Quando il termometro riscrive la geografia dei campi
C’è qualcosa di profondamente paradossale nel modo in cui il clima sta ridisegnando l’agricoltura italiana, e il recente rapporto congiunto della FAO e dell’Organizzazione meteorologica mondiale ce lo ricorda con la forza dei numeri. Il documento, intitolato “Calore estremo e agricoltura”, descrive il caldo come un moltiplicatore di rischio che esercita una pressione crescente su colture, bestiame, pesca e foreste, e stima che gli episodi di calore estremo minaccino ormai i mezzi di sussistenza di oltre un miliardo di persone, causando ogni anno la perdita di mezzo trilione di ore lavorative. Eppure, mentre le proiezioni globali parlano di rese in calo e raccolti compromessi, nel nostro Paese sta accadendo qualcosa di inatteso e per certi versi affascinante. Il paesaggio agrario siciliano sta cambiando pelle, e avocado, mango, papaya e litchi sono diventati residenti stabili tra le province di Messina, Catania e Palermo. I muretti a secco che per secoli hanno protetto agrumeti e distese di grano fanno oggi da cornice a foglie larghe e lucide, decisamente tropicali. Come racconta Stefano Masini, responsabile ambiente di Coldiretti, un gruppo di produttori siciliani di mango e avocado ha realizzato da zero un fatturato di tre milioni di euro nella grande distribuzione locale, segno che la sperimentazione ha già superato la soglia dell’aneddoto per diventare economia reale. I consumi di avocado in Italia negli ultimi cinque anni sono cresciuti del 179 per cento, facendo del nostro Paese il sesto consumatore europeo con circa quarantamila tonnellate, e i volumi complessivi di frutta tropicale venduti sono aumentati del trenta per cento dal 2017. Ma la metamorfosi non riguarda soltanto il Meridione. L’olivicoltura si sta espandendo in regioni tradizionalmente considerate troppo fredde, e secondo i dati ISMEA la superficie dedicata all’olivo in Veneto è cresciuta del quindici per cento negli ultimi cinque anni, raggiungendo i cinquemila ettari. In Piemonte l’aumento è stato addirittura del quaranta per cento tra il 2020 e il 2023, mentre in Trentino-Alto Adige i produttori stanno piantando ulivi in aree a lungo dominate da meli e vigneti. Tutto questo, naturalmente, ha un rovescio amaro. La produzione di pere in Italia è crollata del settantacinque per cento nel 2023 rispetto al 2018, e gli ettari coltivati a kiwi si sono dimezzati nell’ultimo decennio, mentre al Sud la siccità colpisce il ventinove per cento della superficie agricola di cinque regioni, con picchi del sessantanove per cento in Sicilia. Per Coldiretti la risposta passa dalle tecniche di evoluzione assistita, da nuove cultivar capaci di reggere le condizioni che verranno, e da una strumentazione assicurativa completamente diversa da quella tradizionale. Il punto, in fondo, è che l’agricoltura italiana si trova di fronte a una trasformazione che somiglia meno a un’emergenza e più a una migrazione silenziosa delle vocazioni territoriali, dove chi saprà adattarsi in tempo avrà colto, nel senso più letterale, un’opportunità seminata dal disastro.




