Divieto di licenziare: nuova proroga e prospettive di superamento

In queste settimane si è discusso molto sulla sorte del blocco dei licenziamenti, fino al raggiungimento di un’intesa tra governo e sindacati. Questi ultimi hanno spinto per continuare a prorogare questa misura, che dal 1° luglio doveva esaurirsi come divieto generalizzato e applicarsi solo a determinate condizioni.

È a partire dal decreto Cura Italia, che l’esecutivo italiano ha scelto di introdurre un divieto di ricorrere a licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo e a quelli collettivi – sospendendo le procedure in corso – per evitare pesanti perdite di posti di lavoro durante la crisi pandemica.
Il blocco è stato poi nuovamente prorogato, una prima volta con il decreto Ristori (dl n. 137/2020), in seguito dalla legge di Bilancio 2021 (l. n. 178/2020) e da ultimo con il decreto Sostegni (dl n. 41/2021) e il decreto Sostegni bis (dl n. 73/2021).

Dunque questa misura che doveva inizialmente essere applicata per pochi mesi, è stata ampiamente prolungata e ormai vige da più di un anno.

Cosa ha deciso il governo Draghi

Sul blocco dei licenziamenti si è deciso con il nuovo decreto Lavoro e Imprese approvato dal Consiglio dei Ministri il 30 giugno – quindi proprio nel giorno della scadenza della misura.

Questo provvedimento (dl n. 99/2021) che introduce ulteriori aiuti per lavoratori, famiglie e imprese, prevede un’altra proroga del divieto di licenziamento, dal 1° luglio, per quei settori considerati particolarmente in difficoltà: l’abbigliamento, il tessile e la pelletteria.

La proroga è fissata fino al 31 ottobre 2021, data entro la quale le imprese che appartengono a questi comparti e sospendono o riducono l’attività lavorativa, possono accedere gratuitamente ai trattamenti di cassa integrazione ordinaria e assegno ordinario per Covid, per un periodo massimo di 17 settimane senza quindi poter licenziare per motivi economici.

Resta poi la proroga già fissata dal decreto Sostegni bis prevista limitatamente per le aziende che, dal 1° luglio, fanno domanda di trattamento ordinario o straordinario di cassa integrazione secondo la normativa generale (d.lgs. 148/2015) e che fruiscono dell’esonero dal pagamento del contributo addizionale.

Il blocco è un unicum in Italia

Tra i paesi europei, solo l’Italia ha risposto all’emergenza sanitaria Covid ricorrendo a questo divieto e, tra l’altro, per un periodo così lungo.

Tuttavia, facendo un confronto con gli altri Paesi europei, che per lo più si sono limitati ad applicare una cassa integrazione vantaggiosa, la proporzione di italiani che ha mantenuto il lavoro anche durante l’emergenza risulta inferiore alla media europea. È per questo che la commissione europea ha evidenziato che continuare a ricorrere a questa misura potrebbe comportare effetti distorsivi e non consente alle imprese un adeguamento della forza lavoro.

Il divieto ha comunque evitato che nello stesso periodo si concentrasse un’importante perdita di posti di lavoro, con tutte le conseguenze che ne derivano a livello sociale. Sul punto, da uno studio di Bankitalia del novembre 2020, emerge che in piena seconda ondata di pandemia, il blocco dei licenziamenti economici ha escluso la perdita di più di 400mila posti di lavoro, di cui almeno 200mila per ragioni conseguenti all’emergenza e alle misure restrittive imposte per limitare i contagi Covid.

Adesso è però necessario procedere con uno sblocco graduale di questa misura fino all’abolizione, anche perché è servita soprattutto a prendere tempo e non ad eliminare il rischio definitivo di successivi licenziamenti.

Le iniziative decisive per un superamento del divieto di licenziare saranno la definizione della riforma degli ammortizzatori sociali, l’avvio delle politiche attive e dei processi di formazione permanente e continua. Interventi che l’esecutivo si è impegnato a definire, in tempi brevi, siglando un’intesa con le parti sociali lo scorso 29 giugno.

È certo che il vero segnale di ripresa in Italia ci sarà davvero quando il dibattito pubblico si concentrerà, seriamente, sulle politiche attive del lavoro e non più sul divieto di licenziare che, oltretutto, è un intervento che ha protetto soltanto i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, lasciando fuori tutti gli altri, che hanno vissuto lunghi periodi di inattività e quindi di mancato guadagno.

 

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