Salute e privacy: il datore può chiedere al lavoratore se è vaccinato?

Salute e privacy: il datore può chiedere al lavoratore se è vaccinato?

Con l’allentamento delle restrizioni in questa fase della pandemia, le persone si godono finalmente la possibilità di socializzare al bar, per strada e nei ristoranti. Eppure, l’argomento predominante di conversazione resta legato al virus.

Ci si incontra e subito si accavallano, in modo ormai quasi automatico, delle rituali domande: hai fatto il vaccino? E perché non lo hai fatto? Ma lo hai prenotato? Quale vaccino ti è capitato?

La speranza che le vaccinazioni garantiscano il tanto desiderato ritorno alla “normalità” e la priorità che in questi mesi è stata riconosciuta alle ragioni della salute pubblica su altri diritti, hanno probabilmente spinto un po’ tutti, anche inconsapevolmente, ad una spontanea ingerenza nella vita degli altri per acquisire informazioni che, per la loro natura, alcuni potrebbero voler mantenere riservate.

Questo atteggiamento è comprensibile, ma, soprattutto in alcuni contesti, non bisogna dimenticare che esistono dei limiti che l’Autorità Garante della Privacy ha già da tempo ribadito e che è utile conoscere, anche in vista dell’introduzione dei green pass del prossimo 15 giugno.

Nei luoghi di lavoro, infatti, ci sono dei principi fondamentali sulla protezione dei dati sanitari e, dunque, anche sul trattamento di quelli relativi alle vaccinazioni, che vanno rispettati. Altrimenti, aziende, amministrazioni e in generale i datori di lavoro potrebbero incorrere in delle violazioni.

Datore di lavoro e informazioni sullo stato di vaccinazione

Il Garante ha precisato che il datore di lavoro non può ottenere i nominativi dei dipendenti che si sono vaccinati, né può richiedere l’esibizione delle certificazioni vaccinali. Sono informazioni che, insieme ad altri dati sulle condizioni di salute del lavoratore, non possono essere acquisiti secondo la disciplina in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

Da queste prescrizioni si desume che non è riconosciuta al datore neanche la possibilità di chiedere al lavoratore l’esibizione del green pass, che può attestare l’avvenuta somministrazione del vaccino.

L’Autorità è categorica anche nell’escludere che il consenso del lavoratore può comportare la condivisione con il datore delle informazioni sullo stato vaccinale.  Il consenso, infatti, non è considerato una valida condizione per rendere lecito il trattamento, questo perché esiste uno squilibrio nel rapporto tra titolare e interessato in campo lavorativo.

Chi può trattare i dati sanitari sui luoghi di lavoro?

È il medico competente che può trattare i dati sanitari dei lavoratori e non può trasmettere al datore di lavoro i nominativi dei dipendenti che hanno aderito alla campagna vaccinale.

Solo il medico competente, nella sua funzione di raccordo tra il sistema sanitario e il contesto lavorativo, può trattare le informazioni relative alla vaccinazione – nell’ambito della sorveglianza sanitaria – e con la finalità di verificare l’idoneità del lavoratore allo svolgimento delle mansioni.

Il datore di lavoro potrà, quindi, limitarsi ad attuare le misure necessarie, che conseguono alla valutazione del medico competente di parziale o temporanea inidoneità del dipendente ad eseguire le prestazioni lavorative.

In sostanza, secondo il Garante, se un dipendente ha fatto il vaccino o meno non deve riguardare né il datore, né i colleghi di lavoro.

Nei luoghi di lavoro, viene quindi garantito un particolare equilibrio nel far valere i diversi diritti, come quello alla salute e quello alla privacy, che in un’emergenza sanitaria finiscono, spesso e inevitabilmente, per contrapporsi.

Al di là della tutela della riservatezza, fare il vaccino contro il Covid, pur essendo una scelta (tranne nel caso di professionisti e operatori sanitari), è un atto di responsabilità civica considerando che si tratta del principale strumento di contrasto al virus, che consente di salvare le vite dei più fragili e diminuire la pressione sul sistema sanitario, che, ricordiamo, nei periodi più drammatici della pandemia non riusciva a garantire un’adeguata assistenza a tutti.

Non a caso, c’è un dibattito comunque aperto sulla necessità o meno di comunicare le informazioni sullo stato vaccinale, visto che si tratta di trattamenti sanitari che non riguardano solo il singolo ma incidono sulla salute di tutta la comunità.

 

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