A che punto siamo con il campo largo?
In seguito ai risultati del referendum del 22-23 marzo e in previsione delle elezioni politiche nazionali previste per il 2027 ci sembra opportuno chiederci: a che punto siamo con il campo largo? La prevista coalizione di centro-sinistra di cui si parla da ben prima della pandemia e che aveva avuto una sua espressione nel governo Conte II a che punto è? Essa è in grado o no di costituire una alternativa credibile alla coalizione di centro-destra guidata da Giorgia Meloni?
I principali partiti che andrebbero a comporre la base di questa coalizione di governo, unica via strategica e pragmatica per opporsi alle destre, sono il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi Sinistra. Intorno a questo nucleo fondante si parla anche di piccoli partiti che potrebbero aggiungersi al progetto come Più Europa, Italia Viva e Rifondazione Comunista, realtà che rendono il dibattito sulla coalizione più vivo che mai a causa di divergenze non trascurabili sulle politiche di governo che si intende attuare sia interne che estere.
Il punto fondamentale è che si dovrebbe redigere un programma comune, ancora ben lungi dall’essere stato elaborato e tantomeno presentato agli elettori. In cosa dovrebbe consistere questo programma? La risposta è molto semplice, ovvero pochi punti programmatici e molto chiari: l’innalzamento dei salari per fare fronte all’aumento del costo della vita dei cittadini, da perseguire con strumenti come l’attuazione del salario minimo, un piano di investimenti massiccio nella sanità e nell’istruzione e soprattutto la postura internazionale nei confronti dei conflitti in corso in Palestina, in Ucraina e in Iran. Nel caso palestinese la postura dovrà essere necessariamente di condanna netta nei confronti del genocidio in corso a Gaza e in Cisgiordania da attuare con strumenti concreti come ad esempio ha fatto la Spagna di Pedro Sanchez: sostegno alle indagini della Corte Penale Internazionale, rescissione dell’accordo di associazione UE-Israele, promozione di sanzioni nei confronti di Israele allo stesso modo di come si è fatto nei confronti della Russia, ritiro dell’adesione italiana dal Board of Peace di Donald Trump per Gaza e riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina con l’instaurazione di rapporti bilaterali e relative ambasciate. Sul fronte russo-ucraino la postura dovrà essere necessariamente volta all’instaurazione di un dialogo tra Ucraina e Russia e soprattutto tra Unione Europea e Russia. Ciò dovrebbe condurre a ritirare l’appoggio al piano di riarmo europeo che non porterà a nulla se non ad un aumento delle tensioni tra Europa e Russia con il rischio concreto dello scoppio di un conflitto dagli esiti imprevedibili e catastrofici. Questa postura dovrà essere attuata quanto prima allo scopo di evitare la distruzione totale dell’Ucraina e allo scopo di riaprire alle forniture di gas russo fondamentali per il fabbisogno europeo. Nel caso iraniano la postura dovrà necessariamente essere di totale denuncia nei confronti dei paesi che hanno aggredito la Repubblica Islamica e di totale rifiuto di supporto logistico nei confronti di questa operazione, anche qui da portare avanti sul modello spagnolo al fine di tutelare il diritto internazionale e porre un freno all’esplosione dei prezzi del petrolio greggio e del gas causati dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.
Ora, questi punti fondamentali, purtroppo, non sono condivisi da tutte le forze del campo largo. Gli unici partiti che potrebbero sostenere senza riserve questo programma sarebbero solo il M5S e AVS. Per il PD la situazione è molto più problematica a causa delle varie correnti interne, soprattutto la cosiddetta “base riformista” che fa riferimento a figure come Pina Picierno, Lorenzo Guerini, Graziano Del Rio e altri, i quali sono molto critici sulla postura internazionale da adottare e che preferiscono un approccio più filo-israeliano e meno dialogante nel conflitto russo-ucraino. Da tempo si parla di una possibile scissione e alcune figure hanno già dato le proprie dimissioni come Marianna Madia, Elisabetta Gualmini e come ha ventilato di poter fare Emanuele Fiano. Ebbene, che così sia, che queste persone escano se pensano di non condividere il programma del campo largo e la stessa cosa dovrebbe valere nei confronti di Italia Viva di Matteo Renzi, del quale abbiamo già apprezzato la fedeltà e la regia nella caduta del governo Conte II. Le posizioni di Renzi e del suo partito così come quelle di Più Europa non sono conciliabili con il programma che il campo largo potrebbe o vorrebbe fare. In questo senso le dimissioni che stanno arrivando in uscita dal PD da parte dei membri delle correnti a cui facevamo riferimento prima vuol dire che la linea della segretaria Elly Schlein di sostegno a questa coalizione si sta lentamente imponendo ma comunque bisogna fare ancora di più, occorre esporsi in maniera netta sull’attuazione del programma che si vuole realizzare mettendolo nero su bianco e firmando un vero e proprio contratto di governo tra i partiti contraenti. Occorre altresì definire chi tra i leader sarà il Presidente del Consiglio in caso di vittoria e in questo senso sarebbe avvantaggiata Elly Schlein considerando che il PD ha più voti del M5S, tuttavia, è necessario considerare che in caso di primarie tra i leader, secondo i sondaggi sarebbe Giuseppe Conte a vincere e questa discrasia tra il partito più votato e il leader con più consensi deve essere necessariamente sanata. Ciò potrebbe avvenire mettendo nero su bianco che il ruolo di premier sarà ricoperto dal leader del partito che avrà più voti oppure facendo delle elezioni primarie in modo che siano gli elettori e i cittadini a decidere.
Sul tema delle primarie è stato fatto il nome di Silvia Salis, attuale sindaca di Genova, la quale ultimamente è stata spinta molto dai giornali che velatamente la indicano come possibile figura terza per guidare la coalizione. Nessuno qui dubita della buona fede e delle qualità della sindaca di Genova ma è del tutto fuori luogo questa celebrazione mediatica eccessiva che dopo un solo anno da sindaca la magnifica come il baluardo anti-Meloni. Quello che appare qui è l’utilizzo di una persona onesta come Silvia Salis e l’utilizzo della sua buona fede per inceppare le riforme del campo largo. Non a caso la sua figura viene caldeggiata da ambienti molto vicini a Matteo Renzi e molto vicini alle correnti del PD polemiche verso Elly Schlein. Posto che una sindaca debba durare cinque anni, non si capisce il motivo per cui una sindaca eletta da poco e che, con il massimo rispetto, fino allo scorso anno non si sapeva neanche chi fosse, dovrebbe lasciare la sua carica per fare la leader della coalizione. Di solito queste procedure dovrebbero accadere per evidenti meriti di gestione e del lavoro svolto dopo anni alla guida di una città mentre qui siamo a meno di un anno di governo da quando è stata eletta. Certo, alcuni provvedimenti presi dalla sindaca sono stati apprezzabili e del tutto condivisibili ma parliamo di provvedimenti non così decisivi, cioè siamo ancora in una fase di rodaggio da quando la sindaca è stata eletta. Quindi la cosa migliore sarebbe lasciare lavorare in pace Silvia Salis e giudicare il suo operato dopo i canonici cinque anni previsti per legge e solo allora valutare la sua eventuale efficienza, vale a dire nel 2030 e non nel 2027.




