Attualità
21 Agosto 2021

Referendum giustizia: la parola ai cittadini sul sistema giudiziario

di Paola de Majo

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La campagna di adesione ai referendum sulla giustizia prosegue spedita e vanta già il superamento delle 500.000 firme, ossia il traguardo minimo richiesto dall’art. 75 della Costituzione per indire un referendum popolare.

È possibile firmare presso i gazebo organizzati sul territorio, nei municipi italiani e – grazie ad una disposizione inserita nel decreto Semplificazioni (d.l. 77/2021) – oggi è prevista anche la sottoscrizione online tramite il sistema pubblico di identità digitale (Spid).

Sono 6 i quesiti referendari che all’inizio di giugno i promotori del referendum, ossia il Partito radicale e la Lega, hanno depositato in Corte di Cassazione. Iniziativa che intende far esprimere direttamente i cittadini su taluni aspetti del sistema giustizia proprio quando il Parlamento è impegnato ad esaminare la riforma del settore, necessaria anche per assicurarsi i finanziamenti del Recovery found.

I referendum vedono un sostegno trasversale di schieramenti di destra e di sinistra. Ai promotori si sono uniti anche Forza Italia, UdcItalia Viva e Più Europa. Mentre PD e M5S non appoggiano l’iniziativa, al netto di qualche esponente dem che ha manifestato la volontà di aderirvi.

Dall’analisi dei quesiti proposti emerge con chiarezza che l’obiettivo principale del referendum è quello di incidere sul ruolo della magistratura, che da anni è al centro di un’accesa discussione che investe in particolare la responsabilità del suo operato e il potere delle cosiddette correnti all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Questioni tornate alla ribalta con l’evolversi delle vicende legate all’ormai ex magistrato Luca Palamara e che hanno fatto emergere l’esistenza di un vero e proprio “sistema” finalizzato in primis, ma non solo, a concludere accordi per le più ambite nomine della magistratura e nel cui ambito le correnti del CSM giocano un ruolo centrale attraverso stretti legami con la politica e i media.

Quali sono i sei quesiti

Il primo quesito referendario si propone di modificare alcuni aspetti legati alla candidatura dei magistrati che intendono diventare componenti del CSM. Si prevede l’abrogazione dell’obbligo di trovare una lista di magistrati presentatori non inferiore a venticinque e non superiore a cinquanta, per poter avanzare la propria candidatura ed essere eletti. A parere dei promotori questa disposizione va eliminata perché alimenta il fenomeno del correntismo costringendo i magistrati a far parte di una corrente, per ottenere l’elezione.

Il secondo quesito incide sulla responsabilità dei magistrati e ne prevede la responsabilità diretta, quando provocano dei danni a causa del loro operato. Questa disposizione sarebbe in linea con quanto è stabilito per tutti i pubblici funzionari all’art. 28 della Costituzione che espressamente dispone che “I funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili, secondo le leggi penali, civili e amministrative, degli atti compiuti in violazione di diritti.”

Il terzo quesito riguarda la valutazione dei magistrati e mira a escludere che questo procedimento continui ad essere a capo esclusivamente dei membri togati della magistratura. Anche la ratio di questa disposizione risiede nella convinzione dei proponenti che l’attuale procedura di valutazione rafforzi lo spirito corporativista delle correnti, non garantendo la neutralità di giudizio e la meritocrazia.

Il quarto quesito concerne la separazione delle carriere dei magistrati, tra funzioni giudicanti e requirenti. Si propone di eliminare la possibilità di passare dal ruolo di pubblico ministero a quello di giudice e viceversa, prevedendo che a inizio carriera il magistrato faccia una scelta tra i due percorsi.

Il quinto quesito contiene misure sulla custodia cautelare, ossia la custodia preventiva che limita la libertà dell’imputato ancor prima di una sentenza. È noto che negli anni sono stati spesso lamentati degli abusi nel disporre questo provvedimento e perciò si vogliono introdurre dei limiti consentendone il ricorso per i reati più gravi.

Il sesto e ultimo quesito prevede l’abrogazione della cosiddetta legge Severino (d. lgs. 235/2021) che dispone l’incandidabilità, l’ineleggibilità e la decadenza automatica per i parlamentari, per i rappresentanti di governo, per i consiglieri regionali, per i sindaci e per gli amministratori locali in caso di sentenza di condanna. I promotori del referendum contestano il valore retroattivo di questa normativa che si applica anche a nomina avvenuta regolarmente e che, non di rado, ha colpito chi è poi risultato innocente influenzando il corso delle vicende politiche, senza raggiungere efficacemente lo scopo per cui  era nata, ossia contrastare la corruzione.

Era necessario questo referendum?

Per certi versi potrebbe apparire sconveniente una consultazione popolare sulla giustizia in un momento in cui il Parlamento sta portando avanti un’ampia opera di riforma dell’intero settore, con il rischio di un corto circuito tra le due azioni parallele. Ma prevale l’esigenza di affrontare le questioni che pone il referendum e che da tempo richiedevano un intervento del potere legislativo, che è invece mancato.

Anche alla luce dei recenti scandali che hanno colpito la magistratura è quindi opportuno ricorrere ad uno strumento costituzionale che coinvolge tutti i cittadini e porta a discutere apertamente di temi che meritano una volta per tutte delle soluzioni, per eliminare delle evidenti distorsioni che, oltretutto, agevolano un utilizzo strumentale della giustizia per finalità politiche.