L’Inghilterra volta le spalle a D’Alema: crolla il fatturato della sua società di consulenza

C’è una storia, uscita nei giorni scorsi tra le pieghe dei bilanci depositati in Camera di Commercio, che vale più di mille editoriali sul destino della sinistra italiana. Non parla di sondaggi, non parla di congressi, non parla di correnti. Parla di soldi. E i soldi, si sa, raccontano sempre la verità più scomoda.
Al centro della vicenda c’è Massimo D’Alema, l’ex premier che negli ultimi anni si è reinventato, con innegabile disinvoltura, da statista a consulente globale, sempre pronto a spiegare al mondo come si fa geopolitica, come si gestiscono le crisi, come si “governa la complessità”. Il veicolo di questa seconda carriera è DL & M Advisor, la sua società di consulenza. E i numeri, quelli veri, quelli che non si possono truccare con una battuta in televisione, dicono che il mercato ha smesso di crederci.
Nel 2024 DL & M Advisor fatturava 2,5 milioni di euro. Un bel gruzzolo, per una società che di dipendenti ne ha uno solo a tempo indeterminato: segno che il valore aggiunto, in questo genere di attività, sta tutto nel nome e nell’agenda telefonica di chi la guida. Nel 2025, però, il fatturato è crollato a 685.739 euro. Fate due conti: meno 73 per cento in dodici mesi. Non un calo fisiologico, non un assestamento di mercato: un tracollo.
E qui arriva la parte più interessante, quella che dà il titolo a questa storia. A pesare più di tutto è stata la sparizione totale della clientela britannica. Nel 2024 dall’estero, in gran parte proprio dal Regno Unito, arrivavano 1,22 milioni di euro di consulenze. Nel 2025 quella voce è semplicemente azzerata: zero, nulla, non pervenuto. Londra, che per anni ha pagato profumatamente i consigli dell’ex Migliorista, ha chiuso la porta. E se persino la City, patria del pragmatismo, terra dove si guarda solo al risultato e mai all’ideologia, decide che i consigli di D’Alema non servono più, forse un motivo c’è.
Non se la passano meglio i clienti italiani, che dai 1,277 milioni del 2024 sono scesi a poco più di 638mila euro: praticamente dimezzati. E gli utili, quelli che contano davvero, sono passati da 1,578 milioni a soli 292.630 euro: un tonfo di oltre l’80 per cento. Quando il crollo degli utili è più ripido di quello del fatturato, di solito significa una cosa sola: i costi fissi restano, ma il valore percepito di quello che vendi si è squagliato.
Certo, per onestà va detto che DL & M Advisor non è sul lastrico: il patrimonio netto resta solido, 4,4 milioni di euro, frutto di copyright, dei bilanci stessi e dei “super guadagni degli anni passati”. Insomma, il conto in banca regge ancora, ma regge grazie al passato, non al presente. Ed è proprio questo il punto che merita di essere raccontato senza troppi giri di parole: l’aristocrazia della sinistra internazionale, quella che per decenni ha vissuto di convegni, cattedre e consulenze pagate a peso d’oro dalle stesse élite che pubblicamente si dice di voler correggere, sta scoprendo che il mondo è cambiato e che i governi, anche quelli non proprio sovranisti, come quello britannico, non hanno più bisogno dei suoi consigli.
C’è pure un lato quasi bucolico in questa vicenda, che aiuta a capire dove si sposta davvero l’attenzione dell’ex Baffino: mentre il fatturato della consulenza si sgretola, crescono gli investimenti nella tenuta vinicola umbra di famiglia, la società agricola La Madeleine, verso cui i crediti sono saliti di altri 750mila euro nell’ultimo anno. E c’è anche un progetto cinese, Silk Road Wine, avviato insieme all’enologo Riccardo Cotarella nel 2019, che però per ora produce più perdite che bottiglie vendute.
Morale della favola: il vino, in Umbria, forse continuerà a scorrere. I consigli geopolitici da Londra, molto meno. E chissà se qualcuno, nei palazzi romani della sinistra, si fermerà un attimo a chiedersi perché anche i mercati, quelli che non fanno sconti a nessuno, abbiano smesso di prendere sul serio le lezioni di chi per trent’anni ha insegnato agli altri come si fa politica.




