Elezioni Germania: trattative per il dopo Angela Merkel
Attualità
4 Ottobre 2021

Elezioni Germania: trattative per il dopo Angela Merkel

Il voto tedesco certifica le spaccature esistenti nell’elettorato, che hanno determinato l’assenza di un vero vincitore. Adesso è iniziata la partita delle alleanze per la Cancelleria il cui esito non è scontato. Ma tra le ipotesi di coalizione già possiamo individuare quelle che hanno più chance in considerazione dei programmi e delle identità dei partiti politici.

di Paola de Majo

Condividi:

Dopo 16 anni sotto la guida della cancelliera Angela Merkel che ha onorato quattro mandati consecutivi, per la Germania è iniziata una delicata fase con molte incognite. E dato il suo peso politico è una situazione che si riflette su tutta l’Europa e sugli equilibri dell’UE.

Lo scenario incerto è confermato dall’apertura di quello che si prevede un lungo periodo di interlocuzioni e trattative che dovranno portare avanti i partiti per dare vita ad un nuovo governo. È quanto attestano i risultati delle elezioni politiche del 26 settembre, per il rinnovo del Bundestag: nessuno stravince e sul tavolo sono molteplici le alternative per un governo di coalizione.  

Risultati delle elezioni

In testa sono arrivati i socialdemocratici (Spd) che hanno raggiunto il 25,74% dei voti. Al secondo posto troviamo il partito della Merkel, l’Unione Cristiano-Democratica (CDU), che con l’Unione Cristiano-Sociale (CSU), ha subito una pesante debacle registrando il minimo storico con il 24,08%.

A seguire i Verdi con il 14,8% e il Partito Liberale Democratico (FDP) all’11, 45%. Ne escono sconfitte le forze politiche estreme rappresentate dall’ultradestra di Alternativa per la Germania (Afd) e dalla sinistra della Linke, che si fermano rispettivamente al 10,35% e al 4,89% dei voti. In particolare, Linke non supera neanche la soglia di sbarramento del 5%, ma viene comunque rappresentata nel nuovo parlamento federale da 39 deputati per aver vinto in tre collegi elettorali.

Cosa succede adesso

Sono in corso le manovre dei gruppi politici per giungere ad un accordo di coalizione per formare il governo. Scene che ci riportano a quello che accade in Italia, quando il risultato delle elezioni politiche non attribuisce a nessun partito la maggioranza assoluta e si deve procedere ai colloqui esplorativi.

Solo dopo l’insediamento del nuovo esecutivo, la Merkel, considerata durante la sua era l’esponente politico più influente in Europa, lascerà la politica come aveva già annunciato nel 2018.

Per analizzare il voto tedesco e i possibili accordi di coalizione che porteranno alla nomina del nuovo cancelliere, abbiamo intervistato il dott. Alessandro Gigliotti, cultore di diritto costituzionale italiano e comparato.

Dott. Gigliotti, il risultato incerto delle elezioni cosa ci dice del sistema elettorale tedesco?
«Il sistema elettorale tedesco è fortemente proiettivo e quindi la composizione del Bundestag riflette appieno le fratture esistenti nell’elettorato. L’esito incerto non è dovuto al sistema proporzionale, bensì all’esistenza di sei partiti dei quali due non coalizzabili, in particolare AfD e per alcuni versi anche la Linke. Fino a quando i partiti rappresentati in parlamento erano 4, infatti, le trattative per la formazione del governo erano abbastanza rapide perché esistevano due coalizioni naturali tra CDU-CSU e FDP da un lato e tra SPD e Verdi dall’altro».

Trattandosi del partito che ha preso più voti, SPD ha più certezze di essere nella coalizione del nuovo governo?
«Il principio fondamentale di una forma di governo parlamentare è che il governo debba avere la fiducia del parlamento e non già che il partito di maggioranza relativa debba guidare il governo. Non è quindi scontato che saranno i socialdemocratici ad esprimere il Cancelliere: nel 1976, ad esempio, CDU-CSU ottennero il 48% dei voti, ma il governo fu formato da una coalizione tra SPD e FDP benché i socialdemocratici fossero il secondo partito per consistenza numerica. E lo stesso accadde nel 1980. Oggi la SPD è indubbiamente avvantaggiata ma più che altro perché esce meglio dei conservatori dalla tornata elettorale e ha una naturale tendenza a dialogare con i Verdi, l’altra forza politica in netta crescita, sebbene in misura minore rispetto alle previsioni.»

Dunque, quali sono gli scenari possibili?
«A caldo sembrerebbe favorita una coalizione “semaforo”, composta da SPD, Verdi e Liberali, rispetto alla “giamaica” che vedrebbe i conservatori alleati di Verdi e Liberali: non tanto per una questione di seggi – SPD ha solo 10 deputati in più dei conservatori, 206 contro 196 – quanto per il fatto che i socialdemocratici escono rafforzati dal voto a differenza dei democristiani, i quali hanno perso ben 9 punti percentuali rispetto al 2017 e messo il loro candidato Laschet sul banco degli imputati. Ad ogni modo, le due maggiori forze politiche appaiono decisamente indebolite rispetto al passato e non è un caso che tutti gli osservatori siano concordi nel ritenere Verdi e Liberali il vero ago della bilancia. È pertanto improbabile, sebbene i numeri non lo escludano del tutto, una riedizione della ormai classica Große Koalition tra SPD e CDU-CSU, che nessuno sembra voler riproporre.»

A suo parere sarà lungo il periodo che precederà la formazione di un nuovo esecutivo?
«Sì, ci vorrà tempo. I partiti dovranno trovare una sintesi non facile, visto che si prospetta un accordo tra forze politiche non poco distanti per identità e programmi. E teniamo conto del fatto che i leader tedeschi sono soliti redigere accordi di governo molto puntuali e dettagliati. La SPD, alla luce di quanto detto, parte avvantaggiata rispetto a CDU-CSU, ma tutto dipenderà dal negoziato con le forze politiche minori, soprattutto con i liberali, data l’evidente distanza programmatica rispetto a socialdemocratici e verdi in tema di politiche fiscali. Non va dimenticato, a tal proposito, che quattro anni fa fu proprio l’abbandono del tavolo da parte dei liberali guidati da Christian Lindner a far fallire le trattative che avrebbero dovuto portare alla formazione di un governo basato sulla coalizione “giamaica”. Gli stessi liberali che sarebbero oggi l’anello debole di una coalizione “semaforo”, decisamente più sbilanciata a sinistra. Insomma, si possono delineare alcuni scenari ma fare previsioni è prematuro».