Sotto inchiesta il caporalato dell’azienda Deliveroo

Dopo il caso Glovo è Deliveroo a finire sotto la lente della Procura di Milano. E’ stata disposta in via d’urgenza il controllo giudiziario per caporalato per la società di consegna a domicilio. L’accusa rivolta è di impiegare manodopera “in condizioni di sfruttamento e approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori”.
Prima di Deliveroo era stata la società di consegne Glovo a finire sotto controllo giudiziario per caporalato. A firmare il provvedimento, poi convalidato dal Gip, era stato lo stesso pm che sta seguendo anche il fascicolo di Deliveroo, Paolo Storari. Secondo l’accusa sarebbero stati sfruttati 40 mila rider impiegati in tutta Italia, “lavoratori, formalmente autonomi in regime forfettario” ma “in realtà da considerarsi lavoratori dipendenti a pieno titolo: approfittando dello stato di bisogno avrebbero percepito un reddito netto annuo sotto la soglia di povertà”.
Ai rider, si legge nel provvedimento della Procura, sarebbe stata corrisposta una retribuzione in alcuni casi inferiore fino a circa il 90% rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva. L’inchiesta ha raccolto le testimonianze di oltre 50 rider. Nel documento si parla di circa 20mila lavoratori in stato di bisogno e operanti sul territorio nazionale, di cui solamente 3mila nel Milanese. Su un campione di 50 rider che sono stati sentiti come testimoni e il loro reddito da lavoro autonomo confrontato con le soglie di povertà e il contratto collettivo nazionale di riferimento è emerso che il 73% dei lavoratori percepisce cifre inferiori a 1.245 euro lordi al mese, soglia sotto la quale si rischia di scivolare in povertà secondo un’analisi del luglio. Somme che violano anche la Costituzione, perché non possono garantire una esistenza libera e dignitosa.
“Deliveroo e il suo amministratore – così nelle sessanta pagine del provvedimento – avrebbero adottato una politica di impresa che rinnega esplicitamente le esigenze di rispetto della legalità”. E ancora: “Lo sfruttamento lavorativo – scrive il pm Storari sulla base degli accertamenti dei carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro – viene perpetrato da anni”. Una situazione di illegalità che per la procura diretta da Marcello Viola, deve “cessare al più presto”. Da qui la nomina dell’amministratore giudiziario Massimiliano Poppi per Deliveroo Italy, affinché “proceda alla regolarizzazione dei lavoratori”.
A raccontare meglio di ogni altra tecnicalità, la situazione in cui lavorano e, quindi, vivono i rider sono le loro testimonianze raccolte nelle carte. “L’accesso al lavoro – racconta Niazi P. – avviene attraverso login alla piattaforma, una volta collegato, resto in attesa delle consegne, lavoro sette giorni su sette per una media di 11 ore al giorno, ne faccio almeno 15 nelle ore pasti per 3,4 euro l’ora”. C’è chi percorre anche 100-150 chilometri al giorno con la bicicletta elettrica, per compensi che calcola l’algoritmo e superano i 3.75 euro solo nei giorni festivi, come Amad S. che racconta: “guadagno circa di 1.000 euro al mese, ma ho bisogno di lavorare, quindi accetto tutte le consegne anche nei luoghi più lontani”.
La società, in una nota, fa sapere che sta “esaminando la documentazione ricevuta dalle Autorità e sta collaborando alle indagini”. Nel frattempo, l’inchiesta si allarga ancora. Il pm ha inviato i carabinieri dell’ispettorato del Lavoro, nelle sedi di sette società clienti: Mc Donald’s Italia, Burger King Restaurants Italia, Esselunga, Carrefour, Crai Secom, Poke House e Kfc. Tutte non indagate, al momento, ma che risultano “in rapporti contrattuali” con Deliveroo e che “si avvalgono dei medesimi rider per effettuare le consegne”, le indagini si concentrano sui modelli di organizzazione e sui sistemi di controllo interni per verificare se sono idonei ad impedire lo sfruttamento.




