Modello vincente anti Covid del Regno Unito: lockdown e vaccinazioni di massa

Modello vincente anti Covid del Regno Unito: lockdown e vaccinazioni di massa

All’inizio del 2021, il Regno Unito era in piena fase acuta dell’emergenza, con la variante inglese che si stava diffondendo in tutto il Paese, oltre 50mila contagi al giorno, ospedali al collasso e un numero di morti tra i più alti in proporzione alla popolazione. A metà gennaio ha registrato perfino un picco di oltre 1.800 vittime in 24 ore.

Boris Johnson, primo ministro inglese e leader del partito Conservatore, con un annuncio che non nascondeva preoccupazione – ricordiamo il suo “Stay at home” rivolto ai cittadini – si apprestava a dare il via al terzo lockdown, con rigide restrizioni: chiusura delle scuole e delle università, divieto di spostamenti non necessari, divieto di incontri con persone estranee al nucleo familiare (salvo alcune eccezioni), chiusura di tutti gli esercizi non essenziali.

Contemporaneamente è stata avviata una massiccia campagna vaccinale, che si è contraddistinta per la scelta azzardata di ritardare la seconda dose del vaccino – non rispettando i tempi previsti dai protocolli delle case farmaceutiche – pur di vaccinare rapidamente una ampia platea di cittadini con la prima somministrazione.

Sono trascorsi solo 3 mesi da allora e oggi parliamo della Gran Bretagna come di un modello vincente, dove il governo si appresta ad allentare le restrizioni, grazie a un numero di contagi e decessi, improvvisamente non allarmanti.

C’entra la Brexit con questo successo?

L’indiscussa efficacia del sistema inglese, attuato negli ultimi mesi, ha subito portato i pro Brexit a cogliere l’occasione per rivendicare l’uscita dall’UE come vincente. Invece, non vi è alcun legame tra gli effetti di questa scelta e la capacità che ha avuto il Regno Unito di superare il periodo più buio dell’emergenza Covid.

Non va dimenticato che la Gran Bretagna ha lasciato l’UE a febbraio 2020, ma è stata sottoposta alla maggior parte delle norme dell’Unione fino al 31 dicembre 2020, come prevedeva l’accordo di uscita. Per di più, anche nell’ipotesi in cui fosse ancora uno Stato membro, avrebbe comunque potuto adottare in autonomia ogni iniziativa per la lotta al virus, compresa la stipula degli accordi sui vaccini.

In materia sanitaria, l’UE non ha competenza, se non per completare, entro limiti specifici, l’azione degli Stati membri.

La scelta di procedere di comune accordo fra gli Stati membri dell’UE per l’approvvigionamento di vaccini, è nata, infatti, da un accordo politico e non da vincoli giuridici. Dunque, gli stessi sono nelle condizioni di regolarsi anche con decisioni individuali.

Probabilmente la Gran Bretagna avrebbe fatto da sé anche da Stato membro, in coerenza con le posizioni autonomiste che ha spesso assunto all’interno dell’UE e che, non di rado, hanno ostacolato politiche con spinte più solidali tra gli Stati.

Non si può, quindi, attribuire alla Brexit né il periodo drammatico che gli inglesi hanno affrontato nei primi mesi dell’emergenza, né la svolta vincente che ora vede la Gran Bretagna in netta ripresa.

Cosa ha consentito al governo britannico di superare l’emergenza

L’efficacia del piano vaccinale, accompagnato da un duro lockdown, ha consentito al governo britannico si risollevare il Paese.

Tra maggio e luglio del 2020, il Regno Unito aveva già firmato gli accordi con le cause farmaceutiche per milioni di dosi di vaccino Pfizer e Astrazeneca.

Non è un mistero che il governo inglese è stato avvantaggiato nelle trattative per siglare i contratti commerciali avendo un produttore in casa, che gli ha consentito di accordare la fornitura di 100 milioni di dosi di Astrazeneca, il vaccino più utilizzato in Gran Bretagna.

Ad oggi sono stati vaccinati oltre 42 milioni di inglesi con un ritmo di circa 500.000 iniezioni al giorno e un numero di decessi ormai sotto controllo (35 giornalieri nell’ultimo censimento), avviandosi il Paese a raggiungere l’immunità di gregge.

Il modello inglese è diventato vincente anche grazie ad un rigido lockdown mantenuto durante il corso della campagna vaccinale. Non a caso, nonostante i dati sui contagi rassicuranti di queste settimane, lo stesso Johnson, nel momento in cui ha disposto le riaperture e un generale rallentamento delle restrizioni, ha spiegato, con un messaggio alla popolazione, che il venir meno del lockdown stringente avrebbe portato ad un inevitabile aumento dei decessi per Covid.

Colpisce dunque che la Gran Bretagna, che soprattutto nella prima fase dell’epidemia è apparsa l’esempio da non seguire a causa di una reazione lenta e inadeguata del governo guidato da Johnson, sembra ormai uscita dalla pressione dell’emergenza, lasciando indietro gli altri Paesi europei.

Sin dall’inizio, del resto, era noto che l’arma principale per contrastare la pandemia sarebbero stati i vaccini ed è proprio il loro approvvigionamento e l’attuazione del piano vaccinale che hanno segnato il cambio di corso dell’esperienza inglese, oltretutto molto simile all’andamento di quella degli Usa anch’essi dotati di propria capacità produttiva di vaccini.

Indubbiamente si deve riconoscere che Boris Johnson, con scelte anche rischiose, come quella di ritardare l’inoculazione della seconda dose, è riuscito a ribaltare la condizione del Regno Unito. In questi giorni, hanno fatto il giro del mondo le immagini degli inglesi per le strade, nei negozi e nei ristoranti, che confortati dai dati hanno riacquistato la propria libertà di uscire, spostarsi e socializzare.

Diversamente, per gli altri Paesi europei, Italia compresa, i dati su contagi e decessi restano ancora troppo elevati anche con la campagna vaccinale in atto.

Una riflessione va quindi fatta, non solo sull’inadeguatezza degli accordi stipulati dalla Commissione europea per la fornitura dei vaccini, ma altrettanto sul non aver tempestivamente predisposto idonei piani vaccinali, siglato anche accordi autonomi con l’industria farmaceutica e investito per dotarsi di capacità produttiva propria di vaccini.

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