Lavoro: salario minimo è misura doverosa
Attualità
18 Ottobre 2021

Lavoro: salario minimo è misura doverosa

Non è più rinviabile l’introduzione di un salario minimo legale contro l’iniquità e lo sfruttamento del lavoro. È tempo di seguire le esperienze che hanno dimostrato gli effetti positivi di questa misura, per riequilibrare il potere contrattuale tra datore e lavoratore. Su questa strada, politica e sindacati devono offrire delle soluzioni e non continuare a far prevalere supposti ostacoli.

di Paola de Majo

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Lavoro in nero, precarietà, stipendi indecorosi, queste solo alcune delle eterne criticità che affliggono il mondo del lavoro italiano e su cui tanto discute la politica, restando però inconcludente.

Emblematico è il caso del salario minimo di cui si parla da tempo e che ha visto la presentazione di proposte di legge in Parlamento, già dalla scorsa legislatura. Fino a qualche mese fa sembrava alla particolare attenzione del governo Draghi e dei partiti di maggioranza. Ma non mettendo d’accordo tutte le parti sociali, l’ipotesi di istituire una paga minima è stata di nuovo accantonata e non risulta neanche più nell’agenda dell’esecutivo. Eppure si tratta di una misura di civiltà già introdotta in 21 Stati dell’Unione europea.

Ma cosa è il salario minimo?

Per salario minimo si intende la retribuzione minima che per legge dovrebbe essere riconosciuta ai lavoratori per una determinata quantità di lavoro, ad esempio in relazione ad un’ora, una settimana o un mese di lavoro.

In Italia non è stato fissato dal legislatore uno stipendio legale ma esiste il principio sancito dalla Costituzione all’art. 36 che riconosce il diritto di ogni lavoratore “ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Per dare concreta applicazione a questo principio è giusto che si stabilisca, a livello nazionale, quanto vale il lavoro rispetto a uno specifico parametro temporale. E quindi qual è la soglia stipendiale al di sotto della quale il datore non può fissare un corrispettivo per il lavoratore.

Chi determina oggi i minimi stipendiali?

In Italia la determinazione di un salario legale continua ad essere delegata alla contrattazione collettiva, per ogni settore. Ma in questo modo restano esclusi tutti quei lavoratori che non hanno una rappresentanza sindacale. Categoria di persone che si è particolarmente ampliata, anche a causa della crisi economica che ha determinato una sempre maggiore discontinuità lavorativa.

Alcuni ipotizzano che l’introduzione di un minimo salariale potrebbe comportare una diminuzione delle ore di lavoro e delle assunzioni, in conseguenza dei maggiori costi a cui sarebbero tenute le imprese. Ma ciò che, più di altro, ha ostacolo l’istituzione di una retribuzione legale è il timore dei sindacati di veder indebolito il proprio potere di contrattazione. Timore espresso anche dallo stesso ministro del lavoro Andrea Orlando che, pur dichiarandosi a favore del salario minimo, ritiene vada condizionato ad una legge sulla rappresentanza per estendere a tutti i lavoratori l’efficacia dei contratti collettivi siglati dai sindacati maggiormente rappresentativi.

Emergenza working poor

Ma mentre si continua a discutere, a fasi alterne, sull’opportunità di garantire una retribuzione base e sulle condizioni che dovrebbero essere previste da un’eventuale legge istitutiva, in Italia è sempre più preoccupante il numero dei cosiddetti working poor, ossia lavoratori – dal manovale con bassa formazione al laureato – che pur avendo un’occupazione sono a rischio povertà a causa di uno stipendio troppo basso e non adeguato al costo della vita. Si parla di una platea che va dal 10 al 20% dei lavoratori, alimentata da dinamiche di vario genere: dal lavoro sommerso agli straordinari non corrisposti. E non di meno dalla tendenza dei datori ad applicare il contratto più conveniente, in termini di costi, e non quello che prevede la legge o la contrattazione collettiva nel caso concreto. In questa area di sfruttamento del lavoro si colloca, ad esempio, anche il fenomeno delle finte partite iva, che nascondono forme di lavoro subordinato.

Per escludere queste situazioni irregolari/illecite è ovvio che non basta l’introduzione di una retribuzione legale, ma questa resta una misura necessaria nell’ambito di un piano più ampio di iniziative di contrasto del lavoro sottopagato.

David Card dimostrò gli effetti del salario minimo 

È tempo che si esauriscano le “chiacchiere” sul salario minimo e si lavori concretamente per individuare i criteri in base ai quali istituirlo.

Rispetto a questo obiettivo si spera possa fare da monito il recente riconoscimento del premio Nobel per l’Economia a David Card – assieme a Joshua Angrist e Guido Imbens – «per i suoi contributi empirici sull’economia del lavoro».

Studioso degli effetti del salario legale, Card ha sfatato quelle che vengono ritenute le “controindicazioni” sull’adozione di una retribuzione minima, con uno studio svolto nel 1994 insieme al collega Alan Krueger. I due economisti hanno dimostrato che introdurre una soglia stipendiale minima determina un aumento dell’occupazione, perché accresce il potere contrattuale del lavoratore. Risultati poi confermati da esperimenti che Card ha condotto anche negli anni successivi.

Il lavoro mal pagato, in sostanza, dipende strettamente dall’eccessivo potere contrattuale del datore, soprattutto nei confronti di quei lavoratori considerati più “deboli” (donne, immigrati, precari), costretti ad accettare paghe misere, vista la difficoltà di trovare ulteriori alternative occupazionali.

Una paga minima e riconosciuta a livello nazionale, se fissata con criteri ragionevoli, diminuirebbe lo squilibrio contrattuale tra lavoratore e datore e, di conseguenza, oltre ad aumentare gli stipendi, avrebbe effetti positivi anche sull’occupazione.

In Italia c’è tanto bisogno di un provvedimento del genere contro un sistema inaccettabile che addirittura scoraggia il lavoro, permettendo l’esistenza di stipendi anche di due euro all’ora.