Hantavirus: origine, diffusione e scenari futuri secondo la comunità scientifica
Negli ultimi mesi il termine “hantavirus” è tornato al centro dell’attenzione internazionale dopo alcuni focolai registrati tra Sud America, Europa e navi da crociera. Sebbene molti abbiano paragonato il virus al COVID-19, gli esperti invitano alla cautela: l’hantavirus è conosciuto da decenni e, almeno secondo le attuali evidenze scientifiche, non presenta la stessa capacità di diffusione pandemica.
Gli hantavirus sono una famiglia di virus trasmessi principalmente dai roditori. Il nome deriva dal fiume Hantan, in Corea del Sud, dove il virus venne identificato negli anni Settanta dopo alcuni casi tra soldati durante la guerra di Corea. Da allora gli scienziati hanno scoperto numerose varianti diffuse in Asia, Europa e Americhe. La trasmissione avviene soprattutto attraverso il contatto con urine, saliva o escrementi di roditori infetti. In pratica, una persona può infettarsi respirando particelle contaminate presenti in ambienti chiusi o poco ventilati, come cantine, capanni o magazzini infestati dai topi. Secondo il CDC, nella maggior parte dei casi non esiste una trasmissione efficiente da uomo a uomo. L’unica eccezione nota è il cosiddetto “virus Andes”, osservato soprattutto in Argentina e Cile.
Le forme cliniche più gravi possono provocare insufficienza respiratoria o renale. Nelle Americhe il virus può causare la “sindrome cardiopolmonare da hantavirus”, con una mortalità che in alcuni casi arriva al 40-50%. In Europa e Asia prevale invece una forma emorragica che colpisce i reni. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il numero globale di infezioni varia da circa 10.000 a oltre 100.000 casi l’anno, soprattutto in Asia orientale. In Europa vengono registrati migliaia di casi annuali, mentre nelle Americhe i numeri sono più contenuti ma spesso più letali.
Negli ultimi giorni l’attenzione mediatica si è concentrata su un focolaio legato a una nave da crociera, dove alcuni passeggeri hanno contratto il virus Andes. L’OMS ha definito il rischio globale “basso”, pur monitorando attentamente l’evoluzione del cluster. Gli scienziati, tuttavia, sottolineano differenze fondamentali rispetto al coronavirus SARS-CoV-2. Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS, ha ricordato che l’hantavirus non è un agente nuovo, viene studiato da molti anni e richiede generalmente contatti ravvicinati e prolungati per trasmettersi tra esseri umani.
Molti virologi ritengono quindi improbabile uno scenario pandemico globale. Anche diverse discussioni scientifiche e accademiche online convergono sull’idea che il virus rappresenti soprattutto un rischio localizzato, collegato alla presenza di roditori e a specifiche condizioni ambientali.
Un aspetto che preoccupa maggiormente i ricercatori riguarda invece il cambiamento climatico. Alcuni studi citati dall’OMS collegano l’aumento dei roditori a eventi climatici estremi, piogge abbondanti e variazioni degli ecosistemi. Più roditori significa maggior probabilità di contatto con l’uomo e quindi maggior rischio di focolai.
Per il futuro, gli esperti prevedono un rafforzamento della sorveglianza epidemiologica e dei sistemi di monitoraggio “One Health”, cioè integrati tra salute umana, animale e ambientale. L’OMS insiste inoltre sulla necessità di diagnosi rapide, isolamento dei casi sospetti e prevenzione negli ambienti a rischio.
L’hantavirus resta una malattia seria e potenzialmente mortale, ma la comunità scientifica non considera realistico, allo stato attuale, uno scenario simile alla pandemia di COVID-19. Il vero rischio, secondo molti esperti, non è tanto una diffusione globale incontrollata, quanto la comparsa di focolai locali favoriti da cambiamenti climatici, urbanizzazione e aumento del contatto tra esseri umani e fauna selvatica.




