Trump perde consensi: economia e politica estera pesano sul secondo mandato

Il consenso di Donald Trump continua a scivolare, e i numeri più recenti confermano una tendenza ormai consolidata. Secondo un sondaggio riportato da ANSA, l’approvazione del presidente è scesa al 33%, il livello più basso del suo secondo mandato, mentre oltre sei americani su dieci ne disapprovano l’operato.
Il dato non arriva isolato. Già nei giorni scorsi altre rilevazioni avevano segnalato un calo significativo, con il consenso sceso al 36% e un trend negativo costante negli aggregati delle principali società demoscopiche. Una dinamica che, più che episodica, appare strutturale.
Per comprenderla è utile confrontare il secondo mandato con il primo. Durante la sua prima esperienza alla Casa Bianca, Trump aveva mantenuto livelli di consenso relativamente stabili, pur in un contesto fortemente polarizzato. Oggi, invece, il secondo mandato si distingue per un avvio più fragile e un’erosione più rapida, con un sostegno sempre più concentrato nella base elettorale più fedele e meno esteso agli indipendenti.
A pesare maggiormente è l’economia. Il costo della vita è tornato al centro delle preoccupazioni degli americani, tra inflazione percepita, aumento dei prezzi dei carburanti e rincari diffusi nei beni di consumo. Anche le politiche commerciali, in particolare l’uso dei dazi, hanno contribuito ad alimentare una sensazione di pressione economica sulle famiglie.
Non è un elemento secondario: storicamente, negli Stati Uniti, il giudizio sull’operato di un presidente passa soprattutto dal portafoglio degli elettori. E oggi i dati mostrano chiaramente come la gestione economica sia uno dei punti più deboli dell’amministrazione Trump.
In questo contesto, la politica estera ha avuto un ruolo importante, ma più come fattore aggravante che come causa originaria del calo di consensi. Il sostegno a Israele nella crisi di Gaza aveva già diviso l’opinione pubblica, ma senza effetti decisivi. È con l’escalation verso un confronto diretto con l’Iran che il tema internazionale è diventato politicamente più rilevante.
Il motivo è duplice. Da un lato, il timore di un coinvolgimento militare prolungato; dall’altro, e soprattutto, le ricadute economiche del conflitto, a partire dall’aumento del prezzo dell’energia. In questo senso, la politica estera incide sul consenso nella misura in cui si traduce in effetti concreti sulla vita quotidiana.
Il risultato è un mix che amplifica il malcontento: l’economia come causa strutturale, la politica internazionale come acceleratore della crisi di fiducia. Anche un elettorato tradizionalmente meno sensibile ai dossier esteri, come quello trumpiano, diventa più reattivo quando guerra e costi della vita si intrecciano.
Le conseguenze sono già visibili sul piano politico. Trump mantiene un forte sostegno tra i suoi elettori più fedeli, ma perde terreno tra gli indipendenti e mostra segnali di indebolimento anche in segmenti dell’elettorato repubblicano. Allo stesso tempo, i democratici non sembrano ancora in grado di capitalizzare pienamente questo calo, lasciando il quadro complessivo incerto e altamente polarizzato.
In vista delle elezioni di metà mandato del 2026, il presidente si trova così di fronte a un passaggio cruciale. Una possibile correzione di rotta, soprattutto sul fronte economico, potrebbe arginare l’erosione del consenso. In alternativa, la scelta di puntare su una mobilitazione ancora più marcata della base rischierebbe di restringere ulteriormente il perimetro elettorale.
In entrambi i casi, il dato politico resta chiaro: più che la politica estera in sé, è l’intreccio tra guerra ed economia a determinare oggi l’umore degli elettori americani. E, almeno per ora, quell’umore sembra volgere al ribasso.




