusatorio. Ma quando comunque le ricostruzioni processuali, nelle motivazioni di condanna, portano gli stessi giudici a scrivere nel senso e nelle parole che quel “colposo”, rileva mancanza del senso dell’onore e del senso morale, in grave contrasto con i doveri assunti con il giuramento assunto, il passo della destituzione dovrebbe essere breve, e l’art. 7 del reg.to del comportamento di disciplina della polizia di stato ciò statuisce.

Franco Maccari
Franco Maccari

Federico chiedeva aiuto quella maledetta mattina con implorazioni di basta, non sentite soltanto da chi in quel momento di follia lo stava premendo al suolo con l’effetto devastante ed inaccettabile di ucciderlo, calciandolo addirittura. Così dirà Anne Marie la testimone camerunense (Federico aveva due buchi in testa.), mentre era contenuto a terra e non era certo un delinquente e i delinquenti comunque non si calciano, non si soffocano, non si uccidono, ma se il caso si arrestano.

“Era l’intervento più semplice del mondo..” dirà Nicola Solito in una lettera toccante e umana, scritta a Federico, e consegnataci il giorno della sentenza di I° grado. “Il lavoro che dovevamo fare l’abbiamo fatto, e mi sembra bene.” disse Pontani Enzo durante l’udienza del processo in cui fu ascoltato come imputato. Ora sappiamo sig. Pontani cosa lei fece in cooperazione con tre suoi colleghi a Federico.

Restano nella mia testa varie domande che se le posero anche i giudici della corte d’appello di Bologna, scritte nero su bianco nelle motivazioni di condanna (pag. 217), che probabilmente, salvo esami di coscienza, rimarranno prive di risposta, ovvero perché l’equipaggio di Alpha 3, presente nel parchetto dell’Ippodromo quando i primi cittadini residenti della zona udirono i rumori e le urla generando la richiesta di intervento, si trovasse già lì (la signora Chiarelli, la persona che si impressiona delle urla e dei rumori, telefona alla Polizia perché vada lì, ma la polizia è già lì, e le urla sono da loro provocate con i manganelli), a fari spenti, in una strada a fondo chiuso della prima periferia della città e perché, di conseguenza, l’intera ricostruzione degli imputati e dei responsabili della Questura di Ferrara, sin dal primo momento, sia stata indirizzata a creare ed avvalorare apparenze tali da contrastare tale dato (v. la redazione congiunta con l’aiuto del Dossi delle relazioni di servizio; le testimonianze di favore di Casoni, Bulgarelli e altri) ed anche, a cosa, in particolare, fossero intenti i componenti di Alpha 3 per scatenare la reazione di Federico e la loro contrapposta.

Mi permetta di dirle sig. Pontani che sia a lei, che ai suoi tre colleghi, non vorrei mai più vedere una divisa così importante e preziosa addosso, per quello che dovrebbe rappresentare per tutti i cittadini di questo Stato: la legge. Vorrei testardamente continuare ad avere fiducia nelle istituzioni, e vedere uno stato cominciare a mostrarsi di essere forte con chi abbia ad infangare una qualunque divisa, di una cosa che dovrebbe essere quasi normale di tanti maledetti fatti. Come? Allontanando da subito, o almeno cautelativamente chi non sia in grado nei suoi ruoli di adempiervi correttamente, magari senza premiarlo invece come troppe volte incredibilmente accade. Riconoscere gli orrori e gli errori, vorrebbe dire anche crescere democraticamente.

Vorrebbe dire acquisire credibilità, rispetto e dignità di fronte alla sacralità della vita violata di vittime inermi e innocenti e del dolore lancinante e assurdo dei loro cari costretti a sopravvivere e sempre alla ricerca di una normale verità e di una normale giustizia. Mi auguro che quel tuo cuore strappato, che rimarrà eternamente giovane, illumini finalmente la strada agli uomini di buona volontà affinchè ciò che è accaduto a te ed altri figli. non accada mai più a nessuno, per un futuro che solo uno stato con la S maiuscola dovrebbe saper garantire ai suoi figli. Direi. “quasi normale”. Che ogni mia lacrima versata, sia amore e guida per altri genitori e non solo, ma soprattutto per altri figli che ci guardano negli occhi e aspettano risposte. Io non ne ho più.”

Manuel Giannantonio
(Twitter @ManuManuelg85)

30 gennaio 2014

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