I 117 padroni del pianeta: chi comanda davvero, mentre noi votiamo

Non li avete mai votati. Molto probabilmente non li avete mai sentiti nominare, a parte forse uno: Larry Fink, il patron di BlackRock, quello che ogni anno scrive una lettera agli azionisti che le Borse di mezzo mondo aspettano come fosse un oracolo. Eppure Fink non è solo: fa parte di un club ristrettissimo di 117 persone che, sommando le poltrone occupate nei consigli di amministrazione dei dieci maggiori colossi mondiali della gestione del risparmio, tengono in mano qualcosa come 50mila miliardi di dollari. Per capirci: più del PIL degli Stati Uniti e della Cina messi insieme.
Il nome del gioco è “asset management”, gestione patrimoniale. BlackRock, Vanguard, State Street, JP Morgan, Morgan Stanley, Fidelity, UBS, Amundi, Allianz, Capital Group: dieci sigle che i più conoscono appena, ma che sono tra i primi azionisti di praticamente ogni grande impresa quotata dell’Occidente. Dal 2017 a oggi il loro patrimonio è quasi raddoppiato, passando da 26mila a quasi 50mila miliardi. Una crescita silenziosa, senza slogan né comizi, che ha spostato il vero potere economico globale fuori dai Parlamenti e dentro le sale riunioni di Manhattan.
E qui arriva il punto che nessun talk show vi racconterà con questa chiarezza: questi dieci giganti, tramite i loro fondi indicizzati, sono contemporaneamente azionisti l’uno dell’altro. Nel 2022 le partecipazioni incrociate tra i dieci valevano circa 320 miliardi di dollari: BlackRock dentro Vanguard, JP Morgan dentro Vanguard, Vanguard dentro JP Morgan, e così via, in un intreccio che rende quasi impossibile dire dove finisce un fondo e dove comincia l’altro. Sono anche, insieme, i principali soci delle due agenzie che decidono il voto in pagella di Stati e imprese: Moody’s e Standard & Poor’s. Chi controlla chi, alla fine, lo sanno solo loro.
Il portafoglio di questi signori tocca ogni angolo della vostra vita quotidiana, spesso senza che ve ne accorgiate: il petrolio che mettete in auto (Shell, BP), le medicine in farmacia (Merck, Roche, Johnson & Johnson), l’auto che guidate (Volkswagen, Mercedes, General Motors), la banca dove avete il conto (in Italia, UniCredit), il computer su cui state leggendo questo articolo, e, non è un dettaglio da poco, i produttori di armi che riforniscono mezzo mondo, Lockheed Martin, Northrop Grumman, Raytheon.
Chi sono, in concreto, questi 117 “Titani”? Il quadro che emerge dallo studio è quello di un’élite tutt’altro che rappresentativa del pianeta che governa nei fatti: sei su dieci sono uomini, l’86% è bianco, oltre la metà è statunitense. Un club chiuso, che si autoperpetua per cooptazione, ed è la fotografia perfetta di quella “cabina di comando” transnazionale che tanti cittadini, a destra come a sinistra, percepiscono ormai lontanissima dalla propria vita reale, dal proprio lavoro, dalla propria fabbrica.
Ma il dato più interessante, forse, è la doppia vita di questi manager. Non passano le giornate solo a spostare miliardi: sono anche consiglieri della Federal Reserve, siedono ai tavoli del Fondo Monetario Internazionale e della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, fanno parte del Consiglio Atlantico della NATO, popolano il World Economic Forum di Davos e la Trilateral Commission. E poi, per bilanciare l’immagine, eccoli filantropi: nei board della Croce Rossa americana, di Oxfam, di Save the Children, di ospedali e università come il MIT. Un piede nella finanza che muove il mondo, l’altro nella beneficenza che ne lava la reputazione.
Il punto non è gridare al complotto: nessuno si riunisce di notte per decidere le sorti dell’umanità. Il punto, molto più prosaico e molto più serio, è che un pugno di persone non elette, senza alcun mandato popolare, orienta con il proprio voto in assemblea le strategie ambientali, industriali e persino politiche delle più grandi aziende del mondo, spesso in nome di un’agenda “ESG” decisa a tavolino a New York o Boston, non nelle urne di nessun paese. Mentre i cittadini discutono di bollette, salari e sovranità nazionale, altrove si decide, con un clic su un terminale Bloomberg, chi produrrà cosa e con quali regole. Sapere chi sono questi 117 nomi, e cosa fanno davvero nelle loro doppie vite, non è curiosità da inchiesta: è l’unico modo per ricordarci chi comanda, e chiedergli, finalmente, di renderne conto a qualcuno.




