Referendum: più partecipazione con la firma digitale ma ora servono dei correttivi
Attualità
27 Settembre 2021

Referendum: più partecipazione con la firma digitale ma ora servono dei correttivi

Un’esplosione di adesioni ai referendum con la firma online ha messo in evidenza le conseguenze inaspettate e indirette della digitalizzazione. Si stanno così facendo avanti le proposte per adeguare questo innovativo strumento all'attuale realtà ordinamentale e creare nuovi equilibri nel rapporto tra cittadini e istituzioni.

di Paola de Majo

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Dopo l’iniziale entusiasmo per una più ampia adesione dei cittadini ai referendum, adesso stanno emergendo delle perplessità sull’impatto che la firma digitale potrebbe avere sugli istituti di democrazia diretta.

La possibilità di apporre online le firme, che nel nostro ordinamento è stata introdotta a partire da agosto 2021, ha segnato una vera e propria rivoluzione che investe i referendum abrogativi e le proposte di legge di iniziativa popolare.

Grazie ad una norma approvata al decreto Semplificazioni (d.l. n. 76/2021), la partecipazione alle consultazioni popolari è stata resa più agevole; è sufficiente infatti possedere lo spid o la carta d’identità elettronica e si possono sottoscrivere online i referendum su giustizia, eutanasia, cannabis.

Che fine hanno fatto i famosi banchetti referendari?

I banchetti di raccolta firme che siamo abituati a vedere per strada, continueranno ad essere utilizzati, anche se il loro ruolo ne esce inevitabilmente ridimensionato. Restano uno strumento della vita politica che consente un confronto diretto con le persone e che ha permesso la vittoria di importanti battaglie civili – come il referendum storico sul divorzio del 1974 – nonostante le articolate procedure di autentificazione delle firme che rendevano un’impresa titanica il raggiungimento delle 500.000 sottoscrizioni.

Ora invece con la digitalizzazione le firme possono essere ottenute più rapidamente, basta vedere cosa è successo con il referendum abrogativo per rendere la cannabis legale: nel giro di sette giorni è stata raggiunta la soglia minima di adesioni.

Sembrano quindi superati quegli ostacoli per indire le consultazioni referendarie, su cui si era espresso nel novembre 2019 anche il Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite, giudicando  irragionevoli e restrittive le procedure che in Italia regolano gli istituti di democrazia diretta.

Ma allora quali dubbi esistono attorno ai referendum online?

Non si mette in discussione che la sottoscrizione online è una conquista da preservare, perché agevola il diritto dei cittadini di partecipare alla vita democratica del Paese.

Tuttavia, adesso si teme una pioggia di referendum e un uso populistico degli istituti di partecipazione diretta, che potrebbero mettere in difficoltà il Parlamento. Un Parlamento, oltretutto, che assiste già da anni ad un ridimensionamento della funzione legislativa che gli è propria, sovrastata dall’eccesso di decretazione di urgenza del Governo e dai voti di fiducia. 

Su questo specifico aspetto, costituzionalisti come Giovanni Guzzetta – professore ordinario di istituzioni di diritto pubblico dell’Università Tor Vergata di Roma – e Francesco Clementi – professore di diritto pubblico comparato dell’Università di Perugia – ritengono che questa debolezza di Camera e Senato esisterebbe nella misura in cui la politica continua a rinviare le riforme istituzionali e a lasciare insolute annose questioni, perché considerate troppo divisive.

Guzzetta anzi ritiene che l’innovazione introdotta potrebbe rappresentare una scossa all’immobilismo dei decisori politici, nel portare avanti delle riforme essenziali che da tempo richiede il Paese.

Pur guardando positivamente alla svolta ottenuta con la sottoscrizione digitale, gli studiosi non ne negano i rischi che richiedono un’adeguata modifica delle procedure di iniziativa popolare, non di certo per limitare la partecipazione ma per rinnovare gli iter previsti adeguandoli alla digitalizzazione.

Anticipare il giudizio di ammissibilità della Corte Costituzionale

In particolare, secondo Clementi è necessario intervenire sulle modalità di attuazione del referendum abrogativo (legge n. 352/1970), innanzitutto anticipando il giudizio di ammissibilità dei quesiti referendari della Corte Costituzionale.

Attualmente infatti il giudizio della Corte Costituzionale interviene a gennaio dell’anno successivo alla richiesta di referendum, se l’ufficio centrale per il referendum della Corte di cassazione ha dichiarato la legittimità della consultazione.

Con il previsto aumento dei referendum e la potenziale valanga di firme raccolte tramite spid, non è più opportuno attendere mesi per ottenere il parere della Consulta, considerando che potrebbe emettere un giudizio di non ammissibilità del quesito, annullando di fatto il lavoro di raccolta firme e deludendo i cittadini che hanno aderito.

Il professor Clementi, inoltre, ha espresso l’esigenza di modificare anche l’art. 75 della Costituzione che subordina l’approvazione del referendum alla partecipazione della maggioranza degli aventi diritto al voto. Per Clementi questo quorum andrebbe invece applicato su coloro che hanno votato alle ultime elezioni politiche, in modo da valorizzare la partecipazione attiva alla vita politica.

In sintonia con questa visione sono le proposte del costituzionalista Stefano Ceccanti, anche deputato del PD, che ha presentato una proposta di legge per anticipare il controllo della Corte Costituzionale e prevederlo dopo il raggiungimento delle prime 100.000 firme.

In più il deputato dem ritiene che andrebbe rivista la soglia minima di sottoscrizioni portandola da 500.000 a 800.000, modifica che terrebbe conto dell’aumento della popolazione rispetto al periodo in cui si decise in Costituzione il numero minimo di firme.

Nuovi equilibri istituzionali da raggiungere

È comunque ancora aperto e in evoluzione il dibattito su quali debbano essere i correttivi da apportare al sistema, per evitare che la firma online generi delle distorsioni. Al momento, sembra chiaro che l’inserimento della sottoscrizione digitale, non consente di mantenere invariate le regole che governano gli istituti di democrazia partecipativa. Bisogna raggiungere nuovi equilibri per adeguare questo strumento all’ordinamento e alle dinamiche istituzionali.

Il tempo ci dirà se l’innovazione introdotta, che fa prevedere un aumento dei referendum grazie ad un iter più veloce, sarà anche uno stimolo per la politica ad essere più pronta e tempestiva nel portare avanti le istanze che provengono dai cittadini prima ancora che venga fatto ricorso agli strumenti di partecipazione diretta.