L’Italia guarda anche al nucleare per diminuire la dipendenza energetica
Attualità
17 Marzo 2022

L’Italia guarda anche al nucleare per diminuire la dipendenza energetica

Nonostante l’Italia abbia un passato significativo nella produzione di energia nucleare, solo discutere della eventualità di ritornare a questa tecnologia è sempre stato avvertito quasi un tabù. La crescente emergenza di materie prime, soprattutto di gas, a causa del conflitto tra Russia e Ucraina, sembra stia portando a un cambio di rotta. E anche il presidente del Consiglio Draghi ha chiarito che per ridurre la dipendenza dall’estero, tra le fonti energetiche anche il nucleare giocherà il suo ruolo.

di Paola de Majo

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La guerra in Ucraina ha messo i Paesi dell’Unione europea di fronte ad una improvvisa emergenza energetica, facendo venire a galla la fragilità della politica perseguita, che non ha considerato il possibile sopravvento di eventi come quelli che l’Occidente sta vivendo e che hanno radicalmente cambiato lo scenario geopolitico.

Si guarda adesso a come reagire alle conseguenze che hanno messo al centro i rischi di approvvigionamento di energia, posto che l’UE dipende dalle importazioni di combustibili fossili – gas, petrolio e carbone – per un fabbisogno energetico di oltre il 57 % del consumo energetico lordo dell’ultimo quinquennio.

L’Italia in particolare paga le scelte fatte nel tempo che hanno portato ad un graduale aumento dalla dipendenza di importazioni di energia e al crollo della produzione interna. Basti pensare che se nel 2000 produceva 17 miliardi di metri cubi di gas, oggi solo 3,4 miliardi, ricorrendo sempre di più alla fornitura di gas dalla Russia.

Produzione di energia nucleare in Italia 1963-1990

Un ripensamento delle politiche energetiche in prospettiva di una maggiore autonomia ha riproposto la possibilità di reintrodurre l’energia nucleare.

Il dibattito su questa tecnologia è da sempre stato divisivo e difficile, in un territorio come quello italiano che ha vissuto questa esperienza, anche con risultati significativi e di successo, a partire dal 1963 – che vede l’avvio della prima centrale – fino al 1990 con la chiusura delle centrali nucleari presenti per raggiunti limiti d’età o in seguito al referendum del 1987, successivo all’incidente di Chernobyl.

Il rilancio di una strategia di pianificazione nucleare è stato poi elemento principale della politica energetica del governo italiano negli anni 2008-2010, con la previsione di impianti di produzione di energia nucleare e la promozione della ricerca sul nucleare di quarta generazione o da fusione. Un piano poi definitivamente naufragato con il referendum abrogativo del 2011.

Draghi e il piano per il nucleare

Rompendo ogni indugio recentemente si è espresso a favore della reintroduzione del nucleare in Italia il presidente del Consiglio, Mario Draghi, in occasione di un question time tenutosi nell’Aula della Camera.

Nel suo intervento, ha sottolineato la necessità di garantire sicurezza energetica e diversificare le fonti di rifornimento, per lavorare ad iniziative che portino a ridurre la dipendenza energetica. In questa prospettiva il nucleare è considerato un obiettivo di medio/lungo termine per raggiungere un’autonomia.

Sull’innovazione in campo nucleare ha precisato che «l’impegno tecnico ed economico è concentrato sulla fusione a confinamento magnetico, che attualmente è l’unica via possibile per realizzare reattori commerciali in grado di fornire energia elettrica in modo economico e sostenibile.

Il premier ha inoltre riferito che l’entrata in funzione del primo prototipo di reattore a fusione è prevista entro il 2028. È il Consorzio EUROfusion che sviluppa la strategia europea per l’energia da fusione e l’Italia ne è uno dei principali membri, presente con università, istituti di ricerca e industrie sotto la guida dell’Enea.

Italia acquista energia prodotta dal nucleare

Vale la pena ricordare che, mesi prima della crisi e della successiva invasione dell’Ucraina, anche il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani aveva sdoganato il nucleare dichiarando che, con le dovute condizioni di sicurezza, è una tecnologia che non deve essere esclusa per diminuire la dipendenza da forniture estere.

Cingolani nello specifico ha anche sottolineato che l’Italia acquista il 5% di energia dalla Francia, che la produce con il nucleare «a due passi da noi.». Quindi, pur non possedendo reattori nucleari, ha comunque le problematiche legate allo smaltimento delle scorie nucleari.

Contraddizioni messe in luce in questi giorni anche da Gianfranco Pipitone, fisico nucleare, ex funzionario Euratom, con queste parole: «l’Italia non ha fatto reattori nucleari mentre la Francia ne ha fatti 50 così ci ha venduto l’energia elettrica che aveva in sovrappiù, prodotta con i reattori nucleari, mandandoci anche i vagoni di scorie. Esattamente come se avessimo i reattori che non abbiamo».

Secondo Pipitone dunque ci siamo «messi nelle mani degli altri» rinunciando ai reattori, ma di fatto siamo in una situazione analoga in termini di sicurezza.

Quello che sarà il futuro dell’energia nucleare sul territorio nazionale è ancora tutto da vedere. Ma una seria discussione sul ricorso a questa tecnologia non può essere oggetto di semplificazioni o di mere posizioni ideologiche. Resta innegabile la sottovalutazione che è stata fatta sino ad oggi del problema energetico e che ha reso l’Italia tra i Paesi più dipendenti dalle importazioni. E che spinge ad un nuovo corso per raggiungere una maggiore autonomia con una strategia lungimirante e coerente.