Great resignation: quali i motivi dell’aumento di dimissioni?
Attualità
23 Febbraio 2022

Great resignation: quali i motivi dell’aumento di dimissioni?

L'ondata di dimissioni volontarie emersa durante i due anni di pandemia sta ponendo una serie di interrogativi sulle diverse motivazioni che hanno innescato questa tendenza. Appare come un significativo cambio di approccio, non solo al lavoro, ma al proprio stile di vita di cui solo con il tempo se ne potrà capire la portata.

di Paola de Majo

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Great resignation così chiamano negli Usa il fenomeno sviluppatosi durante il periodo pandemico, che vede un massiccio incremento di dimissioni volontarie dei lavoratori. E ciò non per un nuovo posto di lavoro ma senza un’alternativa sicura, assumendosi il rischio dell’incerto.

 Già a luglio 2021 erano circa 4 milioni gli americani che hanno lasciato il proprio lavoro, dopo un aumento costante nei mesi precedenti. Tendenza che si sta consolidando e che lascia pensare ad un diffuso bisogno di cambiamento, con al centro un più attento bilanciamento tra vita privata e lavoro. Alla ricerca di una condizione di maggiore benessere a prescindere dalle esigenze di guadagno.

Incremento di dimissioni in Italia

Sebbene con numeri inferiori, anche l’Europa non è rimasta fuori da questo nuovo corso. In Italia, in particolare, l’aumento di coloro che lasciano la propria occupazione senza avere la certezza di un nuovo contratto di lavoro, è un dato che colpisce considerando che si è di fronte ad una realtà lavorativa che – a differenza di quella americana – è sempre stata caratterizzata da un basso livello di mobilità interna, dovuto alla mancanza di opportunità di lavoro. Dove i timori di non riuscire a ricollocarsi hanno, generalmente, prevalso sul desiderio di abbandonare la propria occupazione e reinventarsi in nuovi scenari lavorativi.

Indagine Fondazione Studi Consulenti del Lavoro

Suscita quindi un certo interesse il significativo incremento di dimissionari che si è registrato anche in Italia. Circa 1 milione e 81 mila i lavoratori che nei primi nove mesi del 2021 hanno lasciato il proprio impiego, per cause diverse dal pensionamento, un incremento del 13,8% rispetto al 2019. È quanto emerge dall’indagine “Le dimissioni in Italia tra crisi, ripresa e nuovo approccio al lavoro”, svolta dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, sui dati delle Comunicazioni Obbligatorie del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Dell’indagine sono inoltre da evidenziare i dati relativi all’aumento, nel 2021 sul 2019, delle dimissioni dei lavoratori tra i 45 e i 55 anni e gli over 55, rispettivamente del 17% e 21,5%. Mentre arrivano al +17,7% i dimissionari laureati rispetto al 12,9% dei diplomati.

Cambio di vita e abbandono di lavori mal pagati

Il contesto pandemico ha probabilmente innescato un processo che era già in atto, determinando una spinta alla rinuncia ad un lavoro che non soddisfa, anche in assenza di sicurezze per il futuro.

Tuttavia, accanto ad una lettura “romantica” del fenomeno che vede questi cambi di vita come frutto di una nuova scala valoriale, che mette in secondo piano uno stipendio sicuro, è stata avanzata anche una spiegazione che si ricollega alla maggiore disponibilità di sostegni al reddito. Molte persone potrebbero aver preferito accedere al Reddito di cittadinanza per lasciare lavori mal pagati o insoddisfacenti. E del resto non può stupire che si vada anche in questa direzione, fin quando in Italia non crescerà adeguatamente il livello degli stipendi, fermi agli anni ’90, e non verrà garantito un salario minimo a livello nazionale.

Sarebbe comunque un errore semplificare e ridurre a delle singole ipotesi le ragioni alla base delle dimissioni, che sono invece molteplici e legate sia alla sfera personale che ad esigenze economiche.

Solo con il tempo sarà più agevole comprendere la portata di questo fenomeno. Al momento non è possibile stabilire tra i lavoratori che hanno lasciato la propria occupazione, quanti potrebbero aver scelto di non lavorare o di avviare un’attività di lavoro autonomo e senza escludere il caso che possano aver trovato un’occupazione in nero/irregolare.

Quanto ha inciso lo stress da pandemia

L’alto numero di dimissionari merita comunque un’analisi profonda alla luce dei due anni di pandemia trascorsi che hanno inevitabilmente inciso, con un enorme carico di tensione, sui singoli, sulle relazioni, sugli equilibri familiari e lavorativi. Spingendo molti ad una nuova svolta nella propria vita ad incominciare dal lavoro.

Del resto già la rivoluzione che ha portato in sé lo smart working, sperimentato in emergenza, induce oggi molte persone a non voler più accettare lavori che non consentano flessibilità di orario e luogo di lavoro, a meno che non si ricopra posizioni che non consentano il lavoro da remoto.

Dimissioni e distorsioni del mercato

Dunque l’incremento di dimissioni potrebbe essere sintomo di un nuovo approccio al lavoro esploso con l’esperienza pandemica, a cui hanno contribuito le distorsioni che caratterizzano la realtà lavorativa italiana.

Va da sé che seppure sia in atto un cambio di priorità che investe la scelta della propria occupazione, l’aumento dei salari, le politiche attive del lavoro, la formazione, il welfare restano i temi da mettere al centro dell’azione politica se si vuole creare un mercato del lavoro più attrattivo e con opportunità dignitose.