L’ abolizione del finanziamento pubblico ai partiti ha garantito più trasparenza?
Attualità
11 Ottobre 2021

L’ abolizione del finanziamento pubblico ai partiti ha garantito più trasparenza?

La crisi dei partiti ha riaperto il dibattito anche sui metodi con cui vengono finanziati. In particolare, ci si chiede se abolire i contributi pubblici diretti sia stata realmente la scelta giusta. Si teme che l’attuale sistema abbia reso la politica oltremodo dipendente da fonti esterne di contribuzione, difficilmente monitorabili e con il rischio di operazioni irregolari.

di Paola de Majo

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Il finanziamento pubblico ai partiti è questione sempre ostica da affrontare. Tanto più in un’era segnata da ondate di antipolitica, come quella che quasi un anno fa, con un referendum, ha portato alla riduzione del numero dei parlamentari dopo un’operazione di propaganda centrata sullo slogan: “tagliamo poltrone e stipendi dei parlamentari”.

D’altro canto, certe strumentalizzazioni hanno trovato terreno fertile a seguito di vicende che testimoniano atti di corruzione e la tendenza ad anteporre gli interessi privati a quello pubblico, di cui si è spesso macchiata la classe politica.

Sono scandali con i quali l’Italia fa i conti da anni e che hanno portato anche all’abolizione dei contributi pubblici ai partiti. Eppure, la ratio alla base di questi finanziamenti era indubbiamente virtuosa: garantire a tutti la possibilità di fare politica, a prescindere dalle proprie possibilità economiche e porre rimedio al rischio di farsi strumentalizzare da lobbies e centri di potere, pur di reperire risorse.

40 anni di vicissitudini del finanziamento pubblico

L’ intento quindi che ha portato all’introduzione del finanziamento pubblico con la legge Piccoli, n. 195/1974, era proprio quello di impedire che la politica fosse indotta a finanziarsi con iniziative poco trasparenti, se non illecite. Fu previsto un finanziamento ai gruppi parlamentari – i partiti con una rappresentanza in Parlamento – che avevano l’obbligo di conferire il 95% delle somme agli schieramenti di appartenenza, e un secondo tipo di finanziamento che riguardava le attività elettorali.

Successivamente, i finanziamenti vennero riformati con la legge n. 659 del 1981, che tra l’altro ne aumentò l’importo. Fino ad arrivare al 1993 quando il partito Radicale, cavalcando i malumori della collettività a seguito dell’inchiesta giudiziaria Tangentopoli, promosse un referendum per l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti politici. La consultazione popolare vide una netta vittoria del SI, con il 90,3%.

Fu così eliminata la contribuzione dello Stato ai partiti tramite i gruppi parlamentari ma continuò ad esistere il rimborso delle spese elettorali.

Bisogna poi attendere il 2012, durante il governo di Mario Monti, per una netta riduzione dell’importo dei contributi pubblici ai partiti e il tentativo di giungere ad una disciplina unitaria del finanziamento alla politica (legge n. 96 del 2012).

Il finanziamento ai partiti oggi  

Il finanziamento pubblico ai partiti è stato definitivamente abolito e sostituito da un sistema di contribuzione volontaria, nel 2014, con il decreto legge n. 149/2013 poi convertito dalla legge n. 13/2014, dal governo a guida di Enrico Letta.

I partiti hanno dunque perso i canali di contribuzione pubblica diretta mentre possono essere destinatari di forme di finanziamento private fiscalmente agevolate: le risorse derivanti dal 2 per mille dell’Irpef per scelta dei contribuenti in sede di dichiarazione dei redditi e le donazioni private, parzialmente detraibili che non possono superare i 100 mila euro.

Per lo svolgimento delle attività strettamente istituzionali, resta il finanziamento dei gruppi parlamentari come previsto dai Regolamenti di Camera e Senato.

Conseguenze dell’abolizione del finanziamento pubblico

La drastica riduzione di risorse ha progressivamente impoverito i partiti, riflettendosi sulle loro attività e il loro spessore, anche in termini di competenza della classe politica. Inoltre, una serie di inchieste riferiscono l’esistenza di manovre poco trasparenti per reperire fondi, anche attraverso canali provenienti da fondazioni, associazioni e società collegate ai partiti.

A ciò si aggiunge il rischio che siano portati ad attingere dai contributi destinati ai gruppi che li rappresentano in Parlamento, per svolgere attività politica anziché quella istituzionale.

Quindi sembra che l’abolizione del finanziamento pubblico non solo non abbia garantito più trasparenza ma abbia reso i partiti più fragili ed esposti ad operazioni irregolari, compromettendo l’intero sistema democratico.

Andrebbe reintrodotto il finanziamento pubblico?

I partiti sono il principale strumento che costituzionalmente collega il popolo e le Istituzioni e che consente ai cittadini di partecipare alla vita pubblica del Paese per definire, seppure indirettamente, la politica nazionale.

In virtù della loro essenziale funzione per la democrazia, bisogna avere quindi il coraggio di riconoscere che vanno sostenuti con risorse dello Stato per svolgere le attività che gli sono proprie, poiché fare politica ha un costo. E dopo gli scriteriati interventi legislativi che hanno contraddistinto il meccanismo di contribuzione ai partiti, sembra ragionevole reintrodurre forme di finanziamento diretto, accompagnate da stringenti controlli – da sempre l’anello debole del sistema – per ostacolare la commissione di illeciti.

Tuttavia, se si vuole davvero risollevare la politica, che troppo spesso appare scadente e autoreferenziale, un ritorno al finanziamento pubblico dovrebbe essere condizionato ad una riforma dei partiti, che li sottoponga al rispetto di regole rigorose per garantire l’individuazione degli organi direttivi, la democrazia interna e procedure trasparenti, tali da valorizzare il loro fondamentale ruolo: favorire la più ampia partecipazione dei cittadini alle attività politiche.

In sostanza, pur se comprensibili i sentimenti di sfiducia nei confronti della classe dirigente politica che nel tempo non è riuscita a dare soluzioni ad annosi problemi che attanagliano l’Italia, sarebbe un grave errore continuare a portare avanti iniziative demagogiche e anti-casta che non fanno altro che indebolire le Istituzioni. Piuttosto vanno sostenute misure di rinnovamento dei partiti che assicurino la presenza di decisori politici che siano all’altezza di guidare il Paese e rappresentare il corpo elettorale.