È morto Bruno Contrada, il poliziotto che divise l’Italia
Si è spento a 94 anni Bruno Contrada, numero tre del Sisde e figura tra le più controverse della storia antimafia italiana. Napoletano di nascita ma palermitano d’adozione, aveva costruito la sua carriera in Sicilia negli anni più bui della guerra di mafia, accumulando un trentennio di servizio che lo aveva portato dai ranghi della Questura di Palermo fino agli alti vertici dei servizi segreti interni.
Nel Natale del 1992, l’anno delle stragi che avevano insanguinato Palermo con le bombe di Capaci e via D’Amelio, arrivò l’arresto che scosse il Paese. L’accusa era di concorso esterno in associazione mafiosa: secondo i pubblici ministeri, Contrada aveva messo a disposizione di Cosa nostra, per quasi un decennio tra il 1979 e il 1988, notizie riservate su indagini e operazioni di polizia. Un tradimento allo Stato, perpetrato, secondo l’accusa, proprio da chi aveva il compito di combatterlo.
Gli anni successivi furono un labirinto giudiziario. Condannato in primo grado a 10 anni, assolto in appello, poi nuovamente condannato dalla corte d’appello di Palermo nel 2006 dopo che la Cassazione aveva annullato l’assoluzione con rinvio. La sentenza divenne definitiva nel 2007. Contrada trascorse complessivamente quattro anni e mezzo in carcere e tre anni e mezzo ai domiciliari, scontando infine tutta la pena residua fino al 2012.
La vicenda giudiziaria, però non si chiuse lì. Nel 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo emise una sentenza destinata a fare storia: il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non era sufficientemente chiaro né prevedibile nell’ordinamento italiano prima del 1994 – anno della cosiddetta sentenza Demitry – e dunque condannare Contrada per fatti antecedenti a quella data aveva violato il principio di legalità. L’Italia fu condannata a risarcirlo. La Cassazione italiana prese atto della pronuncia europea e revocò la condanna.
Ma i giudici italiani non si convinsero mai del tutto sull’innocenza sostanziale dell’uomo. In una successiva pronuncia sul risarcimento, la corte d’appello di Palermo non si limitò a fare i conti con le cifre: i giudici ribadirono che Contrada aveva concretamente contribuito a rendere più forte Cosa nostra, mettendo a rischio l’ordine pubblico e minando la credibilità delle istituzioni, per quei servitori dello Stato che invece avevano pagato con la vita la loro fedeltà. Le condotte, a parere della corte, integravano dunque il reato di favoreggiamento. Un reato però ormai prescritto al momento della sentenza definitiva del 2007. L’ex funzionario ottenne così un indennizzo di 258 mila euro, cifra ben inferiore ai 667 mila inizialmente riconosciutigli e poi annullati alla Cassazione.
Fino agli ultimi anni Contrada aveva continuato a parlare di sé come di una vittima, descrivendo la sua storia come un calvario durato decenni. Una versione che i tribunali italiani non hanno mai condiviso pienamente. I funerali si terranno il 16 Marzo a Palermo.




