Scienza & Mistero (prima parte): la Stele di Palenque

di Roberto Mattei

Le ultime scoperte su ciò che dovrebbe rappresentare la famosa pietra sepolcrale di uno dei più grandi sovrani Maya, K’nich Janaab Pakal, alla luce delle recenti interpretazioni del mondo scientifico e dell’archeologia misteriosa.

La storia dell’umanità è piena di fatti avvolti dal mistero. L’archeologia, da sempre impegnata nella scoperta dei tesori del passato, ha compiuto sforzi interpretativi non indifferenti per comprendere le civiltà e le culture di un tempo e l’ha fatto attraverso la raccolta, la documentazione e l’analisi delle tracce materiali (architetture, resti biologici e umani, manufatti) che i nostri antenati hanno lasciato, permettendo ai suoi uomini, gli archeologi, di ricostruire la sequenza temporale degli eventi.

I reperti hanno avuto così un’importanza strategica nella ricostruzione dei periodi storici non sufficientemente “illuminati” da fonti scritte, consentendo di ricostruire o intuire le nostre origini. A volte però, durante gli scavi archeologici sono stati rinvenuti oggetti che sembrerebbero avere una difficile collocazione storica ossia rappresenterebbero un anacronismo.

Si tratta degli OOPART (Out of Place Artifacts), cioè reperti o manufatti che non sarebbero potuti esistere nell’epoca a cui si riferiscono le datazioni iniziali effettuate con le tecniche radiometriche, materiali al di fuori di ogni logica convenzionale collocazione, tale da mettere in crisi la visione delle cose che la scienza ritiene di avere ormai acquisito. Vista l’importanza dell’argomento, noi di 2duerighe abbiamo deciso di affrontare questo tema in maniera seria e professionale, raccogliendo tutte le informazioni disponibili su queste fantastiche scoperte e raccontarne la storia in più puntate. Nel corso di questo primo appuntamento parleremo della “Stele di Pacal”, un manufatto ancora oggi avvolto dal mistero rinvenuto a Palenque (l’antica Lakam, che significa “grandi acque, per i fiumi e le cascate presenti in quell’area, capitale dello stato di B’aakar durante l’età classica Maya), un sito archeologico Maya situato nello stato messicano del Chiapas, in cui sono state rinvenute le più belle opere di architettura e scultura che questo popolo abbia mai prodotto. Si tratta di un’area archeologica unica al mondo, circondata da  oltre 14 Km quadrati di foresta fittissima e impenetrabile, per lungo tempo rifugio degli indios, prima dell’arrivo dei conquistadores spagnoli nel XVI secolo. All’interno di questa zona è possibile contare oltre 500 rovine (l’ultimo ritrovamento risale allo scorso giugno e riguarderebbe la tomba di un capo maya completamente intatta) ma solo una parte è stata disboscata e resa accessibile ai visitatori.

Qui, nel 1952, all’interno del Tempio delle Iscrizioni, posto sull’apice di una piramide a gradoni alta 65 metri, l’archeologo francese, naturalizzato messicano, Alberto Ruiz Lhuillier, rinvenne una tomba attribuita a Pakal il Grande (K’nich Janaab Pakal) – 615-683 d.C., il più famoso dei signori maya, che ne conservava ancora i resti all’interno di un enigmatico sarcofago, unitamente ai gioielli e una maschera facciale, oggi conservati nel museo di antropologia di Città del Messico. La questione sulla quale intendiamo soffermarci è proprio quella relativa al manufatto che accoglieva la salma del sovrano. La parte superiore è coperta da una pietra sepolcrale lunga metri 3.80 per 2.20 di larghezza, dello spessore di circa 25 centimetri e del peso di 5000 chilogrammi. Sulla grossa lastra è raffigurato un uomo seduto all’interno di una specie di abitacolo, piegato in avanti, con entrambe le mani intente ad afferrare due maniglie. Uno strano marchingegno, che ricorda molto da vicino un tubo per l’ossigenazione (respiratore), è visibile all’altezza del naso mentre nella parte superiore, una particolare struttura sembra bloccare la testa e il collo, come se l’uomo fosse stato assicurato al sedile per non subire traumi in vista di una forte accelerazione.

Il tallone del piede sinistro poggia all’interno di un incavo, situato alla base dello schienale, come se stesse comandando qualcosa di connesso con il funzionamento del mezzo (acceleratore, freno motore, ecc.). Dietro il sedile è visibile un blocco che fa pensare a un motore, con due serbatoi laterali. Ma la cosa più stupefacente, che lasciò a bocca aperta  lo stesso Lhuillier e i ricercatori di mezzo mondo, è senz’altro la fiamma rappresentata sul lato destro del bassorilievo per la sua somiglianza con le vampe di scarico posteriori di un moderno missile a reazione. Lo scheletro rinvenuto all’interno della tomba, quello di un uomo sulla quarantina alto circa 1 metro e 73 centimetri, non presentava delle caratteristiche degne di particolare attenzione, ad eccezione dell’altezza, inusuale per quelle zone, in quel particolare periodo, dove il più alto degli indigeni non superava il metro e cinquanta e una strana maschera, composta da tasselli di giada verde che ricostruivano fedelmente i tratti somatici del volto. L’uomo, inoltre, stringeva nella mano sinistra una perla sferica e in quella destra una di forma cubica. Gli archeologi, tuttavia, rimasero molto colpiti da un particolare pettorale, rinvenuto sempre nel sepolcro, sul quale erano rappresentati nove cerchi concentrici con al centro una finta perla. Forse il sole con le orbite dei pianeti del nostro sistema solare? Per qualcuno niente di tutto questo, anche se non si può negare che le rappresentazioni presenti, unitamente alla distribuzione del corredo funerario, presentavano delle strane analogie con quello che doveva essere un viaggio attraverso l’universo a bordo di una navetta spaziale. Per gli appassionati di ufologia o i più accaniti sostenitori delle teorie del complotto, la raffigurazione presente sulla lastra tombale di Pacal rappresenta senza alcun dubbio un’astronave; per la scienza ufficiale, al contrario, siamo di fronte alla composizione di una serie di geroglifici Maya, ben conosciuti dagli archeologi moderni, rappresentanti il viaggio del defunto nell’aldilà.

E’ da sfatare quindi l’idea che l’archeologia voglia nascondere qualcosa che non deve essere divulgata all’opinione pubblica! Il problema è sicuramente un altro ed è legato a quel sensazionalismo, a volte un po esagerato, che certe scoperte riescono ad avere grazie ai media; il grande pubblico, infatti, non sempre riesce a distinguere tra una ricostruzione archeologico-storica e una bella favola. Questo non perché le persone siano deficienti o ignoranti, ma per il fatto che, spesso, le spiegazioni fornite dall’archeologia dinanzi a scoperte particolari, sono parziali e incerte, al contrario della fantasia, che essendo tale, riesce a trovare sempre la giusta spiegazione a tutto. Nel caso dei Maya, però, ci sembra opportuno evidenziare che questo popolo presentava delle conoscenze scientifiche e astronomiche veramente notevoli: erano capaci di prevedere le eclissi di sole, conoscevano perfettamente il nostro sistema solare, sapevano che la terra aveva forma sferica, avevano delle cognizioni matematiche avanzate basate sul sistema binario e conoscenze nel campo della meccanica quantistica, cose che l’uomo moderno ha scoperto solo alla fine di questo secolo.

Mistero risolto, allora? Sembrerebbe di si, se non fosse per questa seconda, strana figura…

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Appuntamento a tutti alla prossima puntata, con un nuovo avvincente mistero.

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