Attacco all’ambasciata Usa a Baghdad: il conflitto si allarga e cresce il rischio regionale
Il conflitto in Medio Oriente entra nel suo diciottesimo giorno e mostra sempre più chiaramente i contorni di una crisi destinata ad allargarsi ben oltre i confini iniziali. L’attacco all’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad rappresenta infatti un ulteriore salto di qualità, colpendo direttamente un simbolo della presenza occidentale nella regione.
Secondo le prime ricostruzioni, la sede diplomatica è stata bersaglio di un attacco con droni e razzi: almeno uno ha centrato l’edificio provocando un’esplosione. Un segnale evidente di come il livello dello scontro stia salendo rapidamente. Solo poche ore prima, un altro drone aveva colpito un hotel nella capitale irachena frequentato anche da personale italiano, fortunatamente rimasto illeso.
Sul piano militare, il confronto tra Israele e Iran appare sempre meno indiretto. Le Forze di difesa israeliane hanno lanciato una vasta ondata di attacchi contro obiettivi a Teheran e contro infrastrutture di Hezbollah a Beirut, colpendo simultaneamente due pilastri dell’asse filo-iraniano. Fonti israeliane parlano dell’uccisione di Ali Larijani, figura di primo piano del sistema di potere iraniano, e di Gholamreza Soleimani, comandante delle forze Basij, accusate di aver guidato la repressione interna. Notizie che, se confermate, rappresenterebbero un colpo significativo per Teheran, ma che al momento restano prive di verifiche indipendenti.
La risposta iraniana non si è fatta attendere: nella notte missili balistici sono stati lanciati verso il nord di Israele, senza causare vittime secondo le prime informazioni. Un botta e risposta che conferma come il conflitto stia scivolando verso una dinamica sempre più diretta tra i due Paesi.
Particolarmente preoccupante è l’intensificarsi delle operazioni in Libano. I bombardamenti israeliani hanno colpito diverse aree di Beirut, soprattutto nei quartieri meridionali, roccaforte di Hezbollah. Secondo i media locali, intere porzioni della capitale sarebbero state interessate dai raid. Il rischio –sempre più concreto— è quello di una riapertura su larga scala del fronte libanese, con conseguenze difficilmente prevedibili per l’intera regione.
La crisi, oltretutto, non si limita più al Levante. Segnalazioni di esplosioni a Dubai, dopo un’allerta missilistica diffusa dalla popolazione, indicano come anche il Golfo sia ormai coinvolto nel clima di crescente insicurezza. Negli ultimi giorni, attacchi con droni e missili hanno colpito il Qatar e altri Paesi dell’area, segno che la strategia iraniana di pressione si sta estendendo lungo tutto l’arco regionale.
Sul piano internazionale, la tensione si riflette nelle mosse delle principali potenze. Donald Trump ha alzato i toni, avvertendo che la Nato potrebbe affrontare un futuro “molto negativo” senza un impegno concreto per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, snodo vitale per il commercio energetico globale. L’Europa, per ora, appare più cauta. Il presidente francese Emmanuel Macron ha convocato un consiglio di difesa per valutare la situazione, mentre Parigi resta sotto pressione per un possibile coinvolgimento.
In questo quadro sempre più instabile, emergono anche timidi segnali diplomatici. Ron Dermer, tornato a lavorare al fianco del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha parlato di “progressi” nei contatti con il Libano. Tuttavia, la condizione posta da Israele resta netta: il disarmo di Hezbollah. Un obiettivo che, allo stato attuale, appare difficilmente realizzabile e che rende ancora più incerto qualsiasi percorso negoziale.
In assenza di un’iniziativa diplomatica forte e condivisa, la sensazione è che il conflitto stia entrando in una fase nuova, più ampia e potenzialmente pericolosa, in cui ogni attacco rischia di aprire un ulteriore fronte.




