Debito pubblico italiano: è allarme. Nuovi interventi correttivi potrebbero destabilizzare il Paese

di Roberto Mattei

E’ inutile che la politica cerchi di rassicurare l’opinione pubblica sul debito italiano, sulla precarietà del lavoro e la disoccupazione. L’Italia è un paese allo sfascio: economicamente, moralmente e socialmente; neanche come italiani riusciamo più a sentirci uniti! Il governo Berlusconi aveva promesso di risollevare l’economia del paese, promettendo nuove infrastrutture e fonti di energia, telecomunicazioni, lavoro, liberalizzazioni, sostegno al “made in italy”, riorganizzazione e digitalizzazione della pubblica amministrazione. Interventi che avrebbero dovuto portare a una  riduzione del debito pubblico, un minor costo di quello residuo, una maggiore trasparenza, responsabilità ed efficienza della spesa pubblica. E invece solo speculazioni e aumento dei costi per i cittadini!

Non è tuttavia giusto colpevolizzare al 100% il governo, che ha ereditato un sacco di vecchi problemi, nonché uno Stato indebitato fino al collo con banche, imprese, stati esteri e tutti quei soggetti che hanno sottoscritto obbligazioni. Tutta la classe politica, da destra a sinistra, dal primo al terzo polo passando per il secondo, in questi anni ha dimostrato di fregarsene della cosa pubblica, preoccupandosi esclusivamente di mantenere poltrone e privilegi. Così le tre “I” tanto decantate da Berlusconi (Inglese, Informatica e Impresa), nel corso del tempo si sono evolute, dando vita a uno Stato autoritario che, attraverso Indecenza, Inconcludenza e Irresponsabilità, è riuscito a distruggere la costituzione e le leggi, i poteri della magistratura, l’unità nazionale e l’economia del paese. Una classe politica capace solo di chiedere onerose tasse, abituata da sempre ad abbandonare a se stessi i cittadini e a generare un malcontento sociale senza sbocchi che, oggi più che mai, si appresta a sfociare in disordine sociale; la gente che può scappa all’estero in cerca di fortuna, le famiglie fanno meno figli, le grandi, medie e piccole imprese, motore della nostra economia, si trasferiscono all’estero per non venire stroncate dall’esagerata pressione fiscale che li porterebbe a bancarotta certa (in Italia più di 12 mila aziende all’anno presentano istanza di fallimento).

 

In quest’ultimo caso, inoltre, c’è da chiedersi chi sia il vero ladro, l’evasore o lo Stato, visto che ogni cittadino paga ogni anno 7359 euro in termini di tasse, imposte e tributi e che nel 2013 la pressione fiscale supererà il 44 per cento per poter raggiungere il pareggio di bilancio e coprire il deficit pubblico. Non c’è da stupirsi allora se la percentuale delle imposte evase supera oggi il 38% e in alcune aree del paese, come ad esempio il sud, tocca anche il 66%. Lo Stato invece di ridurre gli stipendi e i benefici dei parlamentari nonché di dimezzarne il numero, taglia i fondi alla scuola, alla sanità e alle forze armate, incrementando le diseguaglianze che imperversano nella società italiana. Giovani, precari, famiglie in difficoltà, tutti vengono colpiti dalla manovra economica! E adesso che i mercati mondiali tracollano e che l’Italia sta affondando sotto i colpi della speculazione, il governo ha il coraggio di annunciare un’ulteriore manovra correttiva, una “cura per i conti pubblici” – così la chiamano i tecnici – per spremere ancora di più il popolo, senza nessuna pietà.

Questa volta però, il timore è che i cittadini dello Stato non resteranno a guardare: la gente si ribellerà, le piazze insorgeranno e sarà la fine per tutti. Sembra utopia, ma fatti come questi sono già accaduti nella storia di altri paesi civili come la Spagna, l’Islanda e la Grecia. Alla manovra da 70 miliardi di euro approvata lo scorso mese di luglio, si aggiungerà nei prossimi giorni un pacchetto di interventi integrativi urgenti, che potrà contenere:

  • tassazione di tutti i titoli finanziari, ad eccezione di Bot e CCT, dal 12,5% al 20%;
  • riforma del mercato del lavoro con possibilità di licenziare più facilmente il personale;
  • taglio degli stipendi dei dipendenti pubblici;
  • possibili interventi sulle pensioni di anzianità e su quelle delle donne nel settore privato;
  • stop sul ricorso indiscriminato dei contratti a termine, dannosi per l’economia;
  • piena privatizzazione dei servizi pubblici locali, dei servizi professionali e privatizzazione su larga scala dei servizi locali.

Le conseguenze di tali decisioni, anziché restituire credibilità alla nostra economia, potrebbero tuttavia provocare l’effetto contrario, generando un senso di sfiducia e panico nella popolazione. Se una situazione del genere prendesse il sopravvento, i risparmiatori potrebbero riversarsi in massa presso gli sportelli bancari per ritirare i propri risparmi, facendo fallire le banche per insolvibilità. Saremmo di fronte a un nuovo catastrofico 1929, con conseguenze inimmaginabili per l’economia italiana.

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