La moria delle api: cresciamo con la Natura, non Contro

La moria delle api: cresciamo con la Natura, non Contro

DIGITAL CAMERAHo bisogno di iniziare la giornata facendo colazione con il miele. Il mio preferito, è quello di girasole, dal colore ambrato e dal sapore dolce. Durante il grigio inverno lombardo, spalmandolo la mattina sul pane, rivedo i campi di girasole toscani, con le loro policromie di giallo da far impallidire anche Van Gogh. Ma l’estate scorsa, Marco Mantovani, l’apicoltore di San Vincenzo, in provincia di Livorno, che ha il laboratorio tra i campi di girasole, non ne aveva. Le api che aveva portato nella zona tra Baratti e Suvereto, erano morte: i semi dei girasoli, erano sterili o “mutanti”; non Ogm, ma in qualche modo, ottenuti in laboratorio, sottoponendo le piante ad agenti che inducono mutazioni spontanee e rendono i semi incapaci di riprodursi.

Ma questa, dice Marco, non è che una delle tante cause della moria delle api. Studi recenti (fonte Efsa, European Food Safety Authority, Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare), ne hanno evidenziate tante altre: gli effetti dell’agricoltura intensiva, l’uso a volte indiscriminato di prodotti fitosanitari, il diffondersi di virosi e di agenti patogeni, gli attacchi di specie invasive (come ad esempio l’acaro varroa, la vespa asiatica, il piccolo scarabeo dell’alveare e l’acaro Tropilaelaps). Il cambiamento ambientale con il riscaldamento globale poi, sta portando le api ad abbandonare il loro habitat e a costruire i favi all’aperto, esponendoli cosi, alle temperature invernali, insopportabili per le api. Inoltre, continua Marco, ho visto che, anche se le onde magnetiche non hanno un riscontro scientifico di pericolosità per le api, queste, quando le arnie sono sotto piloni dell’alta tensione, quindi sottoposte ad un intenso campo magnetico, costruiscono favi caotici.

L’Unione Europea, preoccupata, ha varato un provvedimento per la restrizione degli insetticidi neonicotinoidi, che, pensati per difendere e accrescere i raccolti, danneggiano le api e gli impollinatori, senza i quali, non avviene l’impollinazione. Essi stanno al Ddt come la bomba atomica sta alla dinamite. Pensa, mi dice Marco, che l’ ape che va a suggere il nettare su di un girasole, viene avvelenata dal trattamento che il seme ha ricevuto mesi prima.

In Italia ha preso ufficialmente il via, con una convenzione tre il CRA e il Ministero dell’agricoltura (Mipaaf), il progetto BeeNet. Esso nasce per monitorare la salute delle api direttamente sul campo e per far fronte alle drammatiche emergenze di mortalità che hanno caratterizzato gli alveari. È prevista una rete di monitoraggio nazionale estesa e capillare che metterà in connessione, su tutto il territorio nazionale, quasi 4mila colonie di api.

Il fenomeno è talmente importante, ampio e allarmante, che il Time gli ha dedicato la copertina del mese di agosto 2013. Ma perché?

Le api, e gli altri impollinatori, sono fondamentali per l’impollinazione: secondo le stime dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), delle 100 specie di colture che forniscono il 90% di prodotti alimentari in tutto il mondo, 71 sono impollinate dalle api. Il declino a livello mondiale degli impollinatori, potrebbe avere un impatto maggiore sulle piante da fiore e sulle colture alimentari di quanto si sia creduto finora e quindi sulla nostra alimentazione. Inoltre, è stato dimostrato, che quando una sola specie di impollinatore scompare, tutte le altre smettono di frequentare i fiori che l’attiravano. E i fiori, cominciano a produrre un terzo in meno di semi. L’ allarme quindi, non riguarda solo la scomparsa dell’ Apis mellifera, ma di tutte le api e degli impollinatori selvatici che, considerati meno importanti perché non producono miele, sfuggono all’attenzione dei media e dei legislatori. Inoltre, le api che muoiono, sono solo il segno più evidente della scomparsa di tante piccole vite selvatiche, cui poco si bada.

Insomma, c’è da augurarsi che oltre ad un intervento decisivo del legislatore, ci si avvii verso una maggior consapevolezza della “catena causale” di cui siamo responsabili; verso un’etica basata sull’alterità, sul riconoscimento della Natura; verso la presa di coscienza che la Terra ci è data in custodia. Lontano da ogni atteggiamento mistico, dovremmo avvicinarci ad una “fede civile” nei confronti della Terra. Si può crescere con la Natura e non contro.

Raffaella Roversi
17 dicembre 2013

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